Via Baracca

In ogni ambito si possono riscontrare danni lasciati dal lavoro fatto male, e spesso si devono anche rimediare; a me viene da guardarmi intorno le conseguenze in larga scala che attraverso nel mio quotidiano, difficili da rimediare. Percorro una strada di campagna che arriva in città sinuosa, sul lato reso disponibile dal fiume e dai rilievi all’edificazione, e mi diletto a sovrascrivere i palazzi in cemento armato che vedo, lasciando solo le preesistenze con il pensiero; vecchi fabbricati sparsi per la via in un contesto rurale immaginato. Un gioco di fantasia per distrarmi, certe volte, durante il solito viaggio. Passo tra le prime case ottocentesche accennare il tessuto che comincia a urbanizzarsi, a derivare da un disegno. Ma sono costruzioni isolate, interrotte da vasti terreni coltivati, da cantieri in lotti immensi ancora vuoti che fremeranno mattoni, betoniere. Cominciano a comparire i primi “villini”, alcuni sono isolati e altri a schiera che presto si susseguono simili, riempiono, prendono il posto di aree dipinte a fantasia, inquadrando la strada in un contesto unitario e coerente, piacevole; poi di nuovo superfici vuote di cielo nella città che s’interrompe ancora, lasciando un ultimo residuo di terra oltre il parabrezza, prima che l’ottocento le si serri addosso all’improvviso, tracciato con le squadre. I “villini”, così li ho sentiti chiamare da una collega, sono abitazioni plurifamiliari in mattoni di due o tre piani, rigorosamente simmetriche. Hanno una o due file di finestre laterali sormontate da un timpano a tutti i livelli e un ampio portone in legno al centro, con dietro il vano scale; quanto ci ho lavorato, aperto porte, chiuse altre. Poi ci sono i condomini di mattoni di quattro o cinque piani che riempiono il perimetro di vasti isolati, lasciando al centro una corte per orti e giardini. Avevano un criterio.
Dopo di che tutto sembra da cancellare intorno, in quel percorso, salve le eccezioni che ci saranno, ma che non mi vengono in mente.
Entro nella città più bella che conosca di cui colgo le luci della sua espansione verso occidente, comparire e nascondersi dietro le ultime lingue nere dei rilievi, scendendo tra le curve di notte in autostrada dall’Appennino, di ritorno da viaggi.
Le passo di fianco e taglio via per le sue colline, se torna con il giro e se è giorno, dove al contrario tutto è così ridente, e immerso in un paradiso ondeggio con prudenza tra muretti costruiti così e così perché talvolta mi danno lavoro insieme al terreno li ribalta, ma anche così delicati e sorprendenti nel far scivolare paesaggi intorno alla strada su cui un istante battere gli occhi, sopra gli ulivi, oltre i cipressi. Uno, mai due gli attimi: sono rigidi all’impatto e dunque affatto dissipativi.
Lascio parlare anche il mio sguardo tecnico a case e palazzi datati come strutture, perplesso, ma so che il terremoto a Firenze non dovrebbe essere abbastanza forte. Non sarà lei la vittima del prossimo decennio. Ci ha pensato la fortuna rivelata dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia: è in zona 3S, con pericolosità media.
Deve essere stato un periodo buio anche da questo punto di vista, quello dei palazzi brutti in cemento armato presi ad esempio del malfatto, e le conseguenze le paghiamo noi, ora e domani, non chi li ha costruiti. E’ vero che tante cose non si sapevano, ma spesso si lavorava male e il nocciolo della questione torna ad essere culturale, l’evoluzione dell’individuo che relativizza se stesso di fronte alle cose che devono essere durature, mette in disparte i propri interessi, e le fa bene perché comprende il motivo per cui a tutti conviene.

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