La ragazza di Abu Dhabi

Certo che a parlare d’amore non si può pensare anche se è pensiero, altrimenti ti chiedi cosa sia che non va, che non viene; forse si dovrebbe disinserire la logica nel parlarne e il sentimento per darne, con il rigore funzionale di due interruttori.

Difficile trovarsi affinità, oggigiorno, Samuela. Quando ci sbatti contro come voltandoti all’improvviso fai suonare una vetrata che un intero ristorante all’impatto rimbomba e gela, devi abbracciarle. Non hai alternativa.

A me è successo una sola volta, per fortuna; nei primi dieci secondi ho pensato alla lettera di denuncia per mancato rispetto delle norme antinfortunistiche da spedire per raccomandata A/R al gestore, barcollando tre passi fino a sedermi a terra sotto un albero, con la schiena appoggiata al primo lampione del giardino, nei successivi provavo a ridere più per tranquillizzare che per la voglia di farlo in sé, mentre il sangue riempiva la vaschetta dei palmi delle mani tracimando dai polsi in rivoli appiccicosi e caldi, fino a cadere sull’erba dai gomiti. Dopo un attimo infinito d’immobile silenzio qualcuno ha gridato: “Chiamiamo un’ambulanza!” mentre amici e camerieri accorrevano un po’ in ritardo per lo shock, porgendomi fazzoletti e un recipiente di cubetti di ghiaccio d’argento, con due manigline anulari.

“Non è niente.” ho affermato dando altri cenni di vita con una mano, mentre lasciavo l’altra a coprirmi i viso, ma non ero proprio convinto di non essermi rotto il naso.

Nessuno ai tavoli aveva ancora ripreso a mangiare quando mi sostenevano per accompagnarmi in bagno a lavarmi dal sangue e dallo stordimento. Faceva molto male, in effetti c’era poco da ridere e nessuno lo faceva e al tempo stesso tanto da non saper come fare. Quanto a me sono solitamente preciso nei movimenti e non mi capitano quasi mai questo genere di cose.

Il naso smette di gemere e salpiamo lo stesso con l’ufficiale di rotta ferito internamente ma non lacero-contuso.

Io dico se si può riempire un vuoto che sembra l’uscita di un ristorante con un vetro, se possa essere un modo questo di insegnare alla gente a non essere distratti, o sia distrazione, ragionavo seduto nel pozzetto coperto di stelle e attenzioni. Se proprio ti  piace il vetro in un vuoto, fai almeno che sia fragile e così dissipativo, fai, gestore, che il vetro sia dotato di adeguata sottoresitenza rispetto al naso della persona media, in caso d’urto accidentale. Certo, riflettendo più a largo, se s’infrangesse con il naso basterebbe a infrangerlo anche un dito o un colpo di vento; non resta che fare attenzione.

Mi sono appartato a prua a guardare il volume di bagliore sospeso del porto di Alassio spengersi come la volta di un teatro, mentre le voci dal pozzetto assopivano immerse fino alle labbra nel brontolio del motore, ma è quando ormai non si vedeva più la costa che mi convinco che era quella la sola uscita del ristorante, cercando di ricordare meglio, ancora frastornato, il luogo e la circostanza; interrogandomi sul motivo per cui, sebbene molti clienti stessero ancora cenando, al mio passaggio fosse chiusa. Non aveva senso. Un setaccio infrangibile per distratti, sorrido confuso, utile a separare clienti grossi e sbozzati da quelli levigati e fini che sanno guardarsi intorno e muoversi bene, sia in entrata che in uscita.

Dove passavano allora gli altri che a ben pensare era un viavai continuo? Non capisco e l’incidente veste la traversata di mistero. Una raffica lieve rinfresca il corpo e le idee.

Forse ho dissipato l’impatto con la testa io, infatti il vetro è rimasto intatto. Provo a ricordare i volti delle persone che erano sedute ai tavoli già che mi ero soffermato su alcuni astraendomi temporaneamente dall’allegra conversazione di bordo tenutasi consumando l’ultimo pasto a terra. “Architetto sbadato sbatte il naso contro un vetro, arriva l’ambulanza ma lui salpa con gli amici tramortito. Dispersi.” Le luci degli uomini hanno finito di lasciare il buio completo alle stelle e ogni tanto lo scafo cade a prua schiantandosi attraversando serie di onde, per poi tornare a scivolare dolcemente per un altro tratto di mare.

E’ stata quella bella ragazza uscita prima di me, che ha capito che stavo per alzarmi dal tavolo e voltarmi distrattamente seguito dal resto dell’equipaggio, e che se avesse chiuso la porta dietro di se, ci avrei sbattuto contro il naso. Certo. Forse si è accorta che ogni tanto la guardavo e si è infastidita. Per forza.

Il motore si è spento e sento strappi di bicipite ruotare verricelli che srotolano le vele e appena si banda. Mi sposto puntellando un piede su una draglia e concludo sereno e non convinto: mah! Forse, davvero, non ho centrato l’uscita di quel ristorante, ma la parete vetrata che lo separava dal giardino.

Quale piacevole sorpresa è l’alzarsi il vento: “Vuoi una mano?”

“No, ho fatto. Piùttosto, se il sangue ha finito di coagularsi e non ti gira più la testa, mi daresti un occhio a dove siamo? E la bussola per Macinaggio; su queste mura non stringo più di 125 gradi.”

“No, dai, niente di tutto questo; sono in un momento di estremo relax, Daniele. Non viriamo.”

Per forza: era l’unico elemento della vicenda che potesse correlarsi con un fenomeno paranormale; strabiliava di eleganza al suo tavolo e con i gomiti stretti ai fianchi parlava senza muovere troppo le mani. Doveva essere scesa da una di queste navi personali passanti da Suez, scesa da scalinate di poppa che Michelangelo nella Biblioteca Laurenziana con la sua, sfigura. Mi tocco il naso che sembra aver mantenuto la sua mole e la sua forma.

Le onde si allungano e si approfondiscono improvvisamente, sembrano propagarsi da una tempesta lontana nel nostro mare morto, lo scafo le sale su un versante e le scende dall’altro, sbanda che l’acqua scorre veloce e vicina a lambire la base dei candelieri sottovento; mentre l’aria si tende divengo labile e mi sposto aggrappandomi a una sartia con una mano per non scivolare, cerco di risalire lo scafo fino al lato in alto sopravvento. Il naso non fa più male, ma forse il mare vivo non è distante, è alle porte.

“Giuliacci!” mi urla ridente il Comandante da poppa “Non doveva essere una smotorata questa notturna? Diamo una mano di terzaroli. Prendi il timone.” mentre il mare entra eccome! altro che distante! subito intimo, avvolgente, alto, lungo. Buio, profondo, orbo.

“Daniele, io non so che dire: sarà un fenomeno locale, un’accelerazione di brezze notturne dovute all’orografia ligure.” mentre con calma, tra schizzi strappati dal vento alla cresta delle onde, rientro in pozzetto e l’idea di addormentarmi dondolato da fantasie paranormali svanisce bruscamente, insieme a quella di farlo sotto una luna che deve sorgere, godendomi sinusoidali variazioni degli effetti dell’accelerazione gravitazionale sul corpo.

“Non l’hai fatto, poi, l’abbonamento a Lamma Toscana, Giuliacci? Accidenti.” Mentre scendiamo in una valle di mare in corsa raggiunge l’angolo di mura alla base dell’albero, aggrappandosi a manovre fisse e correnti strozzate, ed io appena orzo.

“Macché, non c’entra. Lo sai, i quadri sinottici sono stampati sul tavolo da carteggio. Avremmo dovuto trovarci in totale assenza di gradiente barico. Mah!”

Spunta la testa di Sabrina dal tambuccio: “Si è alzato il vento?”

“Buonanotte: accendi la luce del ponte, non vedo le onde senza la luna, non quella di testa d’albero, mi pare sia il terzo interruttore da sinistra del quadro. Controlla boccaporti e prese a mare. Portami la mia felpa; è nella borsa nera in cabina. Grazie. E sintonizzati sul canale 16.”

Compaiono tutti assonnati e silenziosi a mettere in chiaro le cime, riordinare il pozzetto, togliere il superfluo che annoda, impaccia, scarpe, occhiali, libri, maschere, strumenti, sbattuti e nauseati ora terzarolanti con le manovre correnti agli ordini scanditi da prua, e congelati indossare cerate a turno, mentre con il timone bilancio le forze in gioco su vela e scafo; avanzo lentamente di bolina stretta guardando le onde che compaiono nel nostro minuscolo disco di mare lievemente illuminato; ad una ad una ne valuto l’effetto da compensare in anticipo col timone e mi tengo sempre più all’orza stringendo lentamente il vento che lo scafo torna dritto e rollante, ma non troppo per non perdere abbrivio, perché le barche si governano solo se sono in movimento, Samuela. Orzo per perdere ancora vento e le vele fileggiano, sbattono violentemente, le scotte si allentano, scorrono rapide nei bozzelli e all’albero Daniele può agganciare la brancarella al corno di trozza.

Non si deve perdere le mura sopra o sotto un’onda, non si può per il troppo rollio straorzare o trovarsi con il mare al traverso; si fa presto a dirsi quando c’è mare. Con una mano accendo il motore e libero il salvagente con boetta luminosa, dal moschettone che lo ferma al pulpito di poppa, rendendo immediata la sua fruizione.

“Lasca la drizza Sabrina. Mettila sul winch!!!” Ordina e corregge gesti sbagliati, il Comandante, mentre scivoliamo sulla risacca di un’onda appena passata.

“Non riesco, è bloccata!”

“Ondaaa!” grido per allertare orzando improvvisamente per prenderla più che al mascone, quasi di prua, e un fiume impetuoso di acqua attraversa in lungo la coperta portandosi via qualche effimero effetto personale, e Sabrina perde l’equilibrio, sbatte contro il tambuccio e si rimette a manovrare confusa e infreddolita. Siamo tutti fradici con i pugni serrati a parti d’acciaio della barca.

“Ma come è bloccata?! Lasca cazzo! Non cazzare Sabrina!!!” urla attaccato con due mani a una sartia come un pazzo oscillante sopra un fortunale notturno.

“E’ bloccata nello stop!!! Non riesco ad aprirlo!”

Un’altra onda entra nel cerchio di luce impressionandomi mentre lo scafo precipita ancora rollante nel cavo striato e spumeggiante, profondo e lungo della precedente; sembra immensa da sotto, esagerata, una montagna di acqua che si carica, si gonfia venendoci incontro e all’impatto ci solleva che i pugni si saldano alle draglie; ci attraversa più violenta dell’altra, ci scorre addosso come fossimo seduti sulle rapide di un torrente che strappa le caviglie, e la barca si ferma e per qualche secondo è in balia del mare, del tocco della sua bellezza che diventa energia e vita, abbattendosi prima sottovento trascinata dalla sua furia che pensi scuffi, poi sopravvento appena passata. Noi di ferro. Accelero il motore per recuperare stabilità ma non c’è tregua e un altro muro d’acqua prova a finirci. Il Comandante all’albero, intanto, pare Tarzan.

“Libera il wang! Prima mettilo sul winch!!!”

“Qual’è Daniele?!”

“Il quarto stop da sinistra del passascotte di dritta. La cima bianca e gialla.”

“DI DRITTA, SABRINA, NON DI SINISTRA!”

Con le vele ridotte siamo di nuovo in rotta sbandati, seduti tutti in fila nel pozzetto.

Il mare è sempre lo stesso e continua la sua corsa, c’investe, ci scuote, ci solleva e ci fa cadere, ma non ci attraversa più; siamo in sicurezza e si governa e l’emergenza della sorpresa, almeno quella, è passata. Mancano gli occhiali di Marta e il mio libro.

“Mettiamoci le cinture Daniele, almeno per andare a prua.” Dico io.

“Eh! Non ci sono: Andrea, prendi sei salvagenti sotto il letto della nostra cabina.”Serve un minuto di silenzio per realizzare tutti bene che saremo in ogni caso su una giostra per svariate ore.

“Cosa volete fare? Per Macinaggio è dura e lunga.”

Il comandante al giardinetto sopravvento interroga il suo equipaggio accendendosi una sigaretta come riesce a fare con qualsiasi condizione di vento, poi arresta il motore mentre prendiamo tutti una secchiata d’acqua che gliela spenge. Marta, pallida e silenziosa, si è ritira nel giardinetto sottovento, il posto di chi sta proprio male.

Passo il timone a Sabrina e scendo nella dinette per fare finalmente il punto nave e mettermi la cerata anch’io. E arrivano le ordinazioni al posto degli ordini:

“Prendi un po’ di pane per Marta quando sali.”

“E una Fanta per me.”

“Anche per me.”

“Allora, due Fante.”

“E spengi il frigo che è rimasto acceso.”

Scendo le scalette e giro nella la mia cabina puntando sempre un braccio o due sulle pareti inclinate sottovento per tenermi in equilibrio nello spazio angusto, e seduto sul letto frugo nella valigia con una mano per estrarre la cerata che non c’è.

Cosa c’entrano la ragazza di Abu Dhabi occidentalizzata, forse siciliana, intravista al ristorante con i fenomeni temporaleschi agostini e i nasi rotti, Giulio? E le cerate dimenticate. Ora mi diventi stupido e superstizioso. Ti ha guardato un attimo, si sarà accorta. Io guarderò, sì e no, quaranta persone al giorno, quindici, dai. Poi, certe persone ci fanno l’abitudine agli sguardi. Non ti ci crucciare. E’ stata certo lei ad agitare in questo modo il mare, ma vai, e fai il punto nave.

Quattro giorni dopo cammino sul lungomare di Alassio e sono le dieci di una mattina di bonaccia. Entro nel ristorante con le mani avanti e mi volto lentamente verso il primo tavolo a sinistra dove eravamo seduti.

Di fianco alla sedia che occupavo non ci sono vetri ma l’ampio ingresso privo di ingombri che ho appena varcato.

Nella sala non c’è nessuno e sui tavoli è stesa una tovaglia.

Esco dal locale e incamminandomi per il vialetto del giardino che conduce alla strada, osservo il lampione dove mi ero accasciato a terra dopo l’incidente, e scorgo tra l’erba qualcosa caduto a qualcuno. Faccio qualche passo in dietro per andare a prenderla perché magari doveva stare nella borsetta della ragazza di Abu Dhabi. Mi piego per raccoglierla e una raffica di vento la porta via. Mi piego per raccoglierla ed è una rubrica vuota. Mi piego per raccoglierla ed è sua perché è troppo bella. Mi piego per raccoglierla ed è una cosa mia. Mi piego per raccoglierla e salto di gioia sbattendo la testa su un ramo che un’arancia casca.

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6 thoughts on “La ragazza di Abu Dhabi

  1. Ciao. Eccomi, come detto. Ho riletto l’intero racconto. Solo il vento di bora fa sbandare ma la cosa più pericolosa è la bonaccia ( In tranquillum, diceva Cicerone, ma si riferiva a quella lacustre perché lui mica sapeva nuotare ).
    Ti leggo volentieri, anche sul sito di samuela se ci verrai.
    Ciao. Mario Ettore Passero

  2. Ciao Mario e benvenuto. La bonaccia in effetti può essere un nemico micidiale; ho passato ore o ore sotto l’ombra di vento delle scogliere ad aspettarlo scompostamente sul mio piccolo laser. Ci vedremo presto spero qui ma certo anche sul blog di Samuela. Un caro abbraccio.

    Giulio

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