Una terra rosso e verde 1

BEE BEE BEEEEE.

Il capretto no.
BEEEEEEEEEEE. Oddio il capretto! NOoo.
Zakarias inchioda e sterza bruscamente che la nostra camionetta slitta scricchiolante di detriti strusciati tra gomme e strada, seguita da una nuvola di polvere, con la ruota destra dritta e ferma lanciata contro una mansueta creatura pascolante al centro della strada più delle altre, che quando ormai diresti di averla presa in pieno e aspetti solo il botto, quasi per caso caprettando si sposta o fa un piccolo casuale balzo nella direzione giusta; non so capire questi capretti che riescono a scamparla così, all’ultimo momento, Samuela.
“Too many sheeps!” Non si scompone il suo sguardo sornione sotto l’aggetto frontale di un cappellino saldato alla cute.
“Yes. What happens if you kill a sheep, Zakarias?”
BEE BEE BEEEEE. Facendo il pelo alla coscia posteriore sinistra di una mucca.
“You must pay it.”
“How much is it for a sheep you kill on the street?”
“Four houndred Birr.”(come 4 polli all’Esselunga).
“And, if the animal is a cow?”
“Oh, it’s more expensive: four thousand Birr!” guardandomi un attimo e tornando alla strada.
BEE BEE BEEEEEEEEEEEEEEEEE.
Senza rallentare si volta in dietro imprecando a qualcuno dal finestrino, poi viene a me brevemente, ma ancora alterato: “They must check for their animals!”
“You are right, they don’t pay enough attention.”
Smettiamo di parlare e il clacson continua a scavarci la strada attraverso un presepio sconfinato di gioia prima sconosciuta che si apre al nostro passaggio come l’acqua divisa in due onde dalla ruota di prora.
Le mandrie si curvano flesse dal suono, si compattano e stringono ai cigli della strada e i contadini si voltano, guardano dentro ridenti, mi vedono e saltano con le mani sbraccianti ormai in dietro, chiamandomi da una polverosa bolgia di bestie, colori, bambini e gioia impazzita nei loro stracci che ha dato l’allarme rincorrendoci urlante: “Foreigner! Foreigner!” Agitarsi e chiudersi in un punto dello specchietto.
Davanti si penetra l’Africa a circa 60 chilometri all’ora e si viaggia nel tempo, fermi nel continente come la luce nel cosmo.
Camminano a gruppi, camminano soli, camminano nella stessa direzione allegramente, donne, uomini e bestie maltrattate, con sciami di bambini intorno che giocano sulla strada con la bocca nella terra a centinaia, si attraversano ore e ore di bambini bellissimi sparsi in un villaggio smisurato che si estende in ogni direzione per l’Africa, che comprendi come sia grande da quanti ne hai visti. La sera, nella mia camera linda e di luce fioca e andante, con gli occhi che si chiudono sulla cartina della Lolli Polli, sei ore di viaggio brulicante di vita erano pochi millimetri. Camminano in direzione dell’acqua con taniche gialle in groppa a donne o animali, senza sentire il peso del tempo, e tutta la vita è la solita strada che dal villaggio all’acqua porta o ai campi. Camminano per decine di chilometri a piedi o con qualsiasi carretto purché di legno e ferro. Aratri e zappe in spalla se la destinazione è la terra per avere radici sempre al nubifragio, che le strade di fango tra case di fango in impetuosi torrenti per mesi trasforma, che dilavano, sfanno, perché poi è solo sole e terra che si spacca, e occhi bianchi che vengono a chi non riesce a lavarsi il viso, e spariscono in un punto dello specchietto.
“But it’s dangerous for all these children on the street.”
“Yes, it is.” Non cambia il suo sorriso perennemente sereno e non smette un attimo di guardare la strada, mentre dondoliamo e vibriamo per il selciato dissestato.
“One day a car with a tourist and his driver killed a child BEE BEE BEEEE and the people arround killed the tourist, but Giulio, BEEEE I never had any accident in my life. Never.”
Bugiardo, Monica mi ha detto che hai investito un carretto a tutta velocità e che il conducente ha fatto un volo di trenta metri finendo nella macchia africana e che non sei in prigione, dove qui si va senza troppi discorsi e poi, casomai, si sta a vedere, perché miracolosamente e incomprensibilmente è fuggito strascicandosi moribondo nella campagna.
Il paesaggio del Wolayta è una guerra di colori, un contrasto che pizzica continuamente lo sguardo con frequenze che si scannano urlandosi la violenza che hanno visto a un popolo mite che crede in Dio da imbarazzare un prete latino in messe, che sono cerimonie dell’ingenuità e del cuore, con i suoi sguaiati canti. Un popolo che una stella pudica in piedi a gambe e braccia aperte compare davanti al sole alla guida di un calesse, e sotto il vestito candido che la sua bellezza veste, è nuda da perdere il senno. E come tutte mutilata in una terra rosso e verde.
Ecco il pozzo!
“Can you stop here, Zakarias? Stop! Stop here!”
E’ questione di istanti: sfilo la macchina fotografica dalla tasca dei pantaloni e l’accendo cercando di nascondere il viso di lato e in basso, per essere visto il più tardi possibile. Non siamo ancora fermi quando tiro su la testa mostrando un turista al finestrino, e con rapida spontaneità punto la fotocamera sul serpente di taniche gialle in attesa di acqua su cui siedono giunte a destinazione donne in fila. Al primo secondo che passa i bambini mi vedono, al secondo realizzano mentre definisco il quadro aspettando l’autofocus troppo lento, al terzo è leggermente tardi ma ho scattato e già una folla di bambini esaltanti e sorridenti mi vengono in contro e mi circondano, mi guardano come fossi un alieno. Scendo di macchina calmo e sereno per lasciare un po’ di pelle bianca alla loro curiosità, e a me qualche attimo di scambi affettuosi, ma non tutta, intendevo.
Alcuni uomini mi parlano animosamente avvicinandosi ma fingo di non vederli e continuo a giocare con i bambini spostandomi verso la macchina, perché ho un problema. Sono passati quindici secondi e Zakarias è in piedi e parla animosamente con alcuni uomini del villaggio, mentre altri uomini e bambini continuano a convergere verso di noi, e avvicinandosi anche lui alle portiere rimaste aperte, continuando a discutere in Amarico, mi dice chiaro e deciso: “Giulio, go in the car!” Cerco di staccarmi dai bambini con dolcezza e mi trattengono, si accumulano tra me e la macchina inconsapevoli di cosa stia accadendo tra gli adulti, ma devo liberarmi bruscamente mentre di corsa ne arrivano altri ancora, e saltare sull’auto già in movimento. Non sono stati più di trenta secondi.
In macchina sospiro un po’ in silenzio, poi parla Zakarias:
“Children are good, not the old people. Children and woman are good.” BEE BEE BEEEE.
“What was the problem? The foto, I suppose.” BEEEEE
“Don’t take foto here. In the south is ok, no here.”
“What did that man say?” BEE BEE BEEEE.
“He say why you don’t help them to repair the pump, broken three days ago. Ah, Ah, but I told him you are an engineer making a research about the problem of the water in Africa. I told him you are not a tourist, but you are working for them.”
“Thank you so much, Zakarias.”

Il suo scarrozzarmi per l’Etiopia chiacchierando era spesso intervallato da pause lunghe di silenzio rotte solo dal clacson, in cui mi soffermavo a guardare ogni cosa e volto in corsa, compreso il suo di profilo mentre guidava fermo, tra i più sereni mai visti, e i loro attrezzi, le loro cose frugando con gli occhi fin dentro al buio delle capanne costruite ai margini della strada con la porta aperta, che viaggiando sembrava di girarci intorno. La campagna era popolata e loro erano ovunque. Fermavi la macchina dove sembrava non ci fossero e uscivano, comparivano dai campi a guardarti immobili e discreti, sempre bellissimi spuntavano come germogli dalla terra, sbucavano dai cespugli soli e sorridenti; alcuni si avvicinavano a parlarti perché sono molto socievoli. I più erano bambini.
Una volta ho accompagnato Asrat in città e nella sala di attesa di una clinica privata di lusso, una donna con il camice bianco appena mi vede si avvicina e mi affoga di domande restando in piedi davanti a me, facendomi affossare in una poltrona gonfia, come piacciono a loro e per la strada espongono con orgoglio insieme a pile di materassi identici in vendita, con la pelle squarciata dai decenni e nera dall’usura, come erano le altre su cui sedevano quelli che sono i ricchi di lì. Mi parla del Nilo ma non la capisco, m’incalza di domande dall’alto sempre più seccata dalle mie difficoltà a rispondere, la dottoressa quasi si arrabbia perché vuole sapere, e con pennellate di magia sul viso, dal disagio della sua irruenza a proteggermi, Asrat interviene. Sono in una stanza nicotinosa sebbene nessuno fumi, in un altro mondo accompagnato dal suo dolcissimo Re che non mi lascia provare nessun fastidio e di cui ho nostalgia, dove il passato mi avvolge come non aveva fatto mai, di superfici ingiallite, con i suoi strappi nei tessuti strabuzzanti di gomma piuma, con i suoi angoli scuri e i suoi spigoli per decenni urtati e smussati, con i fili pendenti alle pareti irregolari di una stanza dove tutto è più vecchio di me, ed è stato troppo toccato.
Zakarias non ama le inutili variazioni di velocità, tratta motori e sospensioni come bestie e polverosamente sterza, ora in un sentiero secondario dove cominciamo a ballare sul serio senza sosta, tra lingue di terra compatta che perimetrano i campi coltivati a più non posso, che tutti si attivano a lavorare in massa quando il diluvio cessa, perché poi, per mesi, nisba, con la nostra scia di bimbi più o meno rarefatta che perdiamo in dietro e come per centrifuga di lato, curvando, come biglie sopra un disco che gira, ed io, che dal finestrino mi diverto a eccitarli. Attraversiamo ancora villaggi in radure ombreggiate sempre più intimi e aperti, scuotendo un attimo la vita dei contadini come fosse un tappeto che volevo immortalare prima che se ne accorgessero, già che lì si poteva, e la strada mezz’ora dopo si è persa o non doveva più esserci, e Zakarias è un poco incerto, si ferma a chiedere informazioni e qualche bimbo ci raggiunge restando perplesso a guardarmi a distanza, e con un’energica retromarcia riparte, macinando con le ruote ancora campagna, impassibile, dondolante e sorridente, in un accenno di strada che in un canneto apparentemente disabitato ritorna. Tagliamo un’estesa pianura senza alberi ancora disseminata di anime e animali, poi guadiamo il letto di un fiume a secco, rallentando fino a quasi a fermarci tra uomini che si avvicinano e suggeriscono, tra le dune screpolate alte alcuni metri del suo grande letto, la miglior traccia per le ruote tra le scoscese pendenze, perché la nostra jeep non avesse a ribaltarsi. Non si è mai soli.
Prosegue il viaggio su un prato verde appena ombreggiato da piante di ogni sorta. Si entra nel fresco di una radura e Zakarias rallenta, gira tra gli alberi e le capanne, piano, penetrando la vita di un altro villaggio più a fondo, e i bambini escono tutti allo scoperto, saltano, gridano, ci avvolgono mentre gli adulti smettono di fare cosa stavano facendo, venendoci in contro accoglienti, si raccolgono. Siamo arrivati.
Usciamo e resto immobile guardandomi intorno.
Un vecchio avanza davanti a una capanna in costruzione e con un cenno con la mano tutto si ferma e è silenzio.
Mi viene davanti con elegante riverenza e inchinandosi ripetutamente con la testa china e una mano sul cuore, mi da il loro più caldo benvenuto:
“Lò, lò, lò.”

“Trenitalia informa che nella carrozza 11 è disponibile un servizio ristorazione bar-caffetteria. Il treno ferma nelle stazioni di: Firenze Santa Maria Novella, Bologna Centrale, Milano Centrale.” La campagna scorre in dietro disanimata. Non c’è veramente nessuno osservo per la prima volta. Un terreno coltivato dopo l’altro fila tirato a lucido al tecnigrafo, desolato come dentro sento il treno. Ancora di più sempre le grida, le mani che stringono e amano senza invidia, senza confronto.

Non un granello di polvere, un bambino, tanto meno fuori posto. Lo scivolare del treno sul nostro paesaggio agreste è un soffio; con tutto il nostro ingegno siamo arrivati solo adesso a saperci quasi volare con le ruote di ferro.
Penso ad Asrat chiedermi se in Italia i campi si lavorano tutti con le macchine, un giorno che l’ho accompagnato in una città distante molte ore, dove l’Africa somiglia di più a quella del comune immaginario, bruciata e con gli alberi a ombrello sparsi in pianure sconfinate che si tagliano a 90 all’ora su rettilinei lunghi e sempre in quarta. Il rosso dalla terra verso est si è diluito.
“Why don’t you use the fifth gear, Asrat? You could save fuel.”
Non gradisce il suggerimento sebbene abbia la patente da sette giorni e solo dopo un po’ di esitazione mette la quinta marcia, lasciandomi la sensazione di essere stato inopportuno; il ritorno sarà ancora tutto in quarta, e io appena imbarazzato. Restiamo dieci chilometri in silenzio, poi torna a parlare con Alemayo che siede dietro. Guida come lo facesse da sempre. Ogni tanto la strada è interrotta per lavori e deviata in percorsi di terra laterali, che s’insinuano in nubi di polvere tra i villaggi circostanti di vite temporaneamente impregnate di bitume, per poi rimmettere sulla strada principale in un nuovo tratto appena asfaltato.
Ricordo una donna uscire con una mucca da una capanna di paglia e fango in un’aria densa di pulviscolo che specchia il sole della mattina e toglie contrasto e saturazione alle figure. Uomini seminudi in fondo a voragini di terra scavare nel caos senza sbadacchiature, o su assi incastellate tra esili pali di legno tra loro chiodati, caldarelle di calcestruzzo da gettare nei casseri alti, appese a pugni di donne in gonna lunga che camminano in fila contro l’azzurro sul filo del vuoto.
Mi hanno detto che mancare un funerale è una grave offesa ai cari del defunto, anche se sei un amico o un parente lontano o distante, e porta all’emarginazione di chi non riesce ad arrivare; le famiglie si ritrovano in cerimonie funebri cui tutti convergono, che mi vengono indicate al nostro passaggio a lato della strada, ma che i pochi secondi disponibili allo sguardo in corsa, non bastano a capire. Bisognerebbe fermarsi sempre ma non si arriverebbe mai, scendere di macchina tinti di nero e con discrezione entrare tra la gente, osservare da vicino cosa fanno e a cosa devono quel dato comportamento o pensiero. E forse nemmeno: bisognerebbe semplicemente credere in Dio.
L’edilizia più diffusa, sia nei villaggi rurali che nei centri urbanizzati, è costituita da pareti, sempre di fango e paglia, modellate intorno a un’ossatura d’irrigidimento in pali di legno verticali chiodati tra loro e incastrati, si fa per dire, con una piccola traccia al terreno, e solitamente inquadrano due vani rettangolari molto piccoli e privi di pavimento, connessi da un disimpegno d’ingresso centrale. La copertura è in costosa lamiera di acciaio ondulata che chiamano “curcuri”, che costituisce uno degli elementi caratterizzanti il paesaggio antropizzato, sostituita alle coperture di paglia per gli evidenti vantaggi funzionali, tanto diffusa da essere bella riflettendo il cielo tra la vegetazione, come tutte le cose vere, spontanee, coerenti come quelle che servono. Le solette, quando presenti, non si armano perché il ferro per loro è oro, anzi, non si fanno proprio e, casomai, sono sostituite da terrapieni di sassi a secco, che le case di terra sono tutte lesionate, squarciate dai diluvi e dagli smottamenti di una terra quasi liquida che si erode a guardarla, con pareti paurosamente fuori piombo, alcune tanto che una volta ho chiesto di fermarci e tornare indietro a segnalare il rischio, suggerire dei puntelli. Non mi sentono, non percepiscono il pericolo, mi sorridono o ridono e basta, non hanno paura di un bel niente. Sono inappropriatamente sofisticato a vedere rischi irrisori.
La capanna conica che abbiamo in mente ha un diametro alla base di 5 o 6 m e ospita la coppia e la prole, insieme a una o più bestie e quattro cose. Il maschio ha facoltà di passare da una capanna a un’altra per godersi ora una moglie, poi l’altra, se ne dispone, ma quelli che lo fanno sono una minoranza. Ad Adiss Abeba mi dicono esserci un ospedale per sole donne rovinate dall’infibulazione, talvolta con problemi d’incontinenza se non più gravi; e la nuova legge non serve, aggiungono nel sentirmi irritato, perché le donne che osano imporre la propria volontà di restare integre, vengano emarginate e considerate sporche dalle loro stesse amiche.
Sparsa di cose crude come la carne viva è la strada per Awassa, dove andiamo a comprare un computer, di bestie appena sventrate in un clima a festa, e di ambulanze umane che camminano per giorni con una barella di legno in spalla fino all’inferno dell’ospedale meno lontano, dove facilmente si arriva morti.

Parte 2

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4 thoughts on “Una terra rosso e verde 1

  1. Sei bravissimo a “dipingere” le scene con le parole! Sembra davvero di essere trasportati in quei luoghi… Ma questo non puo’ essere un racconto di pura fantasia, vero? Senno’ saresti meglio di Salgari! 😛

  2. Ciao caro Wolf. Grazie! E’ il diario di un viaggio che ho fatto a primavera ospite di un centro laico di recupero di bambini di strada e che ho temporaneamente deciso d’interrompere perché coinvolge persone reali e racconta verità che i governi autoritari non vogliono si conoscano; e non vorrei mai interferire involontariamente in un delicatissimo equilibrio, mettere la bocca nelle cose troppo delicate e non mie. Non per i governi autoritari, naturalmente. Forse è uno scrupolo eccessivo…anche perché poi, chi lo legge?
    Peccato, perché è una fiaba che parla di eroi molto bella e tutta vera. Credo invece che pubblicherò alcune fotografie, compreso il rischioso scatto rubato al pozzo di cui parlo nel testo: la bambina in primo piano aveva una maglietta con la scritta “GOD IS GOOD”.

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