Adesso e nell’ora della nostra morte

Un po’ d’aria si è mossa a scaldare gocce di brina dai roseti, tardiva. Minuscoli specchietti svaniscono e s’intravede tra i più che restano liquidi tesi, la trama del fiore girando il tuo libro pagina dopo pagina, davanti a un ventilconvettore acceso per la circostanza.
Sono intontito come uno che esce da una polverosa rissa di carezze e sprangate, che non sa se precipitasi al pronto soccorso, con bollino rosso per frattura dell’area temporale assicurato, o restare attonito a cercare di sciogliere i restanti riflessi delle lenti d’acqua, piegati come aste snelle collassate per carico di punta da un’aberrazione sferica esasperante. Sono stravolto dal tuo splendido libro, comprenderai. Permeabile come il cotone a un velo di rugiada che su un petalo in un rivolo condensa, per indole, mi disseto: e sono in fondo a una colonna bianca delle duplici cascate di Ajora. Grazie Samuela. Non acriticamente voglio queste forze compiano lavoro, determinino un cinematismo progressivo del mio corpo non rigido, non vincolato. E sarò corrente teso di una reticolare isostatica ardita una volta messo a posto, un suo elemento; oltre lo snervamento mi allungo in campo plastico per te, all’infinito, e levo ore al sonno. Altrimenti è il collasso e l’azzeramento degli sforzi, ed è la gravità a fare allora il suo lavoro, lasciando di travi di ferro cataste a terra.

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