Ricetta

Non vorrei trovarmi a scegliere tra rischiare la vita nelle piazze per le mie idee o provare ad abbattere il rischio fatale col culo sul divano impegnato a produrre post d’accompagnamento, perché morire ammazzato da un altro è un’ingiustizia che non si può inquadrare e nelle piazze, in effetti, così si muore.

Non ci si ammazza per qualche concorrente onorevole o indecente, la violenza fa la partita di un potere prepotente. Trovandosi pressoché tutti d’accordo sul fatto che la vita di ognuno è tutto e che nessuno, almeno qui, debba essere una pedina persa in un gambetto, allora pensavo potrebbero tenersi combattimenti tra politici, casomai dovessero chiederci di spararci l’un l’altro per loro; corpo a corpo, niente armi. Dispongo che si organizzino scontri tra prospettanti guerre civili di diversa fazione o della stessa, da tenersi in qualche fangaia da calcio di periferia. E uno streaming.

Acqua corrente

non sentirti primavera saltata con un passo dal sasso inverno a un ciottolo estivo traballante nei pressi dell’altra sponda, ma le stagioni come sono adesso che manca la mezza e si ridice trovandosi col gonfione sotto il braccio e l’ascella che traccia l’aria di noi, imprevedibilmente e detto tra noi, di chi ci piace con dolcezza. Piuttosto ridi già che tengo alla tua amicizia che non ha ferro come il chiodo l’alpinista, ma che stringo pensandola come al domani.

Avvertenza

Ancora una volta il Governo offende l’intelligenza degli Italiani adoperandosi per varare norme palesemente antidemocratiche quanto insensate, che se approvate comprometterebbero la libertà di espressione e informazione in violazione della comune sensibilità e coscienza, nonché della Costituzione. Se tanto accadesse come appare imminente, non è mia intenzione alimentare questo blog con contenuti diversi da una decisa posizione di protesta e di segnalazione dei responsabili di questo ennesimo tentativo grottesco di farci vivere in un paese illiberale, per gli interessi di squallide minoranze al potere travolte dall’indecenza che cercano, come di consueto, di eludere non solo la Giustizia ma anche il giudizio degli altri che Internet rende inevitabile e pericoloso allorché, nell’impavida incompetenza e avvalendosi dello strumento del terrore, si tenti di manomettere il suo scheletro o la sua indole severamente democratici, perché costruiti e costituiti da uomini liberi e responsabili delle loro azioni e affermazioni, di fronte a una Giustizia da rendere efficiente e sempre più tale, non da negare. Non è mia intenzione lasciare i miei modesti contributi in blog e siti web che non prendano posizione di fronte allo scempio della libertà conquistata, nel caso il DDL 3491 anti-diffamazione venisse approvato e fin quando il Governo non avrà provveduto a ripristinare in Italia il diritto fondamentale di esprimere, responsabilmente, qualsiasi opinione o verità fondata dalle quali derivano il progresso necessario al futuro e alla nostra dignità.

L’odinokmousepad con kmouse over

Cari amici,
in una domenica di smondanata leggerezza e sotto influenze paragnostiche che in confronto Mago Anubi è un ragazzo, mi sono liberato di una sofferenza gettando giù dal bordo del cestino l’incompatibile compagna del mio nickname, con quel suo triste Giulio tatuato in fronte, creando. E’ morta sul colpo, l’orrida lady Avatar Foglietti. Perché in fondo anche io sarò spietato, ma sono sempre stato dell’idea che in questo genere di coppia debbano sussistere corrispondenze biunivoche, poi, non la sopportavo più.
E Odino?
Odino non esiste.
C’è Giulio sui bordi dei cestini mentre la vita lo guarda in una dimensione inconcepibile per avatars e nicknames, e Odinokmouse. Vorrei non ci fosse altro già che non amo le contrazioni dei nomi, eppure, da oggi, dovremmo ammettere l’esistenza di Odino se vediamo un’esposizione del Kmouse nella misera ampiezza dinamica dei nostri schermi, ma immerso e calcolato nella luce di una cattedrale gotica di ampiezza dinamica troppo vasta per qualsivoglia human interface device, informo dall’alto io, Giulio. D’altronde se allo stesso modo è rappresentato anche l’Odinokmousepad, da intendersi evidentemente Odinokmouse’s pad, bisogna esista anche Odinokmouse tutto intero, quale entità compiuta, indivisibile e dunque in contraddizione con l’evidente esistenza del Kmouse. Qualcosa non torna: quante sono le entità sacre in divina relazione tra loro?
Mistero della fede.
Non amo le contrazioni dei nomi, dicevo, ma pago il prezzo di un nickname lungo e che si presta a storpiature indotte; ieri una cara amica mi ha chiamato Odinoknaus e ora, per amor di simmetria, sento il bisogno che qualcuno usi la k come specchio per chiamarmi una volta sola Oginokmouse.

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Piccola, povera Firenze

“Matteo Renzi è il sindaco di una piccola, povera città.”

“E’ vero. Ma siamo determinati a cambiarla.” Non sarebbe stata questa la risposta di un Obama? Ecco l’Italia che vedo povera e piccina, quella dei luoghi comuni controproducenti:
”A Marchionne dico: basta dichiarazioni che sviliscono l’Italia. Firenze è una delle città più belle del mondo ed è nel cuore di tutti gli italiani. È ora di misurare le parole”, ha scritto su Twitter Pier Luigi Bersani. Dura la reazione di Nichi Vendola: “Le parole insensate di Marchionne contro una città che incarna a livello universale i valori di civiltà, di bellezza, di cultura sono rivelatrici di quello stile padronale volgare che i lavoratori hanno potuto purtroppo sperimentare sulla loro pelle nel corso di questi anni nella vita quotidiana negli stabilimenti del gruppo Fiat. Sono vicino ai cittadini e alle cittadine di Firenze e al suo sindaco, Matteo Renzi. Firenze continuerà a rappresentare per tutti noi una risorsa di democrazia per tutto il Paese”.
E Marchionne si vede forse costretto ad allinearsi alla mediocrità e alle banalità più scontate che esulano dal suo asserto:
“I miei commenti su Firenze sono stati estratti fuori dal contesto. La città di Firenze e la sua economia erano prese da me come riferimento per paragonarle alla complessità, al peso e alla dimensione di un Paese come gli Stati Uniti. Ho usato queste considerazioni per confrontare le responsabilità e le capacità del Presidente Obama con quelle di Matteo Renzi. La differenza mi sembra evidente. I miei presunti commenti non devono essere interpretati come un mio giudizio sul valore di Firenze, che è una città per arte, cultura e scienze apprezzata e rispettata a livello mondiale, una valutazione che condivido pienamente.”

Cosa c’entra la bellezza di Firenze?! Muoio in questa città di tristezza per tutto quello che è stato fatto e non fatto da allora. Chissà cosa c’entra Michelangelo. Chiamato in causa per dire cose evidenti a tutti e dunque da non dire. E’ l’Italia piccola e povera per l’esuberanza di parole misurate, opportune, allineate che ingombrano i dialoghi intasando il progresso e per la carestia di termini veri, sistematicamente presi d’assalto per partito preso. Piccola e povera anche per colpa dei perbenismi dei suscettibili provincialisti inconsapevoli di esserlo. Chissà poi cosa ci sia di costruttivo nel rispondere a una critica con un’altra che, vera o falsa che sia, non c’entra nulla. Nel contrattacco, così, tanto per twittare correndo bendati a difendere il proprio leader e il proprio campanile, convalidando l’affermazione:

“E’ una povera, piccola città. Però rispetto alle FIAT, le macchine di un certo Leonardo, funzionano ancora.” “Adesso da Marchionne mi aspetto la conquista del mercato labronico al grido di PISA MERDAAA! guidando una Freemont rivestita in cashmere.” “Scommetto che a Firenze stamattina ci sarà la fila fuori dai concessionari Fiat.” “Ma quando una FIAT susciterà le stesse emozioni solo guardandola?” “Uno che è a capo di un’azienda che ci ha abituati a Duna, Multipla e Panda, volete che apprezzi la bellezza di Firenze?” “…è una povera, piccola città, ha detto Marchionne mentre scolpiva una Multipla.” “Marchionne è un mito. È riuscito mettere d’accordo tutti i fiorentini. Guelfi e Ghibellini commossi ringraziano.” “Firenze sforna la Divina Commedia, la Fiat è una commedia…” “Accidenti a te e a tutti i gobbi.”

Ecco dimostrato che Marchionne, nel dire che Firenze è piccola e povera e a prescindere dal dibattito socio-politico in cui la frase risuona, ha ragione. L’assenza assoluta di nesso. L’autogol dei miei concittadini tifosi della “fiore”. Quelli che “bello come il campanile Giotto…” non guardano a quello di Pomposa, al San Nicola di Bari, al Sant’Ambrogio di Milano. Alla Torhalle di Lorsch. Al fuori porta. Sono queste le conseguenze della sacrosanta libertà d’espressione per cui ci spendiamo, usata tanto per fare bolgia di schieramenti con argomentazioni a tutti evidenti e prive di nesso: l’importanza artistica e culturale della città nessuno potrà metterla in discussione in quanto realtà scontata e dunque risulta evidente che Marchionne si riferisse ad altro, dicendo il vero. Non sia mai abbassare gli occhi davanti al dato oggettivo! Troppo utile essere diversi da nostra madre, dal nostro leader e divenire cittadini di una metropoli imparando a guardarci, a parlarci, a pensare con indipendenza e lucidità propria cercando di comprendere il senso delle parole piuttosto che unirsi al tumulto di quelle vociate, si direbbe, per riflesso. Riconoscere l’evidenza espressa da quelle altrui nel loro significato logico prescindendo dalla posizione politica e sociale e dagli schieramenti.
Lasciatemi esagerare per meglio esprimere il senso, perché dal Vasari in poi di veramente significativo e originale è stato fatto ben poco in questa città di minuscoli bottegai che vedo spazzarsi il marciapiede davanti al negozio gettando il pattume di fronte a quello accanto, lasciatisi governare fino a ieri da sindaci insignificanti. Noi fiorentini che ci vantiamo di vivere in una grande città per via di certo Leonardo – non l’ex Sindaco, eh?! – e che abbiamo impiegato trent’anni a farci un aeroporto leticando e che ancora con tre nodi di vento si finisce la pista rullando e ci s’infila in quel troiaio di casame che è la via per Sesto, morendo se non per lo schianto per l’orrore del nostro costruito, così un volo su tre è saggiamente dirottato altrove. Noi fiorentini che ogni straniero riparte confidandomi la nostra spiccata inospitalità, il nostro odioso quanto ridicolo sentirci al centro del mondo e vivere di fatto in un piccolo borgo con tutte le sue serrature mentali, sempre a ripeterci la cantilena di nonna e zia sul nostro glorioso passato. Ma non va detto: si diventa disfattisti. Troppo cinici. Svilenti. Perché farsi autocritica è quasi un reato, tanto che a forza di non peccare a dirlo, evidentemente non siamo cambiati.
E allora diciamolo ancora che dentro le mura è bella, non s’avesse a sapere; me ne ero accorto anch’io accompagnando amici d’oltralpe e d’oltre oceano per l’itinerario di Brunelleschi. E che dire dei suoi “colli per vendemmia festanti e delle convalli popolate di case e d’uliveti”? Che la sua campagna è stupenda. Che siamo pieni di meriti e Marchionne ha detto una grossa bischerata, più che scrivo e più dovrò convincermene anch’io che siamo e saremo per sempre una grande città. Io li vedo i geni dei nostri maestri nel nuovo quartiere di San Donato, particolarmente evidenti nel segno degli arconi e dei quadroni dell’omonimo centro commerciale. In altre città fa Renzo Piano ma noi siamo ganzi e gli architetti come Isozaky li prendiamo democraticamente per i fondelli, forse perché un po’ ci piace il Geometrone del paese intrallazzato con quello del Comune e un po’ ci piacciono i dettagli che citano anacronisticamente la nostra bicromia romanico-albertiana. E ci garba il cotto dell’Impruneta, la nostra tradizione che, comunque, è meglio. Le pezze. Le soluzioni provvisorie o mai prese per decenni. I progetti abbandonati da un’eternità. E allora…grande Firenze! Forza Fiore! Juve e Pisa? Merde.

Strappo il cuore del post e ancora pulsante e grondante di sangue ve lo metto in mano chiedendo:

la Firenze rappresentata nel quadretto dei twitts, da ragione o torto a Marchionne?

E’ quanto ho pensato leggendo questo articolo

Romani, correre a firmare

QUANDO HAI FINITO DI RASSETTARTI DI PRIMA MATTINA, ALLORA BISOGNA RASSETTARE CON LA MASSIMA CURA IL PIANETA (capitolo V- Il Piccolo Principe)

di Egle1967

Dovete perdonare i toni , forse troppo concitati, ma c’è una faccenda in questi giorni che mi sta a cuore, una domanda alla quale posso darmi diverse risposte, ma non mi piace parlare da sola, e quindi ve la giro.
Perché quando ci viene data la possibilità di “partecipare” alla politica, non lo facciamo mai?
Per lo stesso motivo , forse, per cui ci piace tante urlare poi nelle piazze o davanti ad un televisore,o al bar con gli amici, concludendo che tanto non cambia mai nulla?
E come possiamo chiedere ai rappresentanti politici di render conto ai cittadini del loro operato, se noi siamo i primi a non chieder conto a loro, e a non esprimere cosa vogliamo?
Sto parlando degli otto referendum di Roma.
Apporre la propria firma significa chiedere che vengano messi in discussione temi che di solito non vengono affrontati dai politici, occupati a cercare solo di mantenere la loro poltrona sotto il culo, con giochetti di formazioni elettorali che neanche i vesuviani capirebbero.
Le possibilità che offrono questi referendum sono quelle di spingere la politica a esprimere un opinione e, soprattutto, consentire ai cittadini di esprimere la loro posizione, individualmente e non attraverso una rappresentanza politica che crea “volonta’ popolari” inesistenti.
Stiamo sempre a lamentarci di esprimere un voto senza aver avuto la possibilità di approfondire le posizioni su molti temi cruciali, per poi scoprire che le reali intenzioni dell’eletto non rappresentavano affatto il nostro volere….ecco, appunto , il nostro volere…ma sappiamo veramente cosa vogliamo? Oppure siamo quelli che aspettano di vedere cosa fan gli altri, per poi dire che non ci va mai bene nulla, quando, purtroppo, davvero non possiamo più fare nulla?
Perchè questi referendum darebbero la possibilità di scegliere il prossimo sindaco sulla base della fiducia che sarà in grado di ispirare, darebbero la possibilità ai cittadini romani , di esprimere chiaramente cosa vogliono.
Senza contare che, i risultati di un confronto, che si avrebbe qualora questa primavera si andasse a esprimere la propria opinione,, avrebbero un impatto su tutto il territorio nazionale.
Devo dedurre che non sappiamo più cosa vogliamo?O semplicemente non speriamo più che qualcosa possa cambiare in meglio?O forse, che tutto sommato vale per tutti quel detto romano che dice….” Si nun sei re, nun fa’ legge nova e lassa er monno come se trova”?
Ecco, mi piacerebbe sapere cosa pensano quelli che ancora non sono andati a firmare.
Sapere perché non sono andati. Posso immaginarmelo, ma preferirei saperlo.

Roma conta circa 2, 5 milioni di abitanti , di cui 2 milioni maggiorenni.
Servono 50.000 firme perché questi referendum possano essere proposti.
Mancano , più o meno, 10.000 firme. E non c’è più tempo. Il termine è il 15 Ottobre.
I quesiti sono questi:
1. Il primo quesito riguarda il tema della mobilità. L’obiettivo della proposta è di ridurre il traffico privato nel centro storico, anche per consentire ai mezzi pubblici di essere puntuali. Si propone la creazione di corsie preferenziali protette, la trasformazione dei treni pendolari in linee metropolitane e la creazione di piste ciclabili.
2. Mare. Si propone il libero accesso dei bagnanti al mare e un riequilibrio al 50% tra spiagge libere e attrezzate.
3. Registro dei testamenti biologici. Si propone l’istituzione di un registro comunale dei testamenti biologici per raccogliere le disposizioni, in maniera anticipata, dei trattamenti sanitari che ognuno vuole per sé.
4. Famiglie di fatto. Si chiede la rimozione delle discriminazioni nei servizi e nelle attività del Comune, sia per le famiglie sposate, sia per quelle eterosessuali e omosessuali.
5. Libertà di scelta nei servizi alla persona. Si chiede di estendere i bonus per utilizzare nei servizi affidati alle strutture private, come asili nido e l’assistenza per gli anziani e disabili, a tutte le famiglie.
6. Ambiente. Si chiede al Comune di modificare il Piano Regolatore Generale (PRG), cioè il piano che regolamenta l’edilizia della città, per rallentare il consumo di suolo con nuove costruzioni, per un recupero «qualitativo ed energetico» del patrimonio esistente.
7. Rifiuti. Si chiede di migliorare la politica attuale di smaltimento dei rifiuti e di aumentare la raccolta differenziata, soprattutto quella porta a porta, e di diminuire l’utilizzo delle discariche, soltanto per i rifiuti trattati.
8. Riduzione dei costi. Si chiede di abbassare i costi dell’amministrazione azzerando i Consigli di amministrazione delle aziende municipalizzate, affidando tutte le funzioni a un amministratore unico.

Direi che vale la pena di darsi una mossa!

di Egle

Invito anche a leggere il post di Giuseppe Armando

Il website dei referendum

Birre in posizioni provvisorie

Un tizio tutto italiano, con la testa tra le nuvole, entra in un baraccio piuttosto che in quello accanto, perché lì la Ceres è fresca e a dare il resto dietro al banco c’è una tipa tutta cinese, dagli smalti sgargianti ai capelli virati in wengé, in luogo del robusto droghiere del fondo accanto. Scusiamolo. Già mentre attraversava la piazza assolata, il tizio, aveva la faccia di quello che non capisce perché in Italia la birra non si debba servire gelata e di chi sta per salire una scaletta a pioli di alibi. Dentro c’è lei, poi, per un raggio di decine di metri ogni cosa intorno è brutta. Gonna in plastica tagliaculo, maglie a rete bianche, rosse o nere a seconda di quando, tacchi a spillo e specchio, guanti e avanguanti retinati (talvolta), trucco shinnysilverhighlights e cappellino summerspritetime…fate voi, a vostro gusto e gradimento. E, fondamentale, cuoricino multiflares appeso al collo che quando si piega le dondola fuori fuoco sotto il mento, scintillando di lato al nostro tipo. Fuori fuoco non per questioni di distanza focale, eh?, ma perché lui sta cercando di mettere a fuoco solo la birra più fresca spostando bottiglie nel frigo. Guardate com’è impegnato a mettere birre in posizioni provvisorie sulle mensole grigliate del refrigeratore, per trovare in fondo la più fredda. Eppure, secondo me, è un’essenza falsa la sua, da lei, perché sa che la differenza di temperatura delle birre dentro un frigo quasi sempre chiuso, diventa effimera nel caos termico che fuori ribolle. O è grullo, e ce n’è pieno, o quello c’ha la cinese per la testa, sapete? fuori fuoco, di lato, a modo suo c’ha la cinese per la testa e non lo da a vedere. Non le birre. E lo sa anche lei che le birre nel frigo quasi sempre chiuso hanno la stessa temperatura e, per l’appunto, sa anche di essere l’unica cosa che in un intorno ampio e indefinito splende. Sussiste tra i due, almeno in potenza e se lui c’è tutto, la consapevolezza di cosa ingombri non solo i pensieri di lui, ma tutto quello spazio sbordando in piazza. Il brutto tipo – sì, perché non è una bella figura – guadagna tempo con quel suo fare troppo indifferente, per godersi la sua presenza. E’ il suo momento di borghesia, il suo aperitivo solitario consumato nel sceglierlo e nel pagarlo. Sarà quell’assenza quasi forzata di comunicazione che persiste immutata da anni che forse, in qualche maniera, lo diverte. Quella mancanza d’interesse impossibile da risultare ipocrisia spicciola che lo porta a percepirla senza che lei se ne accorga, apparentemente. Che la porta al nulla perché, per lei che è vispa, non è altro che un cliente che sottostima il fabbisogno di aperitivi al supermercato. Lui nasconde invadenza, a guardarlo meglio: entra nella sua vita spingendo la porta di alluminio e le gira intorno spostando bottiglie in frigo, osservando dettagli del suo viso e delle cose che ha di fronte riflesse nel vetro dello sportello, tra cui lui stesso e un altro tizio stante in fondo al fondo a puzzare illegalmente di fumo. E lui davanti alle mani di lei che allargano il sacchetto pensa che alla sala giochi e a quella delle carte sul retro sia andata bene, in fatto a mani che le toccano. Lei sfoglia il resto dal cassetto della cassa e il suo toccare le cose che ha intorno a lui sembra un po’ indecente. Ma a guardarlo più da vicino, già che ci siamo, mentre riattraversa la piazza con la Ceres nel sacchetto, s’intuisce che il tizio sorridente ha fantasie oscene. Fantastica di assalirla e metterla contro un muro del suo baraccio per chiederle di raccontarsi, già che il paesaggio su cui si affaccia la sua presenza come una lingua di luce in un mondo buio, al posto suo, a lui farebbe paura.