Disposizione quadricromatica

Quando notò quattro fili da cucito corti e colorati penzolare dal bordo interno del mobile dentro il cassetto appena aperto, non riuscì più a muoversi come se allungandosi le avessero avvolto il rocchetto d’anima a mille giri all’istante soffocandole i movimenti del corpo. Erano io che la guardavo, realizzò senza comprendere come potessi essere con lei in quella stanza se ero partito chiamandola da lontano e che non sarebbero tornati indietro di me, altro che indumenti. Erano i nostri cuori senza scampo i miei occhi appoggiati per una spalla al muro che la guardavano privi di sguardo. Il suo era rimasto tra le porte di vetro scorrevoli di una banca e lei scolpita sulla pedana di linoleum pressostampato, nascondeva un mio atrio in un ventricolo e il resto del mio, era scomparso. “Quante bevute bevute e foto bruciate bruciate di te contro il sole in questo cassetto aperto, tra le mie mutande. Muoviti, trova la forza nella speranza di rimediare” dissi lei silenzioso come io che non ci sono, e scricchiolando i legamenti saldati dalla consapevolezza che tutto il tempo avuto davanti sarebbe servito quanto un minuto scaduto, si mosse, si avvicinò ai quattro fili di tessuto di colori diversi fissati con adesivo a nastro alla cassettiera in fila uno accanto all’altro e ancora vibranti per inerzia, per capire, perché a vedere il fondo si fa prima che a toccarlo, e trovò l’altra striscia di adesivo che incollava poc’anzi allo spigolo del cassetto l’estremità libera dei fili sfilatisi senza snervarsi al suo brutto tiro: “Gerarchia delle resistenze programmate invertita perché porti il ponte al collasso”, continuavo cinico e ignaro che stavamo precipitando, “per cui il vincolo della sottostruttura ai luoghi interdetti se non si conquistano aprendosi all’altro, cede, non lo strallo”. Ma non mancai di farle forza precisando che aveva una su ventiquattro possibilità di ritrovare la disposizione dei colori del nostro trascorso: forse il secondo filo rosso incrociava il terzo verde e magari l’ultimo blu era attaccato al cassetto per primo, quando ancora era chiuso come lo avevo lasciato, quando ero io a nasconderle il sospetto che fosse curiosa portandomi in viaggio qualche grammo di peso in più, relativo alla sfiducia che mi portò a tenderle il trabocchetto. Gli attimi si rincorsero addensandosi in un momento che nelle bielle di cotone non poteva esserci e si sedette per terra flessa tingendo l’aria di rosa pastello delle sue ascelle che distante non mi addolciva, con tutto il carico su di sé, concentrato nel presente. “Prendere consapevolezza improvvisa di una colpa tutta propria pesa, ma prova a salvarci cercando residui di tinta impiastricciati sullo scotch”, infieriva il suo conoscermi su di sé porgendole una mano lacrimante olio, perché non erano di cotone che avrebbe lasciato pelucchi di tracce sulla strada che non c’era per ritrovarsi disonorando il vero, ma di Nylon.
Andò che il cassetto esplose senza muoverle un capello pettinato da Roberto, ma il soffitto della stanza schizzò in alto che se ne perse ogni calcinaccio in un cielo quarto nel mentre il parquet si scosse come un tappetto sollecitato ondulatorialmente di lato, facendole sobbalzare appena ma ripetutamente la capigliatura, e si rilassò in un piano di mattonellame senza fine, arso dai filamenti divenuti di tungsteno incandescente allontanatisi nel vuoto a dismisura per la deflagrazione e apparsi dopo un disco stroboscopico incantato che le pupille non si stringono abbastanza da mettere a fuoco, circonferenza alcuna, e pareti demolite senza accatastamenti di risulta né polvere, l’onda d’urto generò dune di gres porcellanato che vide ergersi sempre più irte e distanti a formare un orizzonte quadrato di montagne piastrellate tra noi; nei pressi solo maglie e calzini sparsi facevano da sterpaglie tra le fughe.

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30 thoughts on “Disposizione quadricromatica

  1. L’onda d’urto rompe le basi di gress, fa saltare in aria il cassetto e il suo contenuto ma tu di questo materiale che rimane ne fai un interessante uso, un mosaico o un bel pachwork, scegli te come definirlo.

  2. Un racconto di eros e thanatos “illuminato” dai bagliori di un’esplosione. Mi sono rimasti impressi soprattutto i suoi capelli perfetti, ben pettinati da Roberto.
    certo che hai un’originalità espressiva veramente sbalorditiva.

  3. Per ringraziarVi della partecipazione, eccoVi la conclusione di un racconto un po’ in jeans di tanti, ma aiutatemi a dire tanti, anni fa, che ha ispirato la severa condanna di thanatos, odierna: l’abbandono di lei dentro quel cassetto violato e scoppiato in un paesaggio di gress porcellanato. Sono sicuro, un giorno, di ritornare sul soggetto dell’arredo-bagno; non lo sento esaurito.
    ……..
    “Gianmauro, concedimi questa riflessione: io trovo che tua moglie sia cinematofonica, stasera.
    Ho capito, Giovanna, quello che ciaveva quel rapporto strano con la madre che quando portava qualche tipa a casa lei gli apriva il frigorifero per fargli l’elenco di cosa c’era dentro, poi, la madre, si addormentava su una sedia in cucina, con la testa sul tavolo? T’immagini la casa?! Il piastrellame del bagno! Madonna.
    Da quale mattonellame orrendo si lascia circondare tanta bella e brutta gente, in bagno! Non trovi?
    Secondo me c’è uno squilibrio: troppi bagni non sono all’altezza dei loro padroni.
    Spesso le persone sono più interessanti di quello che si potrebbe dedurre osservando i loro bagni, e restano inconsapevoli della loro non irrilevante caduta di stile, se qualcuno non dice loro qualcosa.
    Si cura lo stile nell’abbigliamento, nei capelli, nell’automobile, nelle essenze orientali, nel telefonino ma in bagno si da il peggio di sè! Spietatamente. Ti rendi conto?
    Ecco, questa è una cosa sulla quale vorrei dibattere ora: il rapporto tra l’anima delle persone e il gusto che manifestano nella scelta dell’arredo-bagno, ti va?………Ma che siete collassati tutti dal sonno?”
    Un solo desiderio: il letto.
    Torno a casa seguendo le loro voci avanzare; ci addentriamo nelle strade trascinando dietro i corpi, nel sonno, e la stanchezza è scoraggiante.
    Ho molto freddo, sto congelando, questa sensazione improvvisa mi spaventa. Non ci devo pensare, è solo un po’ di freddo e poi non ho alternative, non c’è una porta, un bar, un qualcosa, ce la devo fare ma sto andando in ipotermia e allora cerco di controllare il respiro spezzato, vado in affanno, stringo le braccia al corpo e i pugni nelle tasche, penso a quanto poco sforzo occorra a muovere le gambe, cerco di non sentire le reazioni del corpo, di rilassarmi per rallentare il cuore e smorzare il tremore che mi sta invadendo. Cazzo, muoio di freddo, sta aumentando. Rallento il passo. Non riesco a scaldarmi.
    Poco dopo sorvolo una conversazione in brandelli immersa in un vuoto scuro. Mi sto addormentando.

    • Capisco e mi scuso. Ho smesso di frequentare il blog di un autore di cui mi piaceva molto il carattere della stupenda scrittura, perché non comprendevo il significato di quella continua astrazione; era come se mi dicesse in continuazione “sei un cretino”. Un po’ ho insistito cercando di dimostrare a me stesso che non lo ero completamente, poi ho desistito. Non riuscivo ad entrare nella sua mente e alla fine mi è parsa una pretesa eccentrica ed eccessiva: il linguaggio un po’ sfumato ci può anche stare, ma nella giusta misura se si parte dal presupposto di non scrivere per noi, ma per chi ci degna della sua attenzione.
      La conclusione del racconto assai datato che ho postato ieri, forse il mio preferito, ha il senso di contrapporre al carattere e alla mia impronta nel post che vorrebbero essere più maschili, nonché caricati di passati remoti e riflessivi sonanti, una mia calligrafia più femminile e meno costruita. Nota bene che mi riferisco solo alla “mia”. E’ il fotogramma di un momento in cui sono in confidenza con amici ironizzando e ridendo intorno ai ricordi e confesso di essere sensibile al gusto che molti manifestano nell’arredo bagno. Ecco il nesso: è la condanna spiritosa della protagonista del mio delirio per avere ceduto alla curiosità in mia assenza frugando nel mio privato: il rapporto tra noi che tradito si trasforma in un paesaggio deserto di mattonelle da rivestimento, implicitamente orride come molto spesso sono.
      Ho revisionato e schiarito il post che ho trovato difettoso dal punto di vista della chiarezza, troppo conciso, e nei prossimi giorni vorrei dare la parola a lei.

  4. tu un po’ astratto, io un po’ cretina: se è vero che due più due fa cinque (a volte anche tre), un chiarimento per me ci stava proprio!
    Aspetto di farmi un’altra galoppata sui tuoi pensieri calzanti e incalzanti.

    • Tu affatto cretina! Tutto astratto io anche se credo di essere tra i meno vaghi, solitamente. Spero di aver rimediato con questa versione un po’ più spiegata; il lato b (la parte di lei) che ho solo in mente, dovrebbe togliere ogni ambiguità. Ciao Lillo. Grazie.

  5. Pulsa di vita e di morte questo tuo racconto, non vi e’ tristezza, solo grosse forze che si oppongono.L’amore si prende gioco della morte con una certa ironia,nelle tue parole e aumenta la tensione che produce autostima.I toi cassetti sono come pezzi di puzzle che tentano di formare un solido e inamovibile punto di lettura di vite ormai vissute….di sicuro posso dirti che hai di certo un tipo di scrittura molto originale!

    • La scrittura vorrebbe essere flessibile, capace di adattarsi al contesto e al personaggio. Alla sensazione che si vuole trasmettere. Qui musicale, direi ritmica, aggressiva poi tragironica che le già poche virgole se ne vanno, là morbida senza rime. Nelle mie intenzioni. L’importante è che sia precisa, chiara se si vuole capirla. Il senso è omesso, lo lascio libero, non lo stringo nel mio, Comunque non è finita, cara Egle.

  6. Sapete perché ci tengo ad un vostro commento?
    Attraverso di corsa in equilibrio instabile la fune dell’orgoglio senza bilancere fino all’estremità del capirsi, nel dirvi che la uso per sollevarmi quanto leggo autori molto bravi.

    • Non so molto aiutarti e l’avrei fatto volentieri. Controlla il menu “impostazioni avanzate – privacy – impostazioni contenuti – javascript”. Se lo disabiliti il messaggio non dovrebbe più comparire, ma non lo fare; è utile. Quindi sopporta il disagio e di al colibrì di caricarla e di ricordarsi di lei 🙂

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