Lesioni Landini

“Che crollerà questa casa, ‘ngegnere?”
A 14,78 B 10,01 14,78 10,01 14,78 10,01 14,78 10,01
Lascio desiderare per una decina di secondi eterni la risposta determinante per non confondermi con le due letture strumentali ripetute tra lingua e mente mentre scendo placido dallo scaleo fino trascriverle sulla tabella infastidito dal pensiero che l’attesa, apparentemente immotivata, possa esserle apparsa solo volgare saccenza. Nulla, l’effetto, in confronto a quanto osannoso tronfiava il Professor Pavonini reagendo a una perplessità di mia madre mai apprensiva e sempre opportuna; si era tolto gli occhiali stretti facendo far loro un ampio giro in aria: “Lei non sa chi sono io: io sono il Professor Pavonini.”
“Spogliati bambino.” Estrudendo e ritraendo le labbra come protrusioni di uno strano anemone.
Mi scrocchia le vertebre cervicali da un lato e dall’altro, il colosso di sapienza, con mosse di polso sicure e decise sul mio esile collo. “Piegati bimbino. Come si chiama questo bel bimbo?” Spingendomi il busto verso terra con un dito. “Daniele.”
Passato un pollice lungo la schiena torna cauto a sedersi dietro la sua scrivania e come un lampadario a candeliere, senza distogliere gli occhi dai suoi schizzi di calligrafia da insigne luminare sul ricettario, emette luce: “Il bimbo è affetto da un principio di cifolordosi.” E resta un attimo con gli occhi chiusi e la penna ferma, le sopracciglia spinte in alto e le labbra stirate. Arrivato alla firma alza la testa abbagliando senza che si fulmini una lampadina: “Qui ci vuole un bustiiino.” con una “i” mostrante le arcate dentali e gengivali del corpo illuminante, e una “o” più breve seguita da un’altra pausa sconfortante.
“Lo indossa quando va a scuola e la notte; in qualche anno ti raddrizziamo.” Parla a mia madre, ma finisce per guardarmi misericordioso ad ogni frase. Scaricandosi ci disse che si trattava di una rigida corazza di plastica, dotata di cinghie per strizzarla al corpo, ma è solo percorrendo il corridoio che portava alle officine dove avrebbero preso le misure del corpicino del bimbo, il calco dell’appena storpia creatura, passando per un’orgogliosa e rigogliosa esposizione di protesi all’avanguardia per mutilati di ogni arto, articoli sanitari per sciancati di ogni sorta, carrozzelle per deambulazione attrezzata e articolazioni artificiali su carrelli in inox e parete retrostante di piastrelle verde Firenze anni novanta, che mi scappa un principio di sorriso in coincidenza del confronto con le letture del mese precedente, che trapela gelandomi d’imbarazzo un attimo poi, al pensiero lei lo avesse avvertito.
La signora Landini è l’apprensione in carne, vene e rughe. Dietro i suoi occhiali il dissesto è in rapido corso, crollato nel silenzio sul letto, il suo compagno la erode acquoso.
“La lesione si è aperta di un decimo di millimetro. Signora, non c’è pericolo di crollo, ma tuttavia rilevo spostamenti. E’ una carenza in fondazione.” Devo ripeterle ogni volta per alleviare la sua consueta pena.
“Danilo, c’è l’ingegnere”. Mi presenta ogni mese, ma non fiuto risposta nel suo solito pesante respiro; non è la circostanza adatta per ricordare il Pavonini mi rimprovero, neanche per evasione.
Sposto confezioni di pannoloni, bocce e ammennicoli da infermeria dal tavolo traballante su cui mi accingo abitualmente a salire, sporgendomi poi di lato per accedere pericolosamente al retro di uno scaffale molto alto, in equilibrio precario con il fessurimetro che si tiene con due mani mi stiro, senza “appigli”, oltre il possibile verso i cilindretti d’acciaio incollati di traverso a un’altra frattura della parete, non senza pensare al nuovo baricentro, ovviamente, alle reazioni di taglio ai piedi, alla cedevolezza da attendersi dai suoi sottili incastri di legno; lo faccio nell’aria satura di una vita e tre quarti che volgono alla fine. “Prima o poi lo stronchi, Daniele, e tu finisci nel letto insieme a Danilo, il tavolo della signora Landini e Samuela non la leggi più. A 13,15 B 10,92 13,15 10,92 13,15 10,92”
“Che ci sarà da spendere ‘ngegnere? Perché noi si voleva vende’ questo quartiere, ma lei che dice? Che si venderà mai con tutti questi cretti?”
“Si vende male, in effetti.”
“Ci voleva anche questa! Guardi che noi un ci si fa mica, sa? O come si deve fare anche noi? Io, che vole che pigli dalla mi’ pensione…Poi ciò anche i’ mi’ figliolo che m’ha fatto dannare, anche lui, senta, da quando l’ha lasciato la su’ moglie cinquanni fa, o ’un m’è cascato n’depressione e un s’è più ripreso? Un patimento. Che lo vole un caffè?”
“Grazie. Siete tanti a dividere la spesa.” Dico ancora in piedi senza accennare a colossali scarrettamenti di galestro e macerie di solai tra plinti nudi, intravisti. Solo da lei a volte mi fermo.
Mi siedo al tavolo di cucina, riordino i fogli, controllo la progressione delle letture e metto tutto in borsa. Sono delle paturnie intorno ai suoi smottamenti qualche minuto e le ripeto paziente ogni volta cosa sta succedendo e lei approfondisce i suoi dispiaceri; una volta le ho confessato a dispetto della sovrastruttura dell’orgoglio che non subisco, di avere le mie difficoltà anch’io.
Morirà lei, saprò presto un giorno sulla soglia d’ingresso.

Segue con qualche chiarimento al mio primo commento in Lesioni Liliana

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3 thoughts on “Lesioni Landini

  1. E’ una storia con un finale davvero triste che si svolge in un ambiente triste anche lui, ma il fatto che tu pensassi alla tua Samuela nel momento critico, mi ha fatto sorridere davvero. 😀

  2. Cosa fai duellante birichina a spasso per il mio blog a curiosare dopo avermi battuto sostenendo che avevo sbagliato duello come fosse stato un treno ?…con tanto di figura a demente con uno dei due draghi. 🙂 Sì, in casa Landini la situazione era drammatica e la sua morte è stata un dispiacere.

  3. Pingback: Scarroccio del blog « odinokmouse

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