Una terra rosso e verde – foto parti 1 e 2

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13 thoughts on “Una terra rosso e verde – foto parti 1 e 2

  1. sono stupende Giulio, ma le hai fatte tu? io prediigo le foto di persone , i prim piani rubati,e mi pice molto l’ottava…complimenti!

  2. E’ un bel reportage, rende ancora più visibili le parole (parte 1 e parte 2).
    Certe realtà trasformano il resto del mondo in un granello di sabbia.
    Saluti*

    • E’ abbastanza inconsueto abbinare un reportage fotografico a un racconto, d’altronde le due cose sono nate insieme; fotografavo e pensavo alla narrazione.
      …e noi in microbi che lo degenerano. Benvenuta apepam.

  3. Davvero belle! Complimenti Giulio! 😉 Che bello vedere questi sorrisi, come appaiono radiosi e sinceri in confronto a molti di quelli che si vedono qua attorno, così forzati, quasi con una smorfia ironica…
    Poveri, eppure…

  4. E’ proprio rossa e verde!
    Anche io prediligo le persone, ma ho sempre difficoltà a fotografarle… M’imbarazza, non so spiegarmi perché. Mi sembra di farlo con spirito puro… ma forse, nel mio profondo, sono una cacciatrice di souvenir, e ciò mi fa vergognare.
    Bah!
    Mi godo le tue!

    • Dicevo qualche giorno fa commentando un post che “è un argomento delicato e interessantissimo di cui parlerò nel fotoracconto che sto scrivendo; di una notte passata nel rimorso, forse eccessivo. Uno scatto rubato per documentare che non mi sarei dovuto permettere. La mia fotocamera doveva restare in tasca e tanti soggetti ho perduto perché era giusto restasse in tasca e ce l’avevo lasciata. Spesso si deve scattare prima che il soggetto se ne accorga e questo crea problemi di etica per la mia sensibilità che spesso sciolgo immedesimandomi nel soggetto fotografato. Se la mia casa fosse una baracca mi chiederei perché la stanno fotografando. Non c’è una regola; devi decidere in un istante ed è uno degli aspetti più affascinanti della fotografia, la sua componente relazionale, questa responsabilità, la dialettica tra fotografo e soggetto in cui nessuno deve perdere la sua dignità, nemmeno il fotografo che la fa perdere al soggetto.”
      Ho cestinato la fotografia di una coppia nella loro capanna che avevo compensato con 4 birr (nulla, lillopercaso) senza che il prete che mi accompagnava si accorgesse del mio imbarazzo, che ai loro occhi mi vergognavo. In quella notte insonne ho sofferto ed elaborato il mio codice etico dello scatto, nonché scritto una lettera di scuse in inglese da far recapitare al prete ai miei soggetti che non volevano farsi fotografare, ma dovevano farlo: lo voleva il prete e lo voleva il turista che avrebbe elargito una misera mancia. Lo voleva la fame, la miseria. Era il volere di Dio. Sono stato un cane. La lettera poi mi è parsa una ridicola ipocriosia, e l’ho strappata.
      E’ rimasta in tasca in un centro di accoglienza di madri e bambini con problemi di denutrizione, e anche all’ospedale di cui parlerò. Però l’ho sfilata dalla tasca dal parrucchiere che mi ha tagliato i capelli, al mercato, in chiesa, durante i preparativi di un pranzo nunziale e su tutte le donne che mi piacevano e volevano farsi fotografare compensandomi loro di sorrisi.

  5. Questo tuo commento di risposta, entrerà a far parte del racconto, vero 🙂 ?

    Comunque: tu ci lavori, o lavoravi; me, mica mi costringeva nessuno a far foto, era solo per documentare le lettere di viaggio per la mia mamma… Più facile farne a meno, ti pare?

    • Sì lillopercaso. Ho anticipato fatti e considerazioni che svilupperò nel racconto.

      Ero lì in qualità di turista con macchina fotografica e non ho mai lavorato con la fotografia. In che senso ci lavoro o lavoravo?

  6. Qualcosa a che vedere con la costruzione o progettazione di una grande capanna finanziata da un non meglio precisato Centro, e forse anche dei problemi legati a una pompa dell’acqua, se ben ricordo, e relativa documentazione -con foto di contorno. Però dicevi anche di essere un turista…
    Mi sa che devo rileggermi i racconti.

    • Non ti scomodare Daniela, ci penso io:

      “Crede che io sia un benefattore e invece sono un turista precariamente galleggiante nel sistema creditizio in balia del vortice ascensionale di un ciclone che si sta estinguendo ….”

      Aggiungo che lo crede per associazione con il colore della mia pelle, perché i benefattori mi somigliavano ed ero accompagnato da Zakarias, l’autista ma anche un intermediario del Centro; non vorrei parlare con chiarezza della struttura, dei ruoli, ma lasciarli intuire insieme ai personaggi cercando il più possibile l’astrazione. Ero un turista con pocket camera da turista, dunque.

      “He say why you don’t help them to repair the pump, broken three days ago. Ah, Ah, but I told him you are an engineer making a research about the problem of the water in Africa. I told him you are not a tourist, but you are working for them.”
      “Thank you so much, Zakarias.”

      Ti lascio immaginare come mi sono sentito quando per allentare la tensione Zakarias ha giustificato il mio ritrarre i loro dramma quotidiano affermando che stavo documentando per essere di loro aiuto. In parte è vero: raccontare questo viaggio è un piacere ma forse anche un dovere etico condividere un’esperienza, dare un senso a queste foto, divulgare realtà vissute da un punto di vista così particolare: immerso due settimane in una comunità laica di recupero e reinserimento nella famiglia, nella scuola e nella società del lavoro di bambini abbandonati per strada. Tra le attività svolte intorno alla funzione principale, il Centro offre finanziamenti alla famiglie per costruire o ampliare la casa, a mezzo di contratti in cui queste s’impegnano, tra le altre cose, a mandare i figli a scuola.

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