Dove li metteresti tutti i detifosizzati?

Tempo fa si parlava di calcio, o meglio di tifo, e devo dirti di essermi allora risparmiato una domanda in quanto delicata: tutti i tifosi che la domenica affollano gli stadi, dove li metteresti se capissero che il calcio è una stupidata? Se diventassero tutti come te, quale spazio troverebbero per realizzarsi? E se i Giulio si moltiplicassero fino a riempire la curva di uno stadio e cercassero posto nelle biblioteche? Se si evolvessero anche tutti quelli che giocano a flipper nelle ricevitorie la mattina, o a poker elettronico nelle sue infinite varianti sonore, con le giacche multitasca da pescatore lise e puzzolenti di fumo, cosa potrebbero fare? Che il calcio serva al potere è una consapevolezza antica, a distrarre, comprimere, nascondere; eppure percepisco un paradosso strano e fastidiosamente incoerente con il mio desiderio di crescita e condivisione globale, in un pensiero che detesto, che non trovo bello anche se è naturale: a me il calcio non da nessun fastidio, anzi, ho piacere che il calcio esista, anche se intimamente, per quello che veramente sono e sento, non vorrei provare questa egoistica sensazione. Mi torna leggermente comodo perché le strade la domenica sono più silenziose, e mi allargo dicendoti che tutti ballerini, violinisti, avvocati e scrittori non possiamo essere, perché qualcuno dovrà occuparsi di aggiustare i tubi, e credo che le nuove generazioni dovranno abituarsi a tornare ai lavori che un tempo erano tipici delle classi sociali meno abbienti, pur sapendo molto di più di quello che noi sappiamo. Non c’è lavoro per le meritate aspettative dei laureati che si stanno producendo, non c’è per noi, e dovremo serenamente abituarci a tornare ai mestieri, ai lavori di scarsa gratificazione mentale e reddito, pur essendo tutti sempre più colti.

Non saprei se il problema delle nanopolveri derivi da carenze normative, o dall’incoscienza dei gestori degli impianti che eludono le soglie di guardia lucrando da una produzione più inquinante, in ogni caso mi pare tu ne faccia una questione d’informazione e di opportunità di venirne a conoscenza. Pensavo che il problema non fosse così grave, sebbene debba riscontrare che i morti di tumore sono tanti, anche se speravo interessassero fasce di età più alte. Non sapevo che la causa principale del cancro andasse cercata nelle emissioni industriali, casi singolari ed estremi a parte; avrei piuttosto pensato al fumo e alla cattiva alimentazione come cause di malattia più frequenti.

Nelle città dovrebbero esserci le centraline di monitoraggio che informano le autorità sui livelli di inquinamento. Pensi che a Brescia siano taroccate? Oppure sostieni che tutti siamo esposti più di quanto pensiamo, nell’inconsapevolezza che sto dimostrando?

Sono costantemente sorpreso da come le cose vadano male, e certo sarebbe facile attribuirmi l’aggettivo di pessimista, che propongo però di contrapporre positivamente ai falsi ottimismi che servono al potere e alle sue facce sorridenti. Passano i decenni e nulla nella sostanza è cambiato. Le cose hanno tempi millenari.
Per fare un aeroporto che possa chiamarsi tale, nella mia città, sono occorsi più di trent’anni di sprechi, indecisioni, e diatribe, e a guardarlo adesso mi sembra poco più che una baracca abusiva, con il nucleo originario in lamierino in stato di trascuratezza che, se bene sia rimasto un po’ in disparte, è stato nel tempo ampliato un po’ come quando nasceva un figlio nella casa colonica, e costruiva una nuova stanza il contadino.

Non riusciamo a fare le cose pensandole per il futuro, e troppo spesso ci limitiamo al soddisfacimento delle esigenze attuali, e questo credo comporti a lungo termine, pesanti diseconomie.

Ma come??? Vai a fare un aeroporto – un aeroporto, Samuela! – e non fai un piano previsionale di traffico pensando ai volumi di domani, non adotti un linguaggio architettonico coerente e unitario nelle sue componenti, e prevedi un’infrastruttura già sottodimensionata dopo pochi anni? Così è stato, e Dio solo sa quanti soldi saranno stati buttati via, se non altro in riunioni tra irresponsabili, perché è l’impunità il nostro tumore.

E pensare che si vive in un mondo dove il tempo è quasi tutto ed essere veloci nel decidere e realizzare, è di fondamentale importanza per la produttività di qualsiasi investimento, soprattutto per le infrastrutture, ma anche per le leggi, la Giustizia; se impiego 10 anni a decidere se serva il tram o la metropolitana, ho perduto una marea di soldi, ovvero quelli relativi al valore sociale che la stessa avrebbe avuto in condizioni operative per un tempo così lungo, in termini di benefici mancati alla collettività. No, a noi servono i tempi astronomici per decidere e fare le cose, tanto chi paga siamo noi. Ho lavorato per un ente pubblico una sola volta, di quelli come tanti e come me, con le pezze sul sedere, e sono stato dentro certe inefficienze, toccando il motivo per cui viviamo in un paese senza speranza, e lo dico precisando che quando smetteremo di sorridere e credere nel valore dell’ottimismo, perseverando a dispetto di ogni evidenza, e si capirà che occorre dirsi la verità sulle cose, allora, forse e se saremo in tempo, potremo parlare di futuro. Odio gli ottimisti gratuiti che girano la pancia dove non c’è che aria a sostenerla.

Tutti onesti, ne sono quasi certo, gente di paese, immacolata, Samuela.

L’intenzione di ristrutturare una fabbrica in stato di fatiscenza, di pertinenza ad una scuola, si perde nella notte dei tempi, ma posso dire che l’incarico di progettazione mi ha visto a più riprese coinvolto nell’arco di un decennio, talvolta solo, altre volte insieme ad altri colleghi. La prima ero intervenuto su un progetto già esistente, interrotto chissà per quale motivo: non avranno avuto soldi, sarà cambiata la giunta, avranno cambiato idea, ma qualcuno ci aveva già lavorato e certo il suo tempo sarà stato onorato. Prodotto il primo progetto, vengo onorato anch’io, poi nessuna notizia per anni. Ogni tanto, però, suonava il telefono e il progetto “ripartiva”, veniva prodotto, nuovamente onorato e si fermava, poi silenzio e oblio per altri anni ancora, forse perché non avevano i soldi, forse perché sarà cambiata la giunta o avranno cambiato idea. Poi, risuonava il telefono e “ripartiva, ma stavolta alla grande”, veniva riprodotto e rionorato, e si rifermava ancora, l’ultima volta “pare” per sempre.
Ecco i nostri soldi, perché non si pensi che basti essere immacolati. Ogni giro d’inconcludenza ci è costato di oneri professionali il 10% del costo dell’opera che volevano realizzare. Per farti il conto della serva, la loro incapacità e leggerezza ha bruciato dalle nostre tasche il 50% del valore di un’opera mai realizzata, perché non avevano soldi o era cambiata la giunta, e comunque, pare che alla fine abbiano cambiato idea veramente e radicalmente: hanno deciso di fare un’altra cosa. E il bello è tutto così normale. (i numeri esprimono solo un concetto)

Ma non ci sarà mai certezza che sia veramente morto e sepolto, non è detto, sai. Potrebbero sempre chiamarmi e dirmi che “il progetto riparte, e che questa volta si fa davvero”, o perché è cambiata la giunta, o perché hanno trovato i soldi, o perché…

Che poi ricordo l’incontro con il tecnico comunale, il geometrone di grande esperienza, con cui abbiamo buttato giù i prezzi dei lavori del mai, relativi alla quarta e penultima versione del progetto, ma volevano farli a tutti i costi, i lavori, spendendo circa quanto potresti spendere per rifarti l’appartamento. “Sauro, con questi prezzi le imprese non ci stanno. Come fanno a fare gli intonaci a 10 euro? Dai! Non hanno margini.”
“Tu sei un ragazzo, guarda: 8 euro. Ora ti faccio vedere io come si fanno quadrare i conti.” Faceva il bene della collettività, capito?
Ha abbassato tutti i prezzi del nulla fino allo strangolamento delle imprese del mai, Gano, ma non ce l’ha fatta nemmeno lui nonostante i tagli più raccapriccianti, e mi sono chiesto il motivo per cui mi avessero fatto progettare qualcosa che non avevano fondi per realizzare. Perché si deve sempre spendere il meno possibile ed essere micragnosi, con le conseguenze che questo comporta. Io dico: metti meno cose nel bilancio, ma fai opere belle e durature, arricchisci il territorio; se non hai soldi per le altre, cerca di non farle.

La colpa è della politica insensibile al valore del denaro, in quanto non suo, non guadagnato, e di questa mania di protagonismo per cui chi arriva deve glorificare il proprio io a carico nostro, cancella il lavoro e i progetti iniziati dall’altro cui è subentrato. Grazie per il tuo meraviglioso spazio.

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10 thoughts on “Dove li metteresti tutti i detifosizzati?

  1. Non è colpa del calcio, verissimo. Ricordo una telefonata alla radio. Raccontava quando, da ragazzo, anni ’30, andava a veder giocare la Roma, la sua prediletta. Prendeva il tram per giungere allo stadio, e sopra incontrava i giocatori. Una volta il capitano teneva dei lunghi rotoli in mano. Ecchessò, gli chiesi, raccontava e quello: ma sai, ho promesso ad un amico che, dopo la partita, vado ad aiutarlo a mettere la carta da parati a casa sua.
    Ecco, erano tifosi anche quelli, ma non resi acefali come oggi da fiumi di potere, sotto la forma più semplice: il denaro, che li ha sradicati irreversibilmente dalla realtà, dall’esistenza dei mortali, nati da donna e destinati a soffrire moilti mali.
    Perché allora la degenerazione del potere non usava ancora il calcio come oggi. Iniziava appena a capire l’importanza della radio per crearsi consenso, ed Hitler, infatti, aveva puntato sulla tv. La Phonola aveva già messo in produzione televisori a prezzi popolari ( o forse Telefunken) ed erano stati già programmati i palinsesti, ma, per la fretta della guerra lampo, c’erano statie urgenze più impellenti.
    Bello lo svolgimento del post. Poetico direi. Metti a fuoco aspetti diversi di società, correlati alla tua esperienza professionale ed intrisi da mestizia, per lo sperpero che risulta addebitato alle sofferenze, ai sacrifici degli onesti, gente di paese… italiani, brava gente.
    Ma che non è informata e non trova il modo di farlo. Si accontenta delle polpette avvelenate che gli elargisce il potere. Così è sempre nel falso, ingannata senza aver il dubbio di esserlo. Che le cose non vadano bene lo percepisce, ma sulle cause…. la nebbia. E nella nebbia prendono consistenza le ombre, quelle dei nemici, i colpevoli dello sfascio, come li blandisce il pifferaio di turno perrennemente indottrinante dagli schermi di Hitler. E lui, generoso, si scaglia contro, a testa bassa. Non bisogna far prigionieri e, da tifoso perfetto, non ha dubbi: al mondo solo quelli della mia squadra e poi, tutti gli altri, i nemici da abbattere.
    Ma gli italiani brava gente non sono immacolati. Sono vittime, ma consenzienti, anzi, collaboranti coi loro carnefici. Non che siano stupidi, solo ottenebrati. La fame di potere, in genere in forma di denaro, li rende incapaci di vedere altro, di ascoltare, di pensare. L’unico obiettivo è soddisfare il proprio egoismo, il resto non conta. I romani, quelli antichi, hanno costruito strade, acquedotti, che ancor oggi resistono, intatti e funzionanti. Roma, se non fosse per la Cloaca Massima dei re etruschi, sarebbe un mare di merda non solo metaforica come è. Perché: tecnologia avanzata? No,solo volontà di fare le cose bene, per durare, perché oltre me, oltre noi contemporanei, ci sono e ci saranno gli altri. Oggi gli altri sono solo i polli da spennare, i fessi che servono ai furbi per fare la vita pacchia, appropiandosi del frutto delle fatiche altrui.
    E quando diverranno detifosizzati?
    Dovrebbero diventare tanti Giulio, andare in biblioteca, sentire amore per il sapere, la gioia di scoprire la realtà, la curiosità che entusiasma la ricerca. Dovrebbero amare l’uomo. il loro genere di appartenenza. Dovrebbero… ipotetica del III tipo.
    Ma la speranza che nutriamo è attiva, non passiva: spes contra spem. E’ la speranza del voler sperare, per essere il cambiamento che si vorrebbe vedere realizzato.
    Col tempo, magari, lo sparuto gruppo si rimpolpa, la reazione a catena si innesca e, di colpo, tutti capiscono come la vita sia meravigliosa se sostenuta dalla solidarietà dei fratelli.
    Col tempo….tra qualche anno….luce.

    • Grazie per gli apprezzamenti, Giuseppe. Condivido tutto fino a quando dici che dovrebbero diventare tanti me :), ma poi, cosa succede? Era questa la domanda: quale ruolo dai a queste masse nel sistema produttivo? Dove li metteresti i branchi di detifosizzati? Quale lavoro faresti fare a una popolazione costituita solo da intellettuali consapevoli? Il sistema prevede che ci sia un potere in netta minoranza e dai contorni indefiniti e un popolo di braccianti che segue il dettame mediatico, non osserva che la burocrazia ci tiene impegnata la mente, come il calcio, o più probabilmente lo sa ma è impotente. Si deve essere impotenti e costretti all’assuefazione. Bisognerebbe scardinare le fondamenta del sistema socio-economico e ridisegnarle dopo aver fatto ordine nella scala dei valori, ma mi sembra una strada lunga. E’ più facile che avvenga ciò che dico nel post e che in fondo sta accadendo a me, cioè una trasformazione del nostro modo di concepire il lavoro, da teatro dove recitare la nostra realizzazione personale e costruzione del’io, spesso a discapito di altri con antagonismo tribale, a opera di altruismo da compiersi in gruppo che costituisce il contributo al sistema, mentre si relaziona e si lascia il nostro segno in ambiti diversi da quello lavorativo e soprattutto si smette di identificare se stessi nel lavoro e nella famiglia, cercarsi in altro, non nelle cose che si comprano; i poveri non hanno alternativa, devono trovare se stessi con cose naturali, sono fuori dal costruito.
      Internet offre le partite di calcio e il porno, ma anche l’alternativa: passa la luce dalle ampie lesioni che genera sul potere, che se hai gli occhi e non sei proprio una talpa, puoi guardare il sistema dall’alto. La tecnologia della comunicazione ha fatto entrare lame di luce nelle camere oscure e questo credo sia determinante.

    • Non è giusto che il luogo di nascita e le condizioni socio-economiche influiscano così tanto sulla qualità della vita delle persone, in termini di possibilità di accesso alle opportunità e alle risorse; milioni di esseri umani vivono la loro esistenza nell’impossibilità concreta di migliorare significativamente la propria condizione di vita. E chi nasce bene, nel contesto rigoglioso, si consola facilmente considerando questa ingiustizia un fatto del destino, così è la vita, invece di cimentarsi per accorciare il divario. Il denaro ha troppo valore, perché lo hanno le cose materiali, così il successo e la ricchezza ne sono intimamente legati, come coinvolte nel giro d’ipocrisia aspirato dal ciclone sono le relazioni troppo spesso interessate, “devo invitare Claudia perché potrebbe essermi utile”, gli scambi di favori, i doni, l’assegnazione dei ruoli. Persino l’amicizia non si sa più bene cosa sia, confusa facilmente con la fedeltà, con il favoreggiarsi reciproco. Non c’è più o sta sparendo il mondo in cui ci sia aiutava a fare i lavori in casa, oppure economicamente prestando denaro e sapendo di correre il rischio di non vederlo più e di dover rinunciare a qualcosa.
      In questo meccanismo non vanno avanti i migliori, i saggi, ma gli abili nelle relazioni sociali, i brillanti, gli incantatori. Si genera una corrispondenza biunivoca tra relazioni sociali e risorse economiche, nel senso che si portano l’un l’altra e sono interdipendenti. Costituiscono questi due fattori lo scheletro del potere a qualsiasi livello, dal micro potere nel sottoinsieme aziendale, a quello in scala planetaria. Copio dal mio racconto dell’Etiopia “Se l’Europa fosse un uomo, gli Stati Uniti un altro e l’Africa un terzo, poi la Cina, la Russia, e s’incollasse al mappamondo soldatini alti quanto contano gli stati nel panorama globale, ditemi se la partita che sta facendo la tribù del pianeta terra è degna degli umani?” In fondo l’interesse verso le cose materiali diventa una forma d’infantilismo quando prevalica quello per gli altri, così la nostra specie risulta immatura in rapporto alle sue potenzialità, come stessimo vivendo un secondo medio evo agli occhi di chi verrà; ci vuole tempo, Giuseppe, a questo animale cerebrato ancora in erba, che ha impiegato 2 milioni di anni per camminare in equilibrio su due arti e ne sono occorsi una diecina perché potessero farlo i robot: “Quando gli studiosi di robotica iniziarono i primi tentativi di imitare l’andatura di uomini e animali, scoprirono che era incredibilmente difficile; era richiesta una capacità di calcolo molto superiore a quella disponibile all’epoca. Così si diede enfasi ad altre aree di ricerca.” (Wikipedia – Robot).

  2. Dove li metterei i branchi detifosizzati? Esattamente dove sono, cambierebbi solo la loro consapevolezza, la capacità di conoscenza. Io, per es., pur continuando attività di medico, investo quasi tutto il mio tempo per fare il contadino, attività faticosa, impegnativa sul piano fisico ma per nulla facile, per nulla meno impegnativa nella sfera cognitiva.E’ frutto di una scelta consapevole che mi fa sentire più direttamente integrato nell’Universo. E cosa succederebbe se il mondo fosse popolato da branchi consapevoli e capaci di informarsi? Semplicemente l’attuale sistema di potere non potrebbe più continuare ad essere. Cambierebbe tutto solo se cambiasse il livello di consapevolezza dell’uomo. Perché capirebbe che fregare il proprio simile non è utile, anzi. Cambierebbe il modo di cercare la felicità, non più in un insaziabile inseguimento di bisogni imposti, ma nella realizzazione della pace, della propria serenità, condividendo speranze ed impegni con gli altri, sapendo di poter contare sulla reciproca cum-patione.
    La vita servirebbe a realizzare se stessi, progredendo coi propri simili e non ci sarebbe più distinzione tra lavoro e distrazione: io, con la vita che ho scelto, sono anni che non faccio ferie, ma semplicemente perché sono sempre in ferie. Gli strumenti, internet per es., servono, anche molto, ma possono essere altrettanto negativi venendo utilizzati non per liberare ma per asservire. Dipende solo dalla scelta dell’uomo, del singolo, di tanti singoli, e la scelta è sempre la stessa, invariata dai tempi in cui avevamo appena scoperto la tecnologia di lavorazione dell’ossidiana, e ci si ripropone ogni giono, ogni momento: la scelta tra l’amore e l’egoismo.

    • Dipende dalla scelta dell’uomo e dunque dai media che gli propongono il mondo; leggi Egle se non l’hai già fatto.
      Ci sono anche realtà molto difficili, in cui non è facile essere sereni e trovare la pace, perché le difficoltà che ti vengono in contro hanno effetti dannosi e concreti. Non ci dimentichiamo che comunque dobbiamo vivere in una società che si fonda sulla moneta e con quella ci dobbiamo rapportare. Vediamo le cose da punti di vista molto vicini e mi fa piacere condividere i tuoi argomenti. Sono convinto che una presa di coscienza collettiva sia l’unica strada. Bisogna chiudere l’era dell’Homo Sapiens che fa ancora scelte di fondo sbagliate. Homo Erectus, quanto è durato?

  3. L’avevo scritto in un mio post che l’homo sapiens era stato soppiantato, oggi, dall’homo furbissimus.
    Sulla moneta si fonda la società attuale ( da millenni) imperante. Ma nulla ci vieta di assumere una scala di valori diversi, a livello individuale. E non è uno sdoppiarsi schizofrenico,; è , semplicemente, un ricorrere ad uno spirito critico e di consapevolezza ipertrofico. Certo, occorre coerenza: se si rifiuta la scala dei valori di Mammona, poi non possiamo adottarla…ma solo un momento, quando ci fa comodo. Allora si che saremmo schizofrenici veri.

    • L’Homo Sapiens ancora Furbissimum è solo un ramo dell’albero evolutivo, l’ultimo rimasto di un delta articolato di ominidi sfociati tutti nel mare dell’estinzione. Sapiens perché ha la facoltà di modificare il mondo e non solo di adattarsi alla realtà, di interagire con essa, ma è ancora incapace di superare il proprio ego intorno a un ragionamento razionale quale è l’amore; è quanto in essenza dico nella poesia che vi ho chiesto di commentare, che descrive la nascita di una nuova specie umana dalla nostra, ridotta a vivere in un mondo arso dai valori fuori posto: l’amore finalmente lucido, maturo come il pianeta, che vede bene e chiaro fino in fondo.
      Homo Sapiens Furbissimum ha convissuto con quello neandertaliano; mi fa un certo effetto immaginare che i nostri antenati abbiano relazionato con un’altra specie umana prima che si estinguesse: in Europa c’erano due uomini, il Sapiens e il Neanderthal. Perché, adesso che sappiamo salvare solo l’evoluzione, non allunghiamo il passo? Non ci siamo evoluti in tempo per salvare i nostri i nostri cugini di Neanderthal che si sono estinti ieri, a un passo dal volo del genere umano che rischia di andare in stallo se continua ad essere più rapido lo sviluppo del progresso, leggevo ieri nel tuo blog quest’ultimo pensiero di Pasolini prima che le cose da fare mi distogliessero per la terza volta l’attenzione, Giuseppe.


      http://it.wikipedia.org/wiki/Evoluzione_umana

  4. E’ un piacere leggervi!
    Dite cose che condivido, entrambi.
    Non credo ci si debba porre la domanda di dove mettere tutti questi tifosi, come organizzare la distribuzione dei beni, del lavoro e dei soldi. Credo che avverrà questo in maniera naturale come conseguenza ad ogni scelta compiuta dall’uomo. Come lo è oggi, del resto. Quello che a mio avviso, manca è la consapevolezza a sè stessi e quello che ci circonda. Un tipo di attenzione che nn puo’ essere solo razionale, ma anche emotiva , occore “sentire”.
    Si idolatra il denaro, perchè da potere e il potere serve per assicurarci il denaro che abbiamo e che avremo…e per fare che? Perchè il punto è questo, io credo. per fare cosa? Il problema non è il denaro in sè, ma la mancanza di valori, di umanità, e l’informazione/cultura necessaria perchè si compiano delle scelte volte ad aiutare /ci. Spesso il denaro viene demonizzato, a volte banalizzato, e spesso da chi ne ha in sovrabbondanza.Non è di certo il segreto della felicità, ma puo’ mettere nelle condizioni chiunque di accedere a quella condizione minima perchè possa pensare non più solo alla sopravvivenza (sacrosanta) ma al progresso dell’uomo.E questa condizion minima è ancora troppo assente nel mondo.
    Se volete il denaro puo’ essere un simbolo di fiducia. il denaro appare sempre come diabolico, ma se ci pensate un attimo, se pensate a come è nato, vi troverete di fronte ad un atto di fiducia.Perchè è proprio grazie alla sua natura simbolica e astratta che si manifesta la fiducia: se io ti vendo un oggetto in cambio di una banconota fatta di carta vuol dire che scommetto sulla tua onestà, che credo in una connessione sconnessa dagli oggetti. Oggi il simbolo è diventato Dio, perchè non crediamo più alle nostre infinita capacità di dare valore a qualcosa che non riusciamo a vedere….E’ come quello che smette di fumare perche gli mostrano la radiografia dei suoi polmoni, mentre se non l’avesse vista, il pensiero debole dei suoi polmoni sarebbe svanito nel “non visto, non so , non c’è.
    E la fiducia è un valore fondante di tutte le relazioni che noi oggi abbiamo perso, cercando di mettere al sicuro il nostro vivere, il nostro sentire e barattando il possibile con il niente.
    C’è sospetto,diffidenza, paura…e se ci fermassimo un attimo su questa paura che regola tutti i rapporti umani al punto tali da modificarli, stravolgerli completamente? di cosa abbiamo paura? Cosa puo’ succederci di così irreparabile ( solo la morte lo è) da poter scegliere di disumanizzarci, da rendere tutte le nostre relazioni così vuote e senza amore? Dovrebbe essere quello che siamo diventati a farci paura e.
    C’è un valore affettivo, supremo, di fronte al quale tutti siamo concordi nel dire che non c’è un prezzo. E’ il nostro valore aggiunto, fondante per ogni tipo di relazione.Che cambia il senso ad ogni cosa.
    Senza dono, amore, gratuità, non viviamo l’esperienza di quelle dimensioni che rendono umane le nostre vite. Lo impariamo fin da piccoli. Il bambino allattato al seno appena fa esperienza di questo dono al punto che riesce a distinguere l’oggetto che riceve ( il cibo) dal dono della relazione. E preferisce la seconda. al punto tale che se manca comincia a rifiutare il cibo…penso anche all’anoressia…stesso meccanismo. C’è un niente che è potenzialmente un vuoto, che può rivelarsi un buco nero, oppure in un lampo impregnarsi di senso e di presenza. Diventare presenti, a noi stessi, per esserci nelle cose che viviamo. Presenti. Non è mai dato per scontato. Quello scarto da niente, che fa sì che ogni cosa si possa rivestire della nostra umanità. Imparare ad aggiungere ai gesti, agli scambi, alle cose, quella dimensione di dono e gratuità che fa la sostanziale differenza.
    In questo senso è importante trovare il tempo di riflettere su queste cose, e cominciare a provare ad avere fiducia .L’omologazione alla cultura dominante, a quello che pensano tutti, alla maggioranza silenziosa, é micidiale, ed uccide lo stesso futuro. Altrimenti, anche se vivi, siamo gia morti, e con noi é morta l’etica e la sacralità della vita.

    Spero che tu abbia in questi giorni di riposo dei bei giorni, Giulio.

  5. Sì, Egle, purtroppo il denaro e pressoché tutto. Sfuggono le porte che apre a chi è abituato ad averne quanto basta, e sfugge cosa comporti non averlo in una società che inconsciamente ti valuta in base al successo nel lavoro e al tenore di vita che puoi sostenere. Le persone ti ruotano intorno annusando le opportunità che puoi offrire loro. Gli altri sono gli amici. Non avere denaro limita quanto chi ne ha non può immaginare, soprattutto perché le opportunità di relazione diventano minime a causa dei loro costi diretti e indiretti. Devi entrare generosamente nel giro degli aperitivi, delle inaugurazioni e delle gite. E’ veleggiando che ho trovato amici veri e clienti, spendendo 3000 euro per esplorare via mare le piccole Cicladi, dove nei tratti di mare all’orizzonte e alla radio non c’era più nessuno tra un isola e l’altra e il Meltemi teso ci spingeva al lasco contro il sole. Lì, tra una selezione di vini piemontesi si costruivano relazioni. Tutti gli anni, da allora, di questi tempi il Comandante cerca il suo Ufficiale di Rotta scostumato, il suo architetto che segue fidandosi. Per me è un po’ atroce, più che altro non poterli più vedere nemmeno a Torino. Della vela m’importa relativamente Per quanto siamo diversi amo molto i miei amici leghisti che ogni tanto ci pigliamo in politica per quanto cerchi di evitare, e ogni anno insiste il nostro il Capitano un po’ giovane e spericolato, ma bravo, di spirito e di onore, a cercare prezzi bassissimi cercando di convincermi che costa poco più che restare in città.
    Quest’anno ha esagerato, il tuo collega amico mio e Capitano, Egle, ha trovato questo a 1200 € per 2 settimane:
    http://www.x-yachts.dk/seeems/11069.asp
    Ti lascio intuire le conseguenze, nel giro di qualche anno. Ogni tanto ti tocca ascoltare qualcuno che si dichiara sorpreso, che ti dice che basta osservare il battito di una farlalla per essere felici e accedere al mondo e agli atri, mentre ti mostra la collezione di armi da fuoco. Ecco, io gli darei una fucilata. Perché quando ho visto i poveri in Africa, mi sono limitato a cercare di comprendere lgli effetti della loro miseria sulle loro opportunità e l’ho fatto silenziosamente.

    Ma ogni tanto il mio ottimismo è gratificato anche se ferisce l’orgoglio anestetizzato. E mi cade qualcosa di fantastico dal cielo come è caduta l’Etiopia l’anno scorso: sarò a Maiorca per dieci giorni in eccellente compagnia, tra gente che mi piace sarò l’unico italiano.

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