Una terra rosso e verde 2

Parte 1

Ha le iridi castano chiaro dal contorno sfumato che sbordano su un sottile anello bianco, carnoso e sanguigno di capillari intorno, e le palpebre gli cadono rilassate sugli occhi  impastati e sporchi. I lati e la base del volto sono coronati da una barba bianca, corta e incolta, che si estende fino ai capelli ricci appena più scuri e la sua pelle marrone è puntinata di macchie che sembrano nei neri. Indossa una camicia terrosa e lisa, con una cerniera lampo un po’ aperta sul petto e un paio di pantaloni beige, larghi e arrotolati sotto le ginocchia.

Lo imito nel gesto piegandomi in avanti ancora inconsapevole del motivo di tanta riverenza e saluto anch’io: “Lò, lò, lò.” e ancora lui prendendomi la mano: “Lò, lò, lò, lò, lò.” che stringo inchinandomi e scuotendola: “Lò, lò, lò, lò, lò.” Mi hanno detto che più “lò” si dice e più si è riverenti.

Crede che io sia un benefattore e invece sono un turista precariamente galleggiante nel sistema creditizio in balia del vortice ascensionale di un ciclone che si sta estinguendo e non sa come cadere al suo ritorno in Italia, se di mani o di sedere, spedito qui perché  veda quanto poco basti ad essere felici e ne tragga giovamento interiore, rompendo con il solito quotidiano.

Io dico se questa gente sapesse quanto è vasto il divario. Quanto l’ingiustizia è profonda. L’ipocrisia in cui siamo murati come inerti nel calcestruzzo, di appartenere al lato illuminante di notte il pianeta. Sapesse che qui internet non ci sarà mai perché il potere se ne è accorto, forse tardi di là ma non qui; là dove si arriva prendendo gli aerei perché il mare non si è mai visto e quello virtuale che si naviga si sa forse solo che esiste, in qualche ufficio connesso in dial-up&down. Qui si conoscono solo laghi ambrati. Qui che quando c’è il temporale e l’acqua viene giù a catinelle si affolla tutti un negozio con le pareti che hanno perso l’intonaco sul fango dove la paglia si è strappata, e i ragazzi riempiono del loro odore un centro di stampa KODAK accalcati ovunque, in piedi e seduti pigiati sui tavoli e sulla macchina gigantesca che sputa fotografie, due bambini, a guardare tutti la tv satellitare in alto, una partita di calcio, e qualcuno un vecchio pc con il desktop di windows XP in un monitor a tubo catodico appoggiato su un piano più basso. Mi faceva strada il loro Re di sempre che ha lasciato le strade per costruirle, il loro angelo protettore che aveva cominciato con il battersi nei duelli per guadagnarsi la vita divenuto severo e mite. Il compagno di danza di Monica che la solleva in aria e la riprende con le braccia mentre lei sembra dormire, quando è assente. Le mani di lei che cercano di offrire l’alternativa da meritarsi meritando fiducia, di un futuro ai bambini abbandonati dalle famiglie che giocano a calcio balilla nelle fangose baracche del mercato dove si scambia gioia per la vita senza avere davanti che sopravvivenza. Asrat dal sorriso seducente e il sospiro di stupore lieve e breve che sembra uno sciccosissimo singhiozzo, è il varco tra il Centro e il fuori, l’immenso interlocutore tra i due mondi che non adottano nemmeno lo stesso calendario. Per loro oggi è un altro giorno. La data nei loro computer è un’altra.

Non ce ne rendiamo conto ma siamo entrati nell’era del ciberspazio; viviamo due vite, una virtuale in cui ci proiettiamo sempre più spesso perché si può essere più veri, che informa e da consapevolezza all’altra. Siamo presi dalla rete ormai completamente; Facebook è diventato immenso, è la più grande entità del pianeta, la nuova piazza del Popolo al centro.

Ma se il potere di multinazionali e despoti che non sarebbero tanto per la quale a far scorrere troppo testi e video tra i contadini e che traggono profitto dalla spremitura delle divergenze, là dove sono io trova la rete configurata e perfettamente efficiente a dire no, qui dovrà solo occuparsi di non farla arrivare mai. Nessuno saprà del fuori più di quanto possiamo immaginare una quarta dimensione cercandone l’asse in un sistema a tre coordinate e così saranno tutti felici con quello che sanno. E guardo i miei simili guardare lo schermo con windows xp sfarfallante mentre fuori piove e la strada è un torrente di fango, che non li farà forse mai navigare e mi dispiace osservando ogni dettaglio degli occhi di una ragazza che ha capito come tutti gli altri che ho di più, senza capire quanto, sbagliando, senza poter immaginare di essere più ricca lei di me e che forse a me hanno fatto troppo credito, sovrastimando tutta una serie di cose.

Sarebbero così felici se fossero consapevoli? Che poi sono felici i bambini. Le donne mica tanto, invecchiando diventavano tristi. Confronti tra stati di felicità in circostanze e contesti diversi possono farsi solo a parità di consapevolezza che ha più peso del livello di benessere; per loro il mondo è quello, è fare tutta la vita quella strada e conoscerne ogni dettaglio, è la famiglia e le bestie, sono i soliti campi screpolati ora dal sole, dilavati dai torrenti più tardi. Una vita agli estremi dei contrasti, dalla violenza perpetuata nel tempo assopita nella pace dei villaggi al clima sempre severo, sfiancante, alla loro innata bellezza che si muove in un contesto di povertà allegro-amara.

E intanto Alemayo non mi seguiva. E’ il contabile del Centro che lavora al computer. Quando gli spiegavo il file batch per avviare il backup in automatico, non capiva, non sapeva nulla, usava la macchina meccanicamente per mancanza di occasioni di allenare il ragionamento, quel bombardamento di stimoli che abbiamo noi non lo aveva ricevuto e non mi seguiva e non è giusto. Siamo ancora trogloditi, non vogliamo spartirci le risorse e divoriamo la preda sotto gli occhi di tutto il terzo mondo, energia e conoscenza; che figura facciamo davanti a milioni di coscienze? Che ce ne frega dei disgraziati che prendono sole e acqua senza speranza? Se l’Europa fosse un uomo, gli Stati Uniti un altro e l’Africa un terzo, poi la Cina, la Russia, e s’incollasse al mappamondo omini alti quanto contano gli stati nel panorama globale, ditemi se la partita che sta facendo la tribù del pianeta terra è degna degli umani. Se centra qualcosa con la parola di Cristo, formalmente condivisa da tutti e sempre in bocca a qualcuno che non dovrebbe averla.

Siamo una tribù di ominidi che s’ammazzano tra loro per trafogare brandelli di carne sottratti a un altro ominide che sta morendo di fame. Ecco le relazioni terrestri. L’ipocrisia è l’atmosfera che le avvolge e ne protegge l’immobilità nel tempo. Si appartiene al sistema A e al sistema B lanciamo ogni tanto una monetina e abbiamo fatto il possibile. Un bel presentimento manca. E uno brutto viene.

Il vecchio del villaggio mi fa strada facendo largo tra la sua famiglia che si sta allargando tra le piante estendendosi su un prato ombreggiato da grandi alberi, e mi accompagna verso la nuova capanna in costruzione grazie al mio buon cuore; avrei voluto precisare che non ero io il benefattore ma ho preferito tralasciare. Costruire una capanna di due stanze costa 500 euro e il Centro ne finanzia la costruzione alle famiglie che aderiscono ad un ampio progetto di sviluppo, che prevede anche l’impegno dei genitori a mandare i figli a scuola. La vedo dietro le teste dei bambini che mi stanno circondando sommergendomi e mi siedo sul prato perché vogliono vedersi sul display della mia pocket camera che gli ho scaricato addosso. Hanno già completato il telaio di legno e due uomini stanno mettendo gli ultimi chiodi alla copertura, poi i bambini chiudono la vista con una prudente invasione, e prendono confidenza. Hanno visto e toccato tutte le loro fotografie nel buio delle teste nere rasate o intrecciate sopra di me con una ventina di occhi puntati sull’LCD.

Visito la capanna in costruzione; avevano scavato piccole tracce nel terreno in corrispondenza delle pareti sia esterne che interne, su cui avevano infilzato uno di fianco all’altro tronchi di alberi a basso fusto asciati ai nodi dei rami, costituenti l’ossatura della parete e tenuti insieme da un’orditura di sottili correnti lignei orizzontali inchiodati su entrambi i lati della parete, indispensabili a fornire supporto alla muratura di fango e paglia che andrà a rivestirla. Zakarias mi chiama per la riunione; il momento conviviale e cruciale in cui i due mondi s’incontrano tramite lui che ha un piede in ciascuno, lui che l’ultimo giorno mi ha fatto arrabbiare prima di salutarci all’aeroporto. Sono tutti in piedi in circolo intorno al vecchio e a Zakarias che si parlano in amarico mentre una donna mi fa sedere su un panchetto di legno accanto a loro poi va e torna con un vassoio di manghi e una brocca d’acqua mentre penso a Monica informarmi con quel suo piglio cinico che passerò la notte in bagno. Mi son detto che era il momento dei manghi e ne avrei mangiati a volontà come m’invitavano calorosamente a fare. E così ho fatto e il poi si vedrà. Ad ogni mango che riducevo al nocciolo ciucciato, facevano cadere dalla brocca un rivolo d’acqua per lavare le mani e il mango successivo che mi selezionavano dal vassoio palpeggiandoli tutti. Sapevo che quel frutto delizioso aveva il difetto d’incastrarsi fastidiosamente tra i denti ma nessuno sembrava soffrire troppo questo disagio.

C’è una colossale sovrapproduzione di manghi, per decine di kilometri non si possono comprare che manghi, in alcune zone ad altissima densità s’incontrano venditrici di manghi ad ogni curva e ogni 100 metri; forse non è possibile diversificare l’offerta, forse ci sono solo manghi. Altrove chilometri e chilometri di sole pannocchie.

Sono bambine con il sorriso da donna e già vanitose; comanda la più bella che ne è consapevole davanti al finestrino a contrattare, con le altre dietro. La bellezza e l’eleganza sono due forze. Ovunque c’è un essere sublime che le incarna, che veste e muove una regina di qualsiasi sperduto micro regno.

Ci salutiamo con più riverenza, saliamo in macchina e prendiamo la lunghissima via del ritorno. Decido che i filamenti di mango incastrati tra i denti producono una sensazione forse piacevole e durante il viaggio li dimentico. Arriveremo di notte e questo a Lei non piace. Zakarias guida senza distrarsi dalla strada con il suo cappellino che forse aveva anche durante la guerra con l’Eritrea.

“Do you think Monica will be angry, Zaccarias?” BE BE

“Yes” BEEEEEEEEE

“But not too much. It’s better not to drive in the night but it’s not so late.”

“Monica told me that you fought in the Eritrea war and you have a big scar in the leg, is it true?”

“Oh, yes. It was a bomb” indicando la tibia e spiegandomi che una scheggia l’aveva trapassata.

“Did you ever kill any soldiers?”

“Yes, many soldiers.”

Restiamo in silenzio lui a guardare la strada e io il paesaggio.

 

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5 thoughts on “Una terra rosso e verde 2

  1. Tu,Giulio,hai occhi grandi,per osservare il mondo,i dettagli in te diventano fondamentali per capire il tutto ma non ti perdi mai, Hai descritto il più bel ritratto della globalita’ non dimenticando nulla, evidenziando gli opposti, ma non demonizzandoli…stupendo questo scritto…davvero, non hai mai pensato di scrivere per davvero un libro, hai la cosmicita’ di un De Lillo e la poesia disincantata di wallace, eppure il tuo scrivere non assomiglia a niente. Starei ore a leggerti se potessi….alla prossima…

  2. Egle, non ho mai mai ricevuto un commento così incoraggiante! 🙂
    Mi sembra molto avere un blog e mi diverte, instauro relazioni interessanti e giocose; il libro certo mi piacerebbe. Lo sento ancora lontano, e forse neanche necessario. Con il blog ti confronti e provi a capirti. La scrittura e la poesia sono il mezzo per conoscersi, per essere un po’ più autentici di quanto non possiamo nel sistema che ruota intorno ai suoi modelli dati troppo per scontati. Un caro abbraccio.

  3. Letto questo, e poi la prima parte, ma con troppa foga, come sempre sono le mie letture in rete. Mi piacerebbe portarmi a letto il libro e centellinarlo, chiudendo gli occhi ogni tanto per fissare le scene solo immaginate, come se fossero ricordi miei. Può darsi che mi stampi questo racconto, da brava cartesiana.
    A me piace lo stile un po’ giornalistico.
    Ritorno, eh!

    (Ciao Egle, anche tu qui? 🙂

    • Ciao Lillo, i nostri sentieri si incrociano sempre, vero?D’altronde quando c’e qualcosa di bello, noi ci siamo, vero? Buona giornata a tutti e due…..forse riesco partire, non nevica, non c’e ghiaccio, e Alemanno si e’ calmato un po’ che ha fatto piu’ casino lui che la neve…..

  4. Siete per qualità e quantità, tu ed Egle, esubero di motivazioni per portare avanti questo racconto di fantasia. Ho idea di postare le fotografie a distanza di qualche giorno, Così è un viaggio che prima si legge immaginandolo e poi si vede.

    Buon viaggio Egle 🙂 e grazie per quello che mi hai detto. Qui niente neve. Solo freddo.

    Grazie Lillopercaso, forse un giorno ti chiamerò lillo; mah!…..°_°….ti sei contratta in Lillo?! Noto ora. Speriamo valga l’inchiostro e la carta 😉

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