Sindrome di Honolulu

Davanti al foglio bianco, con la barra del cursore lampeggiante che poi già segue come adesso ogni parola squillandoti di digitare la seguente, ci passo sempre un po’ di tempo e credo sia normale.

Mi fermo a chiedermi se ho scelto bene la punteggiatura, che è un mio cruccio, e se per questa si possano prendere decisioni; la uso come voglio che si legga e cerco di capire se sia giusto, con le virgole, fare un po’ come ci pare. Non ho basi solide di teoria su cui appoggiarmi ma voglio spericolatamente sporgermi per te dal balcone della franchezza, nel dirti scuro in un controluce raggiante, ridicolo ma temerario, che non ricordo l’analisi logica, del periodo, nonché quella grammaticale. Ormale sì, dispongo solo di abbozzati rudimenti e spero non si evinca che la lingua che conosco, non coincide esattamente con l’Italiano. Sarebbe orribilmente imbarazzante Samuela, ma non ci restano che dita da incrociare.

Scherzi a parte, ho idea che a parlare di me dovrò un po’ abituarmi se dici possa portare soddisfazioni; dipenderà molto da come siamo e sappiamo raccontarci; non amo l’ipocrisia che si svela nella falsa modestia; quando scrivo mi sento protetto da una fortezza, sicuro di sé o presuntuoso, nuoto o affogo in una sottile differenza e lo faccio contando sia vero, in forza dell’impegno impetuoso profuso e in qualche fortuito caso almeno, che ciò che crediamo di essere siamo.

Che poi, dici, lo stile; mentre su un’opera architettonica dovrei disporre di un minimo di codice per definire il gusto, nella scrittura potrei dare l’immagine di un Homo Habilis che a cavalcioni su un tronco se ne va alle Hawaii per mare; a questo proposito condivido con Bluewind il merito di aver definito Sindrome di Honolulu, le sensazioni provate dall’ominide in viaggio, che non vede terra all’orizzonte fino a destinazione, sappilo.

In questi giorni ho letto tanti blog che parevano le navi di Colombo, per questo forse ti sono un po’ mancato, ma ci tengo a dirti che non ero in giro a bighellonare, importunare, abbordare, a fare la bambina, il ragazzo o il muramore, come potresti erroneamente pensare. Oltre a svolgere attività culturale, come ti dicevo, e riflettere sulle virgole, ho cercato un po’ di relazionare con qualcuno dei miei autori preferiti. Grazie di cuore per ospitarmi sotto le parole più belle.

Parlare di se è una cosa delicata, ma non saprei se occorra coraggio; certo il pericolo di apparire eccentrici, difetto che generalmente fa sorridere o indispone, o ancor peggio risultare noiosi e lenti, deve restare nascosto dietro i cespugli di parole intorno alla radura del racconto, non ci deve assalire; emergono pregi e difetti comunque tra le foglie, che insistono in misura diversa in tutte le persone. Vorrà dire che sarò questo.

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