I don’t absolutly like carpets

Avevo noleggiato una macchina per due settimane, quando in mezzo al deserto di sassi ti vedo un tipo che si sbraccia accanto a un’auto in panne con il cofano alzato, entrambi bianchi tranne la sua pelle. Senti che bel tipino era. Mi devo fermare nonostante la mia ragazza fosse perplessa, ma convergiamo rapidamente a un compromesso umano: ci fermeremo con i finestrini chiusi lasciando uno spiraglio e le portiere serrate. Capirai…la misura di sicurezza!
D’altronde, cosa fai? Lasci uno morire arrostito e disidratato nel deserto perché hai paura?
Corriamo il rischio.
Pareva Gesù Cristo correre in ciabatte, non ti dico altro, mentre da dietro raggiungeva la nostra auto ferma cento metri più avanti.
Mi chiede, restando a dovuta distanza per distendere la nostra apprensione, se potevo recapitare un biglietto al suo amico che gestiva il distributore di benzina poco prima della città che avremmo incontrato una cinquantina di chilometri più avanti, senti la furbizia, in cui spiegava la sua situazione chiedendo soccorso immediato. Sarebbero rimasti due bianche nullità terrestri, lui senza scafandro accanto al suo rover scassato, e cocenti in quello che pareva il paesaggio rovente di un pianeta troppo vicino alla sua stella e privo d’atmosfera, ma in attesa fiduciosa che il messaggio affidato a un altro astronauta in transito sul suo rover funzionante e climatizzato, sarebbe arrivato a destinazione.
Dopo aver trasformato la sua faccia come un camaleonte, nello spiegarsi, in quella di tutti i santi raffigurati fino a oggi, lo invito a salire a bordo, ma insiste a non voler essere di disturbo eccessivo.
“NOu friend, I don’t leave you here: come in! Don’t worry, I’ll take you there!”
Di marziano, oltre al paesaggio e al caldo, c’era l’assenza di qualunque anima o cosa che non fosse rettile o sasso, per distanze incommensurabili.
La mia ragazza teneva il broncio mentre otto settimi della sua vita giungevano amabilmente da dietro. Arrivati al benzinaio amico che gli scampanellii avevano smesso di assordarci i pensieri, per fartela corta, lo accompagno da un fratello comparso nel discorso al nostro approssimarci a destinazione, che viveva accanto a lui ad altri dieci chilometri di distanza e che lo avrebbe aiutato a recuperare l’auto, ma prima non avrei potuto sottrarmi al suo implacabile desiderio di riconoscenza e avremmo così fatto una breve sosta nella sua dimora, in un villaggio fiabesco dove mi avrebbe offerto un tè di ringraziamento.
Samuela: viveva in un negozio di tappeti!
Cioè, verosimilmente, ogni mattina, questo disgraziato raggiungeva per disperazione l’auto perennemente in panne su Marte, supportato da un complice, e aspettava come un ragno diurno il primo bischero in transito impigliarsi umanamente nella sua tela di cortesia. Non sopporto i tappeti perziani, mediorientali e nordafricani; mi piacciono quelli monocromatici, al limite tricromatici IKEA, che quando non ce la fanno più, li butti via, e via.
Ma non è finita: me ne hanno fatte di tutti i colori dei loro tappeti, i marocchini in Marocco, che nemmeno gli egiziani d’Egitto si sono spinti a tanto.
C’è infatti un secondo Messia ad accoglierci in piedi mellifluo e compìto davanti a un albergo nel cuore dell’Atlante, quasi stesse aspettando giusto noi, per dirtene solo un’altra, in un paese così remoto che quell’anno saremmo riusciti ad arrivarci io, la mia ragazza, e sì e no altri quattro esploratori arditi.
Arrivati davanti all’albergo scendo di macchina e scampanello subito bene bene dimenticando a pieno titolo i propositi sopra esposti:
“I don’t buy any carperts! I’m really sorry, but I don’t-absolutly-like-carpets!”
“Ma no caro amico, non essere prevenuto. Mi piace conoscere le persone. Sei romano?”  …..
Che ti metti a fare? Il tignoso? Il viandante irrigidito?
Aveva fame mi ha detto poi, mostrandosi strategicamente vero e sincero, e in fondo piaceva anche a me capire perché parlasse un italiano fluente, e conoscere i pensieri di una persona che viveva in un villaggio del medioevo tra le montagne d’Africa, e così lo avrei compesato generosamente e volentieri. L’ipocrisia ci poteva stare, ma i tappeti proprio no, basta! non dovevano esserci, e invece dopo essere stati in giro per il paesiello e a cena insieme conversando troppo amichevolmente, il giorno dopo ha osato aprirmi la porta del suo negozio di tappeti: l’avrei ammazzato.
Non sapevo cosa fare, cosa dire dall’imbarazzo o dalla rabbia, perché il napoletano ti frega senza mettere in campo i valori di fratellanza, di scambio culturale. Aricapirai, lo scambio culturale… gli ho detto quello che pensavo.
Il marocchino non ha pietà, credimi: ogni mezzo, parola, lingua, attitudine e ingegno sembra servire a vendere tappeti e solo tappeti e tappeti a qualsiasi costo.

Tra i tornati al ritorno mi sarei volentieri fermato con la macchina inchiodando all’improvviso in un impeto di esasperazione, e sarei uscito lasciando la portiera aperta avvolgere l’abitacolo di polvere, avviandomi sereno verso il ciglio petroso della strada.
“Fai la pipì?”
“No amore, mi dispiace.” tanto anche lei aveva la patente.
“Non stai bene, Giulio?”
E mi sarei buttato giù dal dirupo.

A coloro che leggendo questo racconto abbiano avuto la sensazione che io sia più o meno consapevolmente razzista, tengo a precisare che si tratta di un’esperienza vissuta e che qualsiasi proiezione sull’ideologia di chi scrive avanzata intorno alla mera descrizione di un evento, è priva di fondamento e dimostra che sono piuttosto questi inconsapevoli di subire l’influenza di un tabù, come è dimostrato dal fatto che non lo sono e tanto si evince con estrema chiarezza in tutti gli altri modesti contenuti di questo blog. La maggior parte delle persone è così satura di tabù di cui non è conoscenza, che risulta impossibile descrivere un comportamento negativo compiuto da alcuni soggetti appartenenti alle categorie più deboli, povere o emarginate, senza che i più pervengano a conclusioni non ragionate, superficiali e completamente sbagliate. Se avessi parlato di un viaggio in giappone descrivendo comportamenti orribilmente consumistici delle persone incontrate, nessuno sarebbe caduto in errore. Questa precisazione che mai avrei pensato necessaria, si è resa tale in seguito alle accuse di razzismo che mi furono rivolte quando questo brano fu pubblicato altrove.

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9 thoughts on “I don’t absolutly like carpets

  1. …e in fondo al dirupo, stavolta sì, un bel mucchio di tappeti!!!!

    Bellissimo! Sono a casa con la febbre, e un viaggio caldo alle undici del mattino è prprio quel che mi ci vuole!.

    Ps al ps: la non considerazione ANCHE dei difetti di altre persone o culture, quello sì che è razzismo; la capacità di riderci su è occhi aperti sul mondo (e se si ride anche di noi stessi, siamo salvi)

  2. Esatto. Su cui smorzare l’impatto rimbalzando ripetutamente sul soffice tappetame, per poi finire l’ultimo rimbalzo in piedi su una roccia adiacente, solo con un leggero giramento di testa appena squilibrante, ma divertito dalla fortuna. Grazie e tachipirina! 🙂

    Ps al ps al ps: lo è perché dimostra l’assenza di spontaneità nel rapporto con razze diverse dalla nostra, ponendole in una posizione di inferiorità tanto da non poter nemmeno scherzare intorno ai loro difetti. Come fossero esseri diversi; “questo sì che è razzismo” malcelato. Mi ha fatto piacere tu abbia capito e condiviso questo breve racconto e la mia giocosa irritazione.
    Vivo in una piccola chinatown senza che i cinesi e gli africani che la frequentano mi abbiano mai arrecato nessun disturbo, ma non per questo non vedo i loro pregi e difetti, come loro avranno visto i miei.

    L’autoironia è un atteggiamento ricorrente nel mio modo di raccontare, Lillopercaso; mi prendo sempre in giro.

  3. La maggior parte delle persone è così satura di tabù di cui non è conoscenza, che risulta impossibile descrivere un comportamento negativo compiuto da alcuni soggetti appartenenti alle categorie più deboli, povere o emarginate, senza che i più pervengano a conclusioni non ragionate, superficiali e completamente sbagliate.
    Niente di più giusto, il razzismo piuttosto è il mio, che non avevo idea esistessero i tappeti africani 🙂

    • Macché scherzi? Dalle mie parti c’è stato un boom del tappeto, in effetti persiano, qualche decennio fa. Tutti si pregiavano di averne uno in casa mentre fiorivano negozi di tappeti esotici seguiti da quelli di mobilame equatoriale in alternativa al modernariato tramontante, troppo usurato da occhi e mani. Oggettivamente sono belli se c’è una bellezza oggettiva, loro hanno la loro, però m’inquietano; sarà forse l’ingiustizia che rappresentano a prevaricare sul colore e sul segno? No, perché si trova dietro molte cose, Più facilmente sarà che sono lontani dal mio gusto. Non so se siano in uso in tutta l’Africa ma direi in quella mediterranea, sì. Ora mi fai venire dubbi…Di sicuro c’è pieno di tappeti che ci s’inciampa di continuo in Marocco, dicevo, ma vedrai che anche in Egitto e in Libia eccetera, anche a non cercarli si trovano.

  4. ma no dai! io mi sarei fatta una bella risata e via! E’ che alcuni c’hanno il commercio nel sangue…adesso capisco la tua avversione al commercio come arte di saper vendere….fotografie splendide.
    un saluto veloce.

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