Ospedale Militare

Percorrevo un corridoio che si allungava ad ogni passo lento, con una lettera in mano e uno zainetto Turislandia appeso ad una spalla; non mi avevano detto quanto avrei dovuto aspettare.
Le camere scorrevano solo a destra mostrandosi vuote ad una ad una, non c’ero che io, solo con il mio corpo vagante in quello di una fabbrica in muratura in stato di abbandono; vorrei tornarci sdraiato sulla brandina a respirare la libertà provata in quella stanza dagli intonaci carbonati, di essere me stesso, con gli infissi senza vetri e la vernice che si sfoglia, tre notti ancora nell’attesa indefinita di una vita da arrangiarsi ancora davanti, e spengere quella luce bianca fluorescente, ora che sono in bilico ad aspettare senza niente addosso e con ogni dove e quando, un’altra volta in mani altre.
Che pace le ore che scorrono più lente e la mente erra libera di tornare dove ti sto portando, temporaneamente fuori tema, Samuela; la solitudine si gode abbracciandoci un poco e di più in certi momenti come quelli, in cui non ti senti tutto proprio, tutto tuo.

Le stanze erano identiche e avevano una finestra che dava sul vasto cortile interno dell’ospedale militare; sull’altro lato del piazzale si trovava un’area di nuova costruzione che ho scoperto poi essere efficiente e ben attrezzata. E’ la fine di un pomeriggio caldo di estate, ho appena appoggiato lo zaino sul pavimento in una delle camere centrali; ci sono quattro letti ma mi rendo conto che resteranno vuoti e che ormai sta per fare buio. Un po’ guardo alla finestra gli ultimi movimenti del giorno che cala sulle anime che si estinguono, unico abitante e signore di un castello dove sta per scendere una notte senza nuvole di cui non ricordo la luna; un po’ passeggio per la stanza, guardo le poche cose dimenticate intorno, poi mi sdraio sulla brandina e appoggio la busta con la lettera dal contenuto segreto accanto a me, tra il mio viso e la mia mano che solo si allenta. Ci lascio un po’ di tempo immobile nell’aria che sale dal petto, la sola cosa calda e rassicurante fatta di materia che avevo intorno a me a diluire il languore sparso sull’altro lato della stanza che s’incanta e si sfoca nella sonnolenza lo sguardo. Un corpo che dorme disperso in un pianeta. Un trasformatore di energia chimica in termica e dinamica ad alte prestazioni, dotato di bocca dentata, stomaco, intestino e…fortuna, talvolta sfacciata; una caldaia che brucia ossigeno per scaldare non si sa bene cosa a parte il velo di aria che la circonda, un mollusco molto evoluto che avrebbe bisogno di farsi una doccia dopo un caldo viaggio in treno.

Qualcuno sta salendo le scale.

Mi ricompongo seduto sul lettino e mi pettino i capelli con le mani, appoggio il mento sui polsi e i gomiti sulle cosce e mi volto verso l’entrata della camera in attesa che il crescente rumore dei passi diventi la figura di un soldato nel quadro della porta.
“Vieni, ti faccio vedere dove sono gli interruttori e i cessi; le docce non funzionano, se te voi lava’ devi anda’ nella sezione nuova.” Gli cammino appena dietro e da come la sua voce viene riflessa e amplificata dalle pareti pitturate a tempera lavabile lucida color crema fin poco sopra la testa, se avessi avuto gli occhi chiusi avrei creduto di essere in una chiesa.
“Si può avere un abajour, ma anche una lampadina, qualcosa che faccia una luce che sia una via di mezzo tra quella di questi neon mortificanti a scatto lampeggiante che non sai come andrà a finire e quella delle stelle?”
Nessuna risposta.
“Per leggere.”
Niente, lascio passare un po’ di pensieri mentre aggeggia inutilmente un sifone che perde, poi insisto:
“A cosa devo questo trattamento di favore? Perché non sono insieme agli altri nella nuova degenza, con l’aria condizionata, le docce che funzionano e le lampade a incandescenza?”
“Perché non ce sta posto. Quando tocca a te, te vengono a chiama’, un te rompe ‘r cazzo.”
“Giusto per farmi un’idea, sarà domani o ci vorrà qualche giorno?”
“Che hai?”
“Ho mal di schiena, è una cosa seria.”
Mi risponde avviandosi verso l’uscita mentre io resto come un piffero messo per ritto sul pavimento, davanti all’ingresso della mia camera con le mani in tasca, violentato da uno sciame di luce senza ombre a 6000 gradi Kelvin.
“In tre giorni quelli come te li rispediscono ar San Gallo, quarcuno a vorte ce sta de più, che te devo di’: se un se li so’ fregati, nell’armadietto di metallo ce sta’ i giornaletti porno, coperte, carta igienica e altra roba utile, buona notte.”
“E poi di norma quale è la prassi?” aggiungo alzando la voce dopo una lunga pausa che lui non si vede già più e la sua risposta si perde in parte per le scale:
“E poi de norma so’ cazzi tui, ma che me fai l’interrogatorio?!”

Spengo le luci e la stanza si tinge del cielo che entra dalla finestra trovandomi in piedi immerso nel più profondo della poesia che illumina sparsa ogni vita allorché tutto appare intorno, morbide ombre; le pareti del corridoio interrotte dalle porte sono bande di veli cobalto nel mio vago ricordo ridotto a sensazioni, che la profondità scurisce fino in fondo al corridoio, dove le scale sono inghiottite dal buio. Mi rallegro subito di essere stato straordinariamente premuroso e lungimirante nella scelta della torcia dalla scatola di inutilerie del marocchino che mi ha fermato alla stazione.
Ora che sono di nuovo sdraiato sulla brandina e scalzo, con i piedi in alto appoggiati alla parete finalmente smaterializzata, ti racconto in due parole come è andata.

E’ andata che ero a Praga seduto in un caffè quando nell’alzarmi vengo trafitto da un dolore acutissimo tra le vertebre L5-S1: una coltellata poco sopra il coccige che ricado a sedere stravolto e molto preoccupato.
“Non mi alzo più.”
Riprovo e stramazzo nuovamente sulla sedia per un’altra pugnalata alla schiena nello stesso identico punto, L5-S1.
“Oddio, tra due settimane devo essere a Pietrasanta ad assistere gli spastici e sono inchiodato a questa sedia. A Praga!”
Mi sono figurato tutti i viaggi in treno e in macchina, accompagnato da parenti e amici, in su e in giù per pronto soccorsi, caserme, caserme-ospedali, ospedali, centri diagnostici, colloqui con ufficiali, medici, ufficiali-medici, medico di famiglia, guardie mediche, ortopedici, e vista già tra le due pugnalate l’anteprima a medio raggio di tutta l’avventura che mi avrebbe di lì a poco coinvolto come protagonista, mi sono decisamente incupito.
Poi in qualche maniera mi sono anche alzato, evidentemente, sono tornato in albergo in taxi, ho volato, e via con visite, farmacie, pasticche, radiografie, risonanze, ma i referti indicavano “soltanto” una modesta protrusione di un disco.
“Oddio Oddio. Non mi crederanno mai.”
“Aaaah, lei ha il maldischiena, eh?….il male del secolo!….vediamovediamoooo….le lastre.”
Ed eccomi qui su questo lettino che langue un po’ strapazzato e spallato; mi sono appena autotrasferito in treno da un altro ospedale militare dove l’unica cosa che ho fatto che avesse un senso in una decina di giorni di ciondolamento dentro un pigiamino abrasivo marrone chiaro che da quanto pizzicava pareva tessuto per sacchi di carbone, è stata scrivere una lettera alla direttrice dell’istituto dove avrei dovuto prestare servizio; cammino stentando, anche se devo stare attento perché quella pugnalata viene senza preavviso, da un momento all’altro ma sempre più di rado; porto con me un piccolo segreto militare chiuso in questa busta che devo consegnare all’ufficiale medico. Intanto andiamo a farci un giro. Mi sa che sono una delle ultime anime ad averti guardato e vissuto da quanto sei malconcio e malinconico, penso esplorando con occhio clinico l’oscura desolazione delle tue stanze, prudente come un ladro, silenzioso e inticcherito avanzo nella penombra, scopro reti di letti accatastate che ti sono invecchiate dentro in qualche angolo, comodini e armadietti mai mossi che fanno orrore a illuminarli con la torcia, ma sono tornato a dirti una cosa nel ripensarti con il senno di adesso, già che un tempo così lontano che di me non puoi ricordarti, ti camminai dentro: hai un eccellente comportamento dinamico, parlo dei tuoi modi di vibrare, ti salveranno, vedrai, caro corpo di fabbrica trasandato che la mia incertezza stanotte ospita e che al finire dei suoi giorni tutti direbbero arrivato; per certi aspetti tu ed io ci somigliamo.

Con gli occhi aperti i lampioni dal cortile lasciavano una pellicola sottile di arancio sul fondo nero del cielo oltre la finestra, con gli occhi chiusi erano spenti e potevo addormentarmi provando ad abbracciare lunghezze smisurate con il pensiero e prendere la massima distanza che si possa immaginare dai problemi che spremono ansia nel sangue; a volte cerco il sonno in questo modo. Guardando l’onda di luce che corre immobile nel nulla, come le Alpi sono ferme nel sollevarsi e sgretolarsi lungo la linea di faglia, al nostro tempo breve come una scintilla generata nel violento scontro tra le zolle. Penso a civiltà disperse che si accendono, si consumano e si spengono come cerini in un rivolo sinuoso di fumo, lontani nel tempo e nello spazio, a pianeti di pietra liquida e rovente che cominciano a fare la crosta e a prepararsi per la vita e per le anime come la nostra che fioriscono. Civiltà scomparse e che compariranno come fiammelle al concerto dell’esistenza, come muffa sui frutti troppo maturi del Cosmo, quando la terra sarà un proiettile di roccia gelida che si allontana da tutto verso il niente, sempre più lontano da qualsiasi cosa e luce, infinitamente sola continuare a essere. Penso a quanto amore irraggiungibile debba esistere disseminato nel Firmamento allorquando e dove la chimica si scalda, e vorrei che ogni cosa avesse una fine serena e triste.

Tuffarsi come un suicida dal Golden Gate, ma nel cielo da quella finestra verso la stella più vicina, bruciando in un secondo 25 circonferenze di terra srotolate e messe in fila, avanzare come un lampo nel vuoto con il fronte di luce dal nostro pianeta riflessa, e pensare che dopo un minuto siamo ancora fermi, dopo un’ora anche, dopo un mese ci siamo appena mossi e dopo quattro anni di viaggio schiantarsi e ardere vivi e coscienti su Proxima Centauri. Un tuffo in un astro da 40.000 miliardi di Km di altezza. E anche lì essere ancora qui, con te e con gli altri, Samuela, sempre nel solito angolo di Universo per quanto effimera sia la differenza di Coordinate Celesti tra il tuo blog e quella stella, senza essermi avvicinato più che niente rispetto a te, ad altre forme di vita.

Ora, se continuo, ti arrabbi; questi discorsi non li sopporti, me l’hai già detto.

Se il Sole fosse un granello di sabbia, Proxima Centauri sarebbe un altro granello a 40 Km di distanza, il primo a Viareggio, diciamo, l’altro a La Spezia, e la luce di lei che ci arriva, avanza lenta come una zanzara che camminando impiega un’ora per fare un nostro passo. Provo un senso di solitudine nel pensarci condannati a rimanere aderenti alla superficie del nostro corpicino Celeste e ai suoi dintorni deserti, grande come una particella di pulviscolo nel mio modellino in scala, compressi non dalla gravità, ma dalle distanze immani che ci separano da qualsiasi altro frammento che schizza via dall’eterna deflagrazione, con un’immensa diga sferica che ci avvolge, di calcestruzzo buio.

In realtà l’ho provato per la prima volta molti anni più tardi di quella notte di cui ricordo veramente poco, figuriamoci il sogno, il senso di solitudine; ero su una spiaggia in Corsica seduto sulla battigia e guardavo il paesaggio intorno antropizzato sul pianeta nudo e eroso da differenze di temperatura che muovono turbini abrasivi nei fluidi alla costante ricerca dell’equilibrio, forme complesse come il Geoide che tendono alla sfera, a smussarsi gli angoli, le rugosità, a livellarsi e lucidarsi; immaginavo di vedere le persone davvero dall’alto come lampi di vita nei tempi del Cosmo, per quello che veramente sono oltre il nostro quotidiano sguardo. Cancellavo strade dal paesaggio, amici, automobili parcheggiate, ville, barche e baracche; bambini che giocavano, mamme che prendevano il sole, comitive in arrivo, altri che andavano, tutto via.

Per vedere la terra nuda di una volta prima che i suoi parassiti si evolvessero tanto da consumarla all’improvviso come un foglio appoggiato sul fuoco, con l’intelligenza, come nude ho visto le stelle di altre ere dalle dune del Sahara, e mi son detto assiderato dalla loro inarrivabile bellezza e dalla mia sciocca leggerezza: “Ma guarda che morte a bischero oggi mi tocca; sono proprio un cretino. Potevo arrivarci che tramontato il sole, la sabbia avrebbe fatto come la piastra di un ferro da stiro quando stacchi la spina, e me lo avevano pure detto. Muoio congelato dal Cosmo per leggerezza e distrazione, scoprendo di aver vissuto e amato in un pianeta vero. Chi miglior fine di questa, se non qualche felice Beduino?”

Avrei assunto la temperatura dell’immensità che mi avvolgeva, estirpando frivolezza e sensibilità terrestri dal corpo che senza sofferenza si adeguava ad essere sempre più freddo per sopravvivere con le vertigini sdraiato sulla sabbia, a quello spettacolo mai visto prima ed esserne pulviscolo, se non che mentre cadeva il calore dalla pelle nel baratro di gelo stellato, luce e voci di una alba nuova mi stavano svegliando.

Mi siedo ancora abbagliato sulla brandina strofinandomi gli occhi con le mani e subito mi affaccio alla finestra. Il cielo è ancora sereno e l’aria è fresca. Sono le sette e nel cortile che devo attraversare alla ricerca dei bagni decenti, c’è già movimento di anime con ombre lunghe passeggianti lente a consumare tempo o a guadagnarlo in fermento, in borghese, in tuta mimetica o con il camice bianco, che si scambiano, si aggregano e si sciolgono, entrano e escono dalle vetrate linde di un ospedale nuovo e scintillante.

La Terra aveva fatto un altro giro su se stessa.

Come un Hard Disk da 5000 giri al minuto acceso dal 1375 d. C., alla data di oggi.

Voglio appendermi alla trave della lealtà come una ginnasta giuliva, sempre per te, sperando non mi scivolino nel mentre le mani, per dirti che dell’ospedale militare di Bologna non ricordo pressoché nulla, a parte la notte nell’edificio abbandonato e poco altro. Ma non solo, nella prima puntata mi sono messo in mano una busta con una lettera e gli ho anche dato una certa enfasi nella narrazione, ma nel cercare di ricordare mi sono reso conto che la busta all’andata era grande e conteneva esami clinici e non ha nessuna valenza narrativa, ovviamente, mentre quella significativa l’avevo al ritorno. Sono un principiante.

Nello zainetto, oltre alla pila, avrò avuto 3 magliette, non saprei come ma sicuramente non blu perché di blu avevo fatto indigestione dalle suore, 3 paia di boxer rigorosamente bianchi, 2 calzini neri cortini, un pantalone lungo chissà come, ciabattine di gomma per la doccia, un lenzuolo molto morbido e consumato da sovraporre a quello colloso da eritema cutaneo il giorno seguente, che a girarti nella notte troppo svelto ti ci bruciavi per attrito il culo, 2 asciugamanini nei formati A2 e A4 arrotolati e compressi che hanno poi manifestato permanentemente il bisogno di asciugarsi a dimostrazione del mio evidente sottodimensionamento del fabbisogno, una felpina tristanzuola per la notte, non si sa mai, raccomandata da mia madre sempre sperticatamente pronta a farmi visita ad ogni sospiro e a sanare potenziali conseguenze dei miei eccessi di minimalismo, e una boccia di DRAKKAR NOIRE sopra a tutto, ebbene sì, onde essere velatamente profumato con una goccia a chi si fosse avvicinato. Ungaretti e Sandro Penna. E il beauty case. Ti risparmio la descrizione dei beauty case che appoggiavo, adolescente, sulle mensole dei bagni nei campeggi e persino sui piani di marmo degli hotels a cinque stelle, anche se sarei tentato; diciamo che non davo importanza ai dettagli di stile nel fare la borsa, incurante delle incoerenze formali, selezionavo le cose strettamente necessarie in base al volume e agli attributi funzionali, allora.

Le scale erano in cemento armato, forse, e gradino per gradino calavo lentamente verso terra tenendomi al corrimano in tubolare metallico verniciato; ma no, forse le scale erano a giorno e in muratura, con un muretto di foratelle come parapetto, sbruffatura d’intonaco, velo, due mani di vernice, e rizzati. Bellefatto il muretto dell’ospedale. Il discopatico patetico scende le scale con il busto a valle e l’urlo in canna, tenendosi con una mano alla cimasa del muretto o alla ringhiera, e con l’altra premendo sul coccige per tranquillizzare le vertebre e segnalare ai passanti il suo stato di difficoltà deambulatorie, indicandone la causa al tempo stesso. Il discopatico dignitoso le scende nello stesso modo, ma con un silenziatore più o meno efficace in bocca, ma comunque, appena giunto nello spazio aperto e animato di presenze, sarebbe stato un dire a tutti che mi faceva male la schiena, e che ero lì per essere riformato. Attraverso il cortile cercando di nascondere quel messaggio poco edificante, e con un portamento degno di un Homo Erectus m’immergo in un giorno nel passeggiante cazzeggio, esplorando ogni corridoio non interdetto di cui ti parlo poi per non lasciarti per ultimo il velo di tristezza di una giornata che si conclude in una tragica notte in cui mi addormento perdendo la vita in quella di uno sfasciacarrozze veneto venuto a condividere la mia stanza, che faceva le corse in macchina con gli amici sulle strade tagliate nelle pareti di roccia e ghiacciate d’inverno, che parlava un italiano colorato da una cantilenante cadenza, e che un giorno è sbandato ed è morto giù da un burrone. A valle c’è un rettilineo senza fine perso nella nebbia che toglie in fondo ogni contrasto alle forme e la strada anche nei giorni di sole si fonde in una massa grigia che se ci dai di gas per quella voglia di sentirti nel nulla e di bruciarlo, fai i 200 all’ora e prima o poi ci lasci la vita. Sdraiato nel suo letto mi raccontava che contro gli alberi della via Culiada si sono spiaccicati tanti ragazzi e che quello era il suo violento destino. Anche a Robilla mi viene un pensiero per abbraccio, che m’insegnava i primi comandi di modellazione con disordinata e femminile allegria, dilaniata in un groviglio di lamiere sulla strada che la portava una domenica al mare. Il sorriso, la sua voce e quel profumo, sono finiti su una lastra gelida di acciaio intrisi di olio nero di motore e di benzina. Mi hanno detto che il suo cuore ha resistito fino al pronto soccorso prima di cedere allo strazio. Detesto l’idea di una donna che muore, mi sembra la fine del mondo e penso che se guerra dev’essere, resti almeno un macello per soli uomini.

Uscito dalla doccia fresco ed eccitato resto in piedi fermo qualche secondo per fare il punto sulla giornata: occorreva tornare in camera a tendere gli asciugamani già fradici, ripartire per cercare la colazione e consumarla, chiedere informazioni alla reception e provare a parlare comunque col dottor Travaglio in barba ad eventuali procedure, poi, colonna vertebrale permettendo, girovagare un po’ per le degenze sperando di incontrare il caporale romano che mi aveva elargito anticipazioni preziose la sera prima.
Sono al centro di una corsia di transito e ho appena lasciato la maniglia della porta del bagno che si è chiusa alle mie spalle; ci sono persone intorno che vengono e vanno. La luce bianca del sole entra dal lato del corridoio trasparente alla vista del cortile con un vetro e si diffonde riflettendosi sulle superfici candide delle pareti e del pavimento, e m’incammino sbirciando abbagliato nelle stanze dove soggiornano i soldati, sfogliando fotogrammi sovresposti di vite che passano in dietro, colte afflitte sul letto ruvido di un ospedale.

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2 thoughts on “Ospedale Militare

  1. Grazie Samuela, e dopo tanta ospitalità, finalmente è Lei a essere benvenuta. Ho copiato qui un po’ di commenti lasciati nel Suo blog in più di un anno di entusiasmante partecipazione; ancora grazie di cuore.

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