Una terra rosso e verde 2

Parte 1

Ha le iridi castano chiaro dal contorno sfumato che sbordano su un sottile anello bianco, carnoso e sanguigno di capillari intorno, e le palpebre gli cadono rilassate sugli occhi  impastati e sporchi. I lati e la base del volto sono coronati da una barba bianca, corta e incolta, che si estende fino ai capelli ricci appena più scuri e la sua pelle marrone è puntinata di macchie che sembrano nei neri. Indossa una camicia terrosa e lisa, con una cerniera lampo un po’ aperta sul petto e un paio di pantaloni beige, larghi e arrotolati sotto le ginocchia.

Lo imito nel gesto piegandomi in avanti ancora inconsapevole del motivo di tanta riverenza e saluto anch’io: “Lò, lò, lò.” e ancora lui prendendomi la mano: “Lò, lò, lò, lò, lò.” che stringo inchinandomi e scuotendola: “Lò, lò, lò, lò, lò.” Mi hanno detto che più “lò” si dice e più si è riverenti.

Crede che io sia un benefattore e invece sono un turista precariamente galleggiante nel sistema creditizio in balia del vortice ascensionale di un ciclone che si sta estinguendo e non sa come cadere al suo ritorno in Italia, se di mani o di sedere, spedito qui perché  veda quanto poco basti ad essere felici e ne tragga giovamento interiore, rompendo con il solito quotidiano.

Io dico se questa gente sapesse quanto è vasto il divario. Quanto l’ingiustizia è profonda. L’ipocrisia in cui siamo murati come inerti nel calcestruzzo, di appartenere al lato illuminante di notte il pianeta. Sapesse che qui internet non ci sarà mai perché il potere se ne è accorto, forse tardi di là ma non qui; là dove si arriva prendendo gli aerei perché il mare non si è mai visto e quello virtuale che si naviga si sa forse solo che esiste, in qualche ufficio connesso in dial-up&down. Qui si conoscono solo laghi ambrati. Qui che quando c’è il temporale e l’acqua viene giù a catinelle si affolla tutti un negozio con le pareti che hanno perso l’intonaco sul fango dove la paglia si è strappata, e i ragazzi riempiono del loro odore un centro di stampa KODAK accalcati ovunque, in piedi e seduti pigiati sui tavoli e sulla macchina gigantesca che sputa fotografie, due bambini, a guardare tutti la tv satellitare in alto, una partita di calcio, e qualcuno un vecchio pc con il desktop di windows XP in un monitor a tubo catodico appoggiato su un piano più basso. Mi faceva strada il loro Re di sempre che ha lasciato le strade per costruirle, il loro angelo protettore che aveva cominciato con il battersi nei duelli per guadagnarsi la vita divenuto severo e mite. Il compagno di danza di Monica che la solleva in aria e la riprende con le braccia mentre lei sembra dormire, quando è assente. Le mani di lei che cercano di offrire l’alternativa da meritarsi meritando fiducia, di un futuro ai bambini abbandonati dalle famiglie che giocano a calcio balilla nelle fangose baracche del mercato dove si scambia gioia per la vita senza avere davanti che sopravvivenza. Asrat dal sorriso seducente e il sospiro di stupore lieve e breve che sembra uno sciccosissimo singhiozzo, è il varco tra il Centro e il fuori, l’immenso interlocutore tra i due mondi che non adottano nemmeno lo stesso calendario. Per loro oggi è un altro giorno. La data nei loro computer è un’altra.

Non ce ne rendiamo conto ma siamo entrati nell’era del ciberspazio; viviamo due vite, una virtuale in cui ci proiettiamo sempre più spesso perché si può essere più veri, che informa e da consapevolezza all’altra. Siamo presi dalla rete ormai completamente; Facebook è diventato immenso, è la più grande entità del pianeta, la nuova piazza del Popolo al centro.

Ma se il potere di multinazionali e despoti che non sarebbero tanto per la quale a far scorrere troppo testi e video tra i contadini e che traggono profitto dalla spremitura delle divergenze, là dove sono io trova la rete configurata e perfettamente efficiente a dire no, qui dovrà solo occuparsi di non farla arrivare mai. Nessuno saprà del fuori più di quanto possiamo immaginare una quarta dimensione cercandone l’asse in un sistema a tre coordinate e così saranno tutti felici con quello che sanno. E guardo i miei simili guardare lo schermo con windows xp sfarfallante mentre fuori piove e la strada è un torrente di fango, che non li farà forse mai navigare e mi dispiace osservando ogni dettaglio degli occhi di una ragazza che ha capito come tutti gli altri che ho di più, senza capire quanto, sbagliando, senza poter immaginare di essere più ricca lei di me e che forse a me hanno fatto troppo credito, sovrastimando tutta una serie di cose.

Sarebbero così felici se fossero consapevoli? Che poi sono felici i bambini. Le donne mica tanto, invecchiando diventavano tristi. Confronti tra stati di felicità in circostanze e contesti diversi possono farsi solo a parità di consapevolezza che ha più peso del livello di benessere; per loro il mondo è quello, è fare tutta la vita quella strada e conoscerne ogni dettaglio, è la famiglia e le bestie, sono i soliti campi screpolati ora dal sole, dilavati dai torrenti più tardi. Una vita agli estremi dei contrasti, dalla violenza perpetuata nel tempo assopita nella pace dei villaggi al clima sempre severo, sfiancante, alla loro innata bellezza che si muove in un contesto di povertà allegro-amara.

E intanto Alemayo non mi seguiva. E’ il contabile del Centro che lavora al computer. Quando gli spiegavo il file batch per avviare il backup in automatico, non capiva, non sapeva nulla, usava la macchina meccanicamente per mancanza di occasioni di allenare il ragionamento, quel bombardamento di stimoli che abbiamo noi non lo aveva ricevuto e non mi seguiva e non è giusto. Siamo ancora trogloditi, non vogliamo spartirci le risorse e divoriamo la preda sotto gli occhi di tutto il terzo mondo, energia e conoscenza; che figura facciamo davanti a milioni di coscienze? Che ce ne frega dei disgraziati che prendono sole e acqua senza speranza? Se l’Europa fosse un uomo, gli Stati Uniti un altro e l’Africa un terzo, poi la Cina, la Russia, e s’incollasse al mappamondo omini alti quanto contano gli stati nel panorama globale, ditemi se la partita che sta facendo la tribù del pianeta terra è degna degli umani. Se centra qualcosa con la parola di Cristo, formalmente condivisa da tutti e sempre in bocca a qualcuno che non dovrebbe averla.

Siamo una tribù di ominidi che s’ammazzano tra loro per trafogare brandelli di carne sottratti a un altro ominide che sta morendo di fame. Ecco le relazioni terrestri. L’ipocrisia è l’atmosfera che le avvolge e ne protegge l’immobilità nel tempo. Si appartiene al sistema A e al sistema B lanciamo ogni tanto una monetina e abbiamo fatto il possibile. Un bel presentimento manca. E uno brutto viene.

Il vecchio del villaggio mi fa strada facendo largo tra la sua famiglia che si sta allargando tra le piante estendendosi su un prato ombreggiato da grandi alberi, e mi accompagna verso la nuova capanna in costruzione grazie al mio buon cuore; avrei voluto precisare che non ero io il benefattore ma ho preferito tralasciare. Costruire una capanna di due stanze costa 500 euro e il Centro ne finanzia la costruzione alle famiglie che aderiscono ad un ampio progetto di sviluppo, che prevede anche l’impegno dei genitori a mandare i figli a scuola. La vedo dietro le teste dei bambini che mi stanno circondando sommergendomi e mi siedo sul prato perché vogliono vedersi sul display della mia pocket camera che gli ho scaricato addosso. Hanno già completato il telaio di legno e due uomini stanno mettendo gli ultimi chiodi alla copertura, poi i bambini chiudono la vista con una prudente invasione, e prendono confidenza. Hanno visto e toccato tutte le loro fotografie nel buio delle teste nere rasate o intrecciate sopra di me con una ventina di occhi puntati sull’LCD.

Visito la capanna in costruzione; avevano scavato piccole tracce nel terreno in corrispondenza delle pareti sia esterne che interne, su cui avevano infilzato uno di fianco all’altro tronchi di alberi a basso fusto asciati ai nodi dei rami, costituenti l’ossatura della parete e tenuti insieme da un’orditura di sottili correnti lignei orizzontali inchiodati su entrambi i lati della parete, indispensabili a fornire supporto alla muratura di fango e paglia che andrà a rivestirla. Zakarias mi chiama per la riunione; il momento conviviale e cruciale in cui i due mondi s’incontrano tramite lui che ha un piede in ciascuno, lui che l’ultimo giorno mi ha fatto arrabbiare prima di salutarci all’aeroporto. Sono tutti in piedi in circolo intorno al vecchio e a Zakarias che si parlano in amarico mentre una donna mi fa sedere su un panchetto di legno accanto a loro poi va e torna con un vassoio di manghi e una brocca d’acqua mentre penso a Monica informarmi con quel suo piglio cinico che passerò la notte in bagno. Mi son detto che era il momento dei manghi e ne avrei mangiati a volontà come m’invitavano calorosamente a fare. E così ho fatto e il poi si vedrà. Ad ogni mango che riducevo al nocciolo ciucciato, facevano cadere dalla brocca un rivolo d’acqua per lavare le mani e il mango successivo che mi selezionavano dal vassoio palpeggiandoli tutti. Sapevo che quel frutto delizioso aveva il difetto d’incastrarsi fastidiosamente tra i denti ma nessuno sembrava soffrire troppo questo disagio.

C’è una colossale sovrapproduzione di manghi, per decine di kilometri non si possono comprare che manghi, in alcune zone ad altissima densità s’incontrano venditrici di manghi ad ogni curva e ogni 100 metri; forse non è possibile diversificare l’offerta, forse ci sono solo manghi. Altrove chilometri e chilometri di sole pannocchie.

Sono bambine con il sorriso da donna e già vanitose; comanda la più bella che ne è consapevole davanti al finestrino a contrattare, con le altre dietro. La bellezza e l’eleganza sono due forze. Ovunque c’è un essere sublime che le incarna, che veste e muove una regina di qualsiasi sperduto micro regno.

Ci salutiamo con più riverenza, saliamo in macchina e prendiamo la lunghissima via del ritorno. Decido che i filamenti di mango incastrati tra i denti producono una sensazione forse piacevole e durante il viaggio li dimentico. Arriveremo di notte e questo a Lei non piace. Zakarias guida senza distrarsi dalla strada con il suo cappellino che forse aveva anche durante la guerra con l’Eritrea.

“Do you think Monica will be angry, Zaccarias?” BE BE

“Yes” BEEEEEEEEE

“But not too much. It’s better not to drive in the night but it’s not so late.”

“Monica told me that you fought in the Eritrea war and you have a big scar in the leg, is it true?”

“Oh, yes. It was a bomb” indicando la tibia e spiegandomi che una scheggia l’aveva trapassata.

“Did you ever kill any soldiers?”

“Yes, many soldiers.”

Restiamo in silenzio lui a guardare la strada e io il paesaggio.

 

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Una terra rosso e verde 1

BEE BEE BEEEEE.

Il capretto no.
BEEEEEEEEEEE. Oddio il capretto! NOoo.
Zakarias inchioda e sterza bruscamente che la nostra camionetta slitta scricchiolante di detriti strusciati tra gomme e strada, seguita da una nuvola di polvere, con la ruota destra dritta e ferma lanciata contro una mansueta creatura pascolante al centro della strada più delle altre, che quando ormai diresti di averla presa in pieno e aspetti solo il botto, quasi per caso caprettando si sposta o fa un piccolo casuale balzo nella direzione giusta; non so capire questi capretti che riescono a scamparla così, all’ultimo momento, Samuela.
“Too many sheeps!” Non si scompone il suo sguardo sornione sotto l’aggetto frontale di un cappellino saldato alla cute.
“Yes. What happens if you kill a sheep, Zakarias?”
BEE BEE BEEEEE. Facendo il pelo alla coscia posteriore sinistra di una mucca.
“You must pay it.”
“How much is it for a sheep you kill on the street?”
“Four houndred Birr.”(come 4 polli all’Esselunga).
“And, if the animal is a cow?”
“Oh, it’s more expensive: four thousand Birr!” guardandomi un attimo e tornando alla strada.
BEE BEE BEEEEEEEEEEEEEEEEE.
Senza rallentare si volta in dietro imprecando a qualcuno dal finestrino, poi viene a me brevemente, ma ancora alterato: “They must check for their animals!”
“You are right, they don’t pay enough attention.”
Smettiamo di parlare e il clacson continua a scavarci la strada attraverso un presepio sconfinato di gioia prima sconosciuta che si apre al nostro passaggio come l’acqua divisa in due onde dalla ruota di prora.
Le mandrie si curvano flesse dal suono, si compattano e stringono ai cigli della strada e i contadini si voltano, guardano dentro ridenti, mi vedono e saltano con le mani sbraccianti ormai in dietro, chiamandomi da una polverosa bolgia di bestie, colori, bambini e gioia impazzita nei loro stracci che ha dato l’allarme rincorrendoci urlante: “Foreigner! Foreigner!” Agitarsi e chiudersi in un punto dello specchietto.
Davanti si penetra l’Africa a circa 60 chilometri all’ora e si viaggia nel tempo, fermi nel continente come la luce nel cosmo.
Camminano a gruppi, camminano soli, camminano nella stessa direzione allegramente, donne, uomini e bestie maltrattate, con sciami di bambini intorno che giocano sulla strada con la bocca nella terra a centinaia, si attraversano ore e ore di bambini bellissimi sparsi in un villaggio smisurato che si estende in ogni direzione per l’Africa, che comprendi come sia grande da quanti ne hai visti. La sera, nella mia camera linda e di luce fioca e andante, con gli occhi che si chiudono sulla cartina della Lolli Polli, sei ore di viaggio brulicante di vita erano pochi millimetri. Camminano in direzione dell’acqua con taniche gialle in groppa a donne o animali, senza sentire il peso del tempo, e tutta la vita è la solita strada che dal villaggio all’acqua porta o ai campi. Camminano per decine di chilometri a piedi o con qualsiasi carretto purché di legno e ferro. Aratri e zappe in spalla se la destinazione è la terra per avere radici sempre al nubifragio, che le strade di fango tra case di fango in impetuosi torrenti per mesi trasforma, che dilavano, sfanno, perché poi è solo sole e terra che si spacca, e occhi bianchi che vengono a chi non riesce a lavarsi il viso, e spariscono in un punto dello specchietto.
“But it’s dangerous for all these children on the street.”
“Yes, it is.” Non cambia il suo sorriso perennemente sereno e non smette un attimo di guardare la strada, mentre dondoliamo e vibriamo per il selciato dissestato.
“One day a car with a tourist and his driver killed a child BEE BEE BEEEE and the people arround killed the tourist, but Giulio, BEEEE I never had any accident in my life. Never.”
Bugiardo, Monica mi ha detto che hai investito un carretto a tutta velocità e che il conducente ha fatto un volo di trenta metri finendo nella macchia africana e che non sei in prigione, dove qui si va senza troppi discorsi e poi, casomai, si sta a vedere, perché miracolosamente e incomprensibilmente è fuggito strascicandosi moribondo nella campagna.
Il paesaggio del Wolayta è una guerra di colori, un contrasto che pizzica continuamente lo sguardo con frequenze che si scannano urlandosi la violenza che hanno visto a un popolo mite che crede in Dio da imbarazzare un prete latino in messe, che sono cerimonie dell’ingenuità e del cuore, con i suoi sguaiati canti. Un popolo che una stella pudica in piedi a gambe e braccia aperte compare davanti al sole alla guida di un calesse, e sotto il vestito candido che la sua bellezza veste, è nuda da perdere il senno. E come tutte mutilata in una terra rosso e verde.
Ecco il pozzo!
“Can you stop here, Zakarias? Stop! Stop here!”
E’ questione di istanti: sfilo la macchina fotografica dalla tasca dei pantaloni e l’accendo cercando di nascondere il viso di lato e in basso, per essere visto il più tardi possibile. Non siamo ancora fermi quando tiro su la testa mostrando un turista al finestrino, e con rapida spontaneità punto la fotocamera sul serpente di taniche gialle in attesa di acqua su cui siedono giunte a destinazione donne in fila. Al primo secondo che passa i bambini mi vedono, al secondo realizzano mentre definisco il quadro aspettando l’autofocus troppo lento, al terzo è leggermente tardi ma ho scattato e già una folla di bambini esaltanti e sorridenti mi vengono in contro e mi circondano, mi guardano come fossi un alieno. Scendo di macchina calmo e sereno per lasciare un po’ di pelle bianca alla loro curiosità, e a me qualche attimo di scambi affettuosi, ma non tutta, intendevo.
Alcuni uomini mi parlano animosamente avvicinandosi ma fingo di non vederli e continuo a giocare con i bambini spostandomi verso la macchina, perché ho un problema. Sono passati quindici secondi e Zakarias è in piedi e parla animosamente con alcuni uomini del villaggio, mentre altri uomini e bambini continuano a convergere verso di noi, e avvicinandosi anche lui alle portiere rimaste aperte, continuando a discutere in Amarico, mi dice chiaro e deciso: “Giulio, go in the car!” Cerco di staccarmi dai bambini con dolcezza e mi trattengono, si accumulano tra me e la macchina inconsapevoli di cosa stia accadendo tra gli adulti, ma devo liberarmi bruscamente mentre di corsa ne arrivano altri ancora, e saltare sull’auto già in movimento. Non sono stati più di trenta secondi.
In macchina sospiro un po’ in silenzio, poi parla Zakarias:
“Children are good, not the old people. Children and woman are good.” BEE BEE BEEEE.
“What was the problem? The foto, I suppose.” BEEEEE
“Don’t take foto here. In the south is ok, no here.”
“What did that man say?” BEE BEE BEEEE.
“He say why you don’t help them to repair the pump, broken three days ago. Ah, Ah, but I told him you are an engineer making a research about the problem of the water in Africa. I told him you are not a tourist, but you are working for them.”
“Thank you so much, Zakarias.”

Il suo scarrozzarmi per l’Etiopia chiacchierando era spesso intervallato da pause lunghe di silenzio rotte solo dal clacson, in cui mi soffermavo a guardare ogni cosa e volto in corsa, compreso il suo di profilo mentre guidava fermo, tra i più sereni mai visti, e i loro attrezzi, le loro cose frugando con gli occhi fin dentro al buio delle capanne costruite ai margini della strada con la porta aperta, che viaggiando sembrava di girarci intorno. La campagna era popolata e loro erano ovunque. Fermavi la macchina dove sembrava non ci fossero e uscivano, comparivano dai campi a guardarti immobili e discreti, sempre bellissimi spuntavano come germogli dalla terra, sbucavano dai cespugli soli e sorridenti; alcuni si avvicinavano a parlarti perché sono molto socievoli. I più erano bambini.
Una volta ho accompagnato Asrat in città e nella sala di attesa di una clinica privata di lusso, una donna con il camice bianco appena mi vede si avvicina e mi affoga di domande restando in piedi davanti a me, facendomi affossare in una poltrona gonfia, come piacciono a loro e per la strada espongono con orgoglio insieme a pile di materassi identici in vendita, con la pelle squarciata dai decenni e nera dall’usura, come erano le altre su cui sedevano quelli che sono i ricchi di lì. Mi parla del Nilo ma non la capisco, m’incalza di domande dall’alto sempre più seccata dalle mie difficoltà a rispondere, la dottoressa quasi si arrabbia perché vuole sapere, e con pennellate di magia sul viso, dal disagio della sua irruenza a proteggermi, Asrat interviene. Sono in una stanza nicotinosa sebbene nessuno fumi, in un altro mondo accompagnato dal suo dolcissimo Re che non mi lascia provare nessun fastidio e di cui ho nostalgia, dove il passato mi avvolge come non aveva fatto mai, di superfici ingiallite, con i suoi strappi nei tessuti strabuzzanti di gomma piuma, con i suoi angoli scuri e i suoi spigoli per decenni urtati e smussati, con i fili pendenti alle pareti irregolari di una stanza dove tutto è più vecchio di me, ed è stato troppo toccato.
Zakarias non ama le inutili variazioni di velocità, tratta motori e sospensioni come bestie e polverosamente sterza, ora in un sentiero secondario dove cominciamo a ballare sul serio senza sosta, tra lingue di terra compatta che perimetrano i campi coltivati a più non posso, che tutti si attivano a lavorare in massa quando il diluvio cessa, perché poi, per mesi, nisba, con la nostra scia di bimbi più o meno rarefatta che perdiamo in dietro e come per centrifuga di lato, curvando, come biglie sopra un disco che gira, ed io, che dal finestrino mi diverto a eccitarli. Attraversiamo ancora villaggi in radure ombreggiate sempre più intimi e aperti, scuotendo un attimo la vita dei contadini come fosse un tappeto che volevo immortalare prima che se ne accorgessero, già che lì si poteva, e la strada mezz’ora dopo si è persa o non doveva più esserci, e Zakarias è un poco incerto, si ferma a chiedere informazioni e qualche bimbo ci raggiunge restando perplesso a guardarmi a distanza, e con un’energica retromarcia riparte, macinando con le ruote ancora campagna, impassibile, dondolante e sorridente, in un accenno di strada che in un canneto apparentemente disabitato ritorna. Tagliamo un’estesa pianura senza alberi ancora disseminata di anime e animali, poi guadiamo il letto di un fiume a secco, rallentando fino a quasi a fermarci tra uomini che si avvicinano e suggeriscono, tra le dune screpolate alte alcuni metri del suo grande letto, la miglior traccia per le ruote tra le scoscese pendenze, perché la nostra jeep non avesse a ribaltarsi. Non si è mai soli.
Prosegue il viaggio su un prato verde appena ombreggiato da piante di ogni sorta. Si entra nel fresco di una radura e Zakarias rallenta, gira tra gli alberi e le capanne, piano, penetrando la vita di un altro villaggio più a fondo, e i bambini escono tutti allo scoperto, saltano, gridano, ci avvolgono mentre gli adulti smettono di fare cosa stavano facendo, venendoci in contro accoglienti, si raccolgono. Siamo arrivati.
Usciamo e resto immobile guardandomi intorno.
Un vecchio avanza davanti a una capanna in costruzione e con un cenno con la mano tutto si ferma e è silenzio.
Mi viene davanti con elegante riverenza e inchinandosi ripetutamente con la testa china e una mano sul cuore, mi da il loro più caldo benvenuto:
“Lò, lò, lò.”

“Trenitalia informa che nella carrozza 11 è disponibile un servizio ristorazione bar-caffetteria. Il treno ferma nelle stazioni di: Firenze Santa Maria Novella, Bologna Centrale, Milano Centrale.” La campagna scorre in dietro disanimata. Non c’è veramente nessuno osservo per la prima volta. Un terreno coltivato dopo l’altro fila tirato a lucido al tecnigrafo, desolato come dentro sento il treno. Ancora di più sempre le grida, le mani che stringono e amano senza invidia, senza confronto.

Non un granello di polvere, un bambino, tanto meno fuori posto. Lo scivolare del treno sul nostro paesaggio agreste è un soffio; con tutto il nostro ingegno siamo arrivati solo adesso a saperci quasi volare con le ruote di ferro.
Penso ad Asrat chiedermi se in Italia i campi si lavorano tutti con le macchine, un giorno che l’ho accompagnato in una città distante molte ore, dove l’Africa somiglia di più a quella del comune immaginario, bruciata e con gli alberi a ombrello sparsi in pianure sconfinate che si tagliano a 90 all’ora su rettilinei lunghi e sempre in quarta. Il rosso dalla terra verso est si è diluito.
“Why don’t you use the fifth gear, Asrat? You could save fuel.”
Non gradisce il suggerimento sebbene abbia la patente da sette giorni e solo dopo un po’ di esitazione mette la quinta marcia, lasciandomi la sensazione di essere stato inopportuno; il ritorno sarà ancora tutto in quarta, e io appena imbarazzato. Restiamo dieci chilometri in silenzio, poi torna a parlare con Alemayo che siede dietro. Guida come lo facesse da sempre. Ogni tanto la strada è interrotta per lavori e deviata in percorsi di terra laterali, che s’insinuano in nubi di polvere tra i villaggi circostanti di vite temporaneamente impregnate di bitume, per poi rimmettere sulla strada principale in un nuovo tratto appena asfaltato.
Ricordo una donna uscire con una mucca da una capanna di paglia e fango in un’aria densa di pulviscolo che specchia il sole della mattina e toglie contrasto e saturazione alle figure. Uomini seminudi in fondo a voragini di terra scavare nel caos senza sbadacchiature, o su assi incastellate tra esili pali di legno tra loro chiodati, caldarelle di calcestruzzo da gettare nei casseri alti, appese a pugni di donne in gonna lunga che camminano in fila contro l’azzurro sul filo del vuoto.
Mi hanno detto che mancare un funerale è una grave offesa ai cari del defunto, anche se sei un amico o un parente lontano o distante, e porta all’emarginazione di chi non riesce ad arrivare; le famiglie si ritrovano in cerimonie funebri cui tutti convergono, che mi vengono indicate al nostro passaggio a lato della strada, ma che i pochi secondi disponibili allo sguardo in corsa, non bastano a capire. Bisognerebbe fermarsi sempre ma non si arriverebbe mai, scendere di macchina tinti di nero e con discrezione entrare tra la gente, osservare da vicino cosa fanno e a cosa devono quel dato comportamento o pensiero. E forse nemmeno: bisognerebbe semplicemente credere in Dio.
L’edilizia più diffusa, sia nei villaggi rurali che nei centri urbanizzati, è costituita da pareti, sempre di fango e paglia, modellate intorno a un’ossatura d’irrigidimento in pali di legno verticali chiodati tra loro e incastrati, si fa per dire, con una piccola traccia al terreno, e solitamente inquadrano due vani rettangolari molto piccoli e privi di pavimento, connessi da un disimpegno d’ingresso centrale. La copertura è in costosa lamiera di acciaio ondulata che chiamano “curcuri”, che costituisce uno degli elementi caratterizzanti il paesaggio antropizzato, sostituita alle coperture di paglia per gli evidenti vantaggi funzionali, tanto diffusa da essere bella riflettendo il cielo tra la vegetazione, come tutte le cose vere, spontanee, coerenti come quelle che servono. Le solette, quando presenti, non si armano perché il ferro per loro è oro, anzi, non si fanno proprio e, casomai, sono sostituite da terrapieni di sassi a secco, che le case di terra sono tutte lesionate, squarciate dai diluvi e dagli smottamenti di una terra quasi liquida che si erode a guardarla, con pareti paurosamente fuori piombo, alcune tanto che una volta ho chiesto di fermarci e tornare indietro a segnalare il rischio, suggerire dei puntelli. Non mi sentono, non percepiscono il pericolo, mi sorridono o ridono e basta, non hanno paura di un bel niente. Sono inappropriatamente sofisticato a vedere rischi irrisori.
La capanna conica che abbiamo in mente ha un diametro alla base di 5 o 6 m e ospita la coppia e la prole, insieme a una o più bestie e quattro cose. Il maschio ha facoltà di passare da una capanna a un’altra per godersi ora una moglie, poi l’altra, se ne dispone, ma quelli che lo fanno sono una minoranza. Ad Adiss Abeba mi dicono esserci un ospedale per sole donne rovinate dall’infibulazione, talvolta con problemi d’incontinenza se non più gravi; e la nuova legge non serve, aggiungono nel sentirmi irritato, perché le donne che osano imporre la propria volontà di restare integre, vengano emarginate e considerate sporche dalle loro stesse amiche.
Sparsa di cose crude come la carne viva è la strada per Awassa, dove andiamo a comprare un computer, di bestie appena sventrate in un clima a festa, e di ambulanze umane che camminano per giorni con una barella di legno in spalla fino all’inferno dell’ospedale meno lontano, dove facilmente si arriva morti.

Parte 2

Punto Terra

Il campeggio è quasi un segreto; non vorrei mai si spargesse la voce fino alla bolgia di quello a valle sulla riva, che inghiottisce e sputa serpenti di auto e tecnici di coordinamento di polverose operazioni di entrata e uscita.
Ma terrazze a ulivi abitate da qualche discreta coppia olandese che ama la Maremma, staccionate di legno tra veli di tessuto si vedono sdraiati sul materassino d’aria, colline, mare e cielo.
Possiedo la tenda più bella che esista anche se, come ti accennavo, ho potuto riscontrare che in caso di Lifted Index < -5, le cuciture fanno un po’ d’acqua, ed è seccante. Vista di lato è una cupola verde appena lievitata da terra. Sdraiato sei dentro l’atrio di un cuore verde vivo com’è il tessuto interno, tagliato al cielo e alle fronde fuori da spicchi di zanzariere verde chiaro su cui scorrono onde di riflessi oro, bianco, azzurro, e da vele verde scuro del telo opaco esterno, l’ultimo, prima del paesaggio. Avrà vent’anni, ma non ne ho viste di più belle; ti ho fatto qualche foto col telefonino.

La sera sto fuori alla tenda come la testa di una tartaruga al guscio, con le zanzariere che svolazzano di lato al collo, se l’aria si alza, e guardo d’innanzi le cose girarsi nell’ombra. Miriadi di minuscoli lampioni brillano fuori fuoco su foglie laccate d’argento, lampade distanti accendono fronde di arbusti di ogni gradiente di verde intorno, fino all’evidenziatore luminescente. Dietro la vista cade nel suo sfondo scuro, di un cielo in cui è scomparso dal nero il cobalto e l’aria ha finito di spengersi in limpidissima lente. Svelano fresco e secco in quota il vento, residue nubi nette che traslano svelte dissolvendosi nei pressi di una mezza luna alle quadrature; la sua rotondità in luce e ombra, dove il sole abbaglia sempre sovrano racconta, dietro montagne e vallate già buie. Vedo il Gran Carro e la Polare nello stesso momento e traccio l’asse di rotazione del pianeta immaginandolo semitrasparente, e con le quattro nozioni solide che ho sospeso in un’atmosfera di fantasia, faccio il Punto Terra.

Per un po’ mi vedo appiccicato alla sfera di un antico gingillo celeste, poi penso ad altro: “Ora che il giovane transfuga è tornato in seno alla tribù…quand’è che si parlerà di cinismo e suicidio.”
Metto la testa nel guscio, e chiusa la zanzariera mi sdraio per dormire, poi gli occhi, che restano sulla retina formicolii di luce. Un cane ulula in un buio lontano, nel profondo nero abbaia un altro portando dentro folate, fresche, di sonno; si arrabbia alla vallata il primo, non risponde l’altro, e di udibile resta il ronzo di un aereo in transito. Volti diversi si alternano: “Daltonico ma simpatico, sai?….Ha il braccino rotto….La vita senza la morte….”
Sento un fruscio di frasche scosse nascere fuori e entrare come un soffio lungo di sogno che il telo appena gonfia, sbatte e si rilassa. “Addormentarsi con questo nelle orecchie.” Sto perdendo i cani che hanno ripreso a chiamarsi come se si allontanassero nella campagna notturna, fino al passaggio flebile di un altro aereo a sovrastarli, trainandomi nel sonno con un filo di suono sempre più sottile e lungo. “L’amore non esiste, ma l’atto d’amare.” Continuano a passare aerei e i cani ad abbaiarsi, sempre più distanti e dispersi, mentre io dormo, qualcuno li ascolta.

I don’t absolutly like carpets

Avevo noleggiato una macchina per due settimane, quando in mezzo al deserto di sassi ti vedo un tipo che si sbraccia accanto a un’auto in panne con il cofano alzato, entrambi bianchi tranne la sua pelle. Senti che bel tipino era. Mi devo fermare nonostante la mia ragazza fosse perplessa, ma convergiamo rapidamente a un compromesso umano: ci fermeremo con i finestrini chiusi lasciando uno spiraglio e le portiere serrate. Capirai…la misura di sicurezza!
D’altronde, cosa fai? Lasci uno morire arrostito e disidratato nel deserto perché hai paura?
Corriamo il rischio.
Pareva Gesù Cristo correre in ciabatte, non ti dico altro, mentre da dietro raggiungeva la nostra auto ferma cento metri più avanti.
Mi chiede, restando a dovuta distanza per distendere la nostra apprensione, se potevo recapitare un biglietto al suo amico che gestiva il distributore di benzina poco prima della città che avremmo incontrato una cinquantina di chilometri più avanti, senti la furbizia, in cui spiegava la sua situazione chiedendo soccorso immediato. Sarebbero rimasti due bianche nullità terrestri, lui senza scafandro accanto al suo rover scassato, e cocenti in quello che pareva il paesaggio rovente di un pianeta troppo vicino alla sua stella e privo d’atmosfera, ma in attesa fiduciosa che il messaggio affidato a un altro astronauta in transito sul suo rover funzionante e climatizzato, sarebbe arrivato a destinazione.
Dopo aver trasformato la sua faccia come un camaleonte, nello spiegarsi, in quella di tutti i santi raffigurati fino a oggi, lo invito a salire a bordo, ma insiste a non voler essere di disturbo eccessivo.
“NOu friend, I don’t leave you here: come in! Don’t worry, I’ll take you there!”
Di marziano, oltre al paesaggio e al caldo, c’era l’assenza di qualunque anima o cosa che non fosse rettile o sasso, per distanze incommensurabili.
La mia ragazza teneva il broncio mentre otto settimi della sua vita giungevano amabilmente da dietro. Arrivati al benzinaio amico che gli scampanellii avevano smesso di assordarci i pensieri, per fartela corta, lo accompagno da un fratello comparso nel discorso al nostro approssimarci a destinazione, che viveva accanto a lui ad altri dieci chilometri di distanza e che lo avrebbe aiutato a recuperare l’auto, ma prima non avrei potuto sottrarmi al suo implacabile desiderio di riconoscenza e avremmo così fatto una breve sosta nella sua dimora, in un villaggio fiabesco dove mi avrebbe offerto un tè di ringraziamento.
Samuela: viveva in un negozio di tappeti!
Cioè, verosimilmente, ogni mattina, questo disgraziato raggiungeva per disperazione l’auto perennemente in panne su Marte, supportato da un complice, e aspettava come un ragno diurno il primo bischero in transito impigliarsi umanamente nella sua tela di cortesia. Non sopporto i tappeti perziani, mediorientali e nordafricani; mi piacciono quelli monocromatici, al limite tricromatici IKEA, che quando non ce la fanno più, li butti via, e via.
Ma non è finita: me ne hanno fatte di tutti i colori dei loro tappeti, i marocchini in Marocco, che nemmeno gli egiziani d’Egitto si sono spinti a tanto.
C’è infatti un secondo Messia ad accoglierci in piedi mellifluo e compìto davanti a un albergo nel cuore dell’Atlante, quasi stesse aspettando giusto noi, per dirtene solo un’altra, in un paese così remoto che quell’anno saremmo riusciti ad arrivarci io, la mia ragazza, e sì e no altri quattro esploratori arditi.
Arrivati davanti all’albergo scendo di macchina e scampanello subito bene bene dimenticando a pieno titolo i propositi sopra esposti:
“I don’t buy any carperts! I’m really sorry, but I don’t-absolutly-like-carpets!”
“Ma no caro amico, non essere prevenuto. Mi piace conoscere le persone. Sei romano?”  …..
Che ti metti a fare? Il tignoso? Il viandante irrigidito?
Aveva fame mi ha detto poi, mostrandosi strategicamente vero e sincero, e in fondo piaceva anche a me capire perché parlasse un italiano fluente, e conoscere i pensieri di una persona che viveva in un villaggio del medioevo tra le montagne d’Africa, e così lo avrei compesato generosamente e volentieri. L’ipocrisia ci poteva stare, ma i tappeti proprio no, basta! non dovevano esserci, e invece dopo essere stati in giro per il paesiello e a cena insieme conversando troppo amichevolmente, il giorno dopo ha osato aprirmi la porta del suo negozio di tappeti: l’avrei ammazzato.
Non sapevo cosa fare, cosa dire dall’imbarazzo o dalla rabbia, perché il napoletano ti frega senza mettere in campo i valori di fratellanza, di scambio culturale. Aricapirai, lo scambio culturale… gli ho detto quello che pensavo.
Il marocchino non ha pietà, credimi: ogni mezzo, parola, lingua, attitudine e ingegno sembra servire a vendere tappeti e solo tappeti e tappeti a qualsiasi costo.

Tra i tornati al ritorno mi sarei volentieri fermato con la macchina inchiodando all’improvviso in un impeto di esasperazione, e sarei uscito lasciando la portiera aperta avvolgere l’abitacolo di polvere, avviandomi sereno verso il ciglio petroso della strada.
“Fai la pipì?”
“No amore, mi dispiace.” tanto anche lei aveva la patente.
“Non stai bene, Giulio?”
E mi sarei buttato giù dal dirupo.

A coloro che leggendo questo racconto abbiano avuto la sensazione che io sia più o meno consapevolmente razzista, tengo a precisare che si tratta di un’esperienza vissuta e che qualsiasi proiezione sull’ideologia di chi scrive avanzata intorno alla mera descrizione di un evento, è priva di fondamento e dimostra che sono piuttosto questi inconsapevoli di subire l’influenza di un tabù, come è dimostrato dal fatto che non lo sono e tanto si evince con estrema chiarezza in tutti gli altri modesti contenuti di questo blog. La maggior parte delle persone è così satura di tabù di cui non è conoscenza, che risulta impossibile descrivere un comportamento negativo compiuto da alcuni soggetti appartenenti alle categorie più deboli, povere o emarginate, senza che i più pervengano a conclusioni non ragionate, superficiali e completamente sbagliate. Se avessi parlato di un viaggio in giappone descrivendo comportamenti orribilmente consumistici delle persone incontrate, nessuno sarebbe caduto in errore. Questa precisazione che mai avrei pensato necessaria, si è resa tale in seguito alle accuse di razzismo che mi furono rivolte quando questo brano fu pubblicato altrove.