Birre in posizioni provvisorie

Un tizio tutto italiano, con la testa tra le nuvole, entra in un baraccio piuttosto che in quello accanto, perché lì la Ceres è fresca e a dare il resto dietro al banco c’è una tipa tutta cinese, dagli smalti sgargianti ai capelli virati in wengé, in luogo del robusto droghiere del fondo accanto. Scusiamolo. Già mentre attraversava la piazza assolata, il tizio, aveva la faccia di quello che non capisce perché in Italia la birra non si debba servire gelata e di chi sta per salire una scaletta a pioli di alibi. Dentro c’è lei, poi, per un raggio di decine di metri ogni cosa intorno è brutta. Gonna in plastica tagliaculo, maglie a rete bianche, rosse o nere a seconda di quando, tacchi a spillo e specchio, guanti e avanguanti retinati (talvolta), trucco shinnysilverhighlights e cappellino summerspritetime…fate voi, a vostro gusto e gradimento. E, fondamentale, cuoricino multiflares appeso al collo che quando si piega le dondola fuori fuoco sotto il mento, scintillando di lato al nostro tipo. Fuori fuoco non per questioni di distanza focale, eh?, ma perché lui sta cercando di mettere a fuoco solo la birra più fresca spostando bottiglie nel frigo. Guardate com’è impegnato a mettere birre in posizioni provvisorie sulle mensole grigliate del refrigeratore, per trovare in fondo la più fredda. Eppure, secondo me, è un’essenza falsa la sua, da lei, perché sa che la differenza di temperatura delle birre dentro un frigo quasi sempre chiuso, diventa effimera nel caos termico che fuori ribolle. O è grullo, e ce n’è pieno, o quello c’ha la cinese per la testa, sapete? fuori fuoco, di lato, a modo suo c’ha la cinese per la testa e non lo da a vedere. Non le birre. E lo sa anche lei che le birre nel frigo quasi sempre chiuso hanno la stessa temperatura e, per l’appunto, sa anche di essere l’unica cosa che in un intorno ampio e indefinito splende. Sussiste tra i due, almeno in potenza e se lui c’è tutto, la consapevolezza di cosa ingombri non solo i pensieri di lui, ma tutto quello spazio sbordando in piazza. Il brutto tipo – sì, perché non è una bella figura – guadagna tempo con quel suo fare troppo indifferente, per godersi la sua presenza. E’ il suo momento di borghesia, il suo aperitivo solitario consumato nel sceglierlo e nel pagarlo. Sarà quell’assenza quasi forzata di comunicazione che persiste immutata da anni che forse, in qualche maniera, lo diverte. Quella mancanza d’interesse impossibile da risultare ipocrisia spicciola che lo porta a percepirla senza che lei se ne accorga, apparentemente. Che la porta al nulla perché, per lei che è vispa, non è altro che un cliente che sottostima il fabbisogno di aperitivi al supermercato. Lui nasconde invadenza, a guardarlo meglio: entra nella sua vita spingendo la porta di alluminio e le gira intorno spostando bottiglie in frigo, osservando dettagli del suo viso e delle cose che ha di fronte riflesse nel vetro dello sportello, tra cui lui stesso e un altro tizio stante in fondo al fondo a puzzare illegalmente di fumo. E lui davanti alle mani di lei che allargano il sacchetto pensa che alla sala giochi e a quella delle carte sul retro sia andata bene, in fatto a mani che le toccano. Lei sfoglia il resto dal cassetto della cassa e il suo toccare le cose che ha intorno a lui sembra un po’ indecente. Ma a guardarlo più da vicino, già che ci siamo, mentre riattraversa la piazza con la Ceres nel sacchetto, s’intuisce che il tizio sorridente ha fantasie oscene. Fantastica di assalirla e metterla contro un muro del suo baraccio per chiederle di raccontarsi, già che il paesaggio su cui si affaccia la sua presenza come una lingua di luce in un mondo buio, al posto suo, a lui farebbe paura.

Rapporto segnale/disturbo

Intorno a me l’aria oscilla perché è trascinata in un vortice dalla ventola del computer e per l’udito è un soffio. I cani sono solo un ronzio sulla soglia dell’udibile. Approssimandolo chiamo il leggero rumore di fondo di cui soffre la traccia audio della mia vita, silenzio. Su una tavola di silenzio si alternano isole acustiche emergenti dal piano dell’inudibile di schizzi d’acqua spinti da gomme in corsa che ricadono sulla strada. Il passare delle auto fuori produce un suono di un’intensità che ricorda una gaussiana, tra il venire e l’andare, che cerco di percepirne l’effetto Doppler, anche se, forse, non sono abbastanza intonato. Ogni tanto il carlino fa qualche ronfo un po’ più ingombrante. Per lo yorky aprire una finestra con vista sul nostro territorio e stendere i panni è un’invasione, allorché chiasseggia, ma i miei vicini a tratti un po’ caciari stroncati dalle ferie dormono a persiane chiuse. Sono qui. Ogni decollo stringe nodi a corde di aria compressa e la tempesta di suono in tre secondi è ai vetri attraversati abbattendosi e arriva, come di un temporale distante, un lungo tuono. Se il vento viene da est.
Voglio scuotere l’aria e allagare il disturbo di fondo con il segnale di una cascata di note che con rigore metrico sgorghi nel tempo come sappiamo fare, più prossima a un improbabile Dio vero di qualsiasi altra credenza e superstizione ominidi, e riprodurre nel nostro territorio le stesse vibrazioni di un concerto a tre coni di cartone inglese ondulanti insieme a un magnete elettrostimolato Mordaunt Short. Estendo il volume della sfera di archi strusciati alle corde, udibili e distinguibili, verso il fuori. Non sono dove il suono è l’energia residua di una macchina che scoppia l’aria in una canna per dare a una piccola massa la velocità del tuono e la follia cinetica per trapassare un corpo, sul piano dell’ineludibile inudibile. Il concerto è passato nell’aria qualche minuto fa e filtra la telecronaca di una partita da una vetrata accostata e ribolle flebile d’inudibili accenti che non distinguo, mentre la nuvola interposta tra qui e il sole si scosta e le pareti da un lato s’imbevono d’arancio tinteggiato colando da un pozzo di luce che una volta al vetro è sbronzo, dall’altro la luce entra diretta e fredda come i colori che anticipa e le pareti si accendono da un’estremità all’altra di un gradiente che va dall’arancio al ghiaccio.
Se arresto il sistema e chiudo gli occhi non restano cime di suono a tenermi ormeggiato al presente e tra un decollo e l’altro precipito in camere del passato. E mi sveglio. Con gli occhi chiusi nei letti alla deriva in una storia ascoltandone il fruscio. Come fosse ora. Ci sto il tempo di un tuffo nel gelo e riemergo a cercare tracce di terra dove addentrarsi è ancora pericolosamente possibile. Che il presente sia spiaggia o scogliera. I fiumi in fondo agli orridi affollati di assenza che crettano inabitati altipiani e sorgono alla stessa quota della foce che alla sorgente immette, si possono ancora spericolatamente risalire. Se si distinguono e si suonano gli eroi, forse. Anche se è scogliera.

Disposizione quadricromatica

Quando notò quattro fili da cucito corti e colorati penzolare dal bordo interno del mobile dentro il cassetto appena aperto, non riuscì più a muoversi come se allungandosi le avessero avvolto il rocchetto d’anima a mille giri all’istante soffocandole i movimenti del corpo. Erano io che la guardavo, realizzò senza comprendere come potessi essere con lei in quella stanza se ero partito chiamandola da lontano e che non sarebbero tornati indietro di me, altro che indumenti. Erano i nostri cuori senza scampo i miei occhi appoggiati per una spalla al muro che la guardavano privi di sguardo. Il suo era rimasto tra le porte di vetro scorrevoli di una banca e lei scolpita sulla pedana di linoleum pressostampato, nascondeva un mio atrio in un ventricolo e il resto del mio, era scomparso. “Quante bevute bevute e foto bruciate bruciate di te contro il sole in questo cassetto aperto, tra le mie mutande. Muoviti, trova la forza nella speranza di rimediare” dissi lei silenzioso come io che non ci sono, e scricchiolando i legamenti saldati dalla consapevolezza che tutto il tempo avuto davanti sarebbe servito quanto un minuto scaduto, si mosse, si avvicinò ai quattro fili di tessuto di colori diversi fissati con adesivo a nastro alla cassettiera in fila uno accanto all’altro e ancora vibranti per inerzia, per capire, perché a vedere il fondo si fa prima che a toccarlo, e trovò l’altra striscia di adesivo che incollava poc’anzi allo spigolo del cassetto l’estremità libera dei fili sfilatisi senza snervarsi al suo brutto tiro: “Gerarchia delle resistenze programmate invertita perché porti il ponte al collasso”, continuavo cinico e ignaro che stavamo precipitando, “per cui il vincolo della sottostruttura ai luoghi interdetti se non si conquistano aprendosi all’altro, cede, non lo strallo”. Ma non mancai di farle forza precisando che aveva una su ventiquattro possibilità di ritrovare la disposizione dei colori del nostro trascorso: forse il secondo filo rosso incrociava il terzo verde e magari l’ultimo blu era attaccato al cassetto per primo, quando ancora era chiuso come lo avevo lasciato, quando ero io a nasconderle il sospetto che fosse curiosa portandomi in viaggio qualche grammo di peso in più, relativo alla sfiducia che mi portò a tenderle il trabocchetto. Gli attimi si rincorsero addensandosi in un momento che nelle bielle di cotone non poteva esserci e si sedette per terra flessa tingendo l’aria di rosa pastello delle sue ascelle che distante non mi addolciva, con tutto il carico su di sé, concentrato nel presente. “Prendere consapevolezza improvvisa di una colpa tutta propria pesa, ma prova a salvarci cercando residui di tinta impiastricciati sullo scotch”, infieriva il suo conoscermi su di sé porgendole una mano lacrimante olio, perché non erano di cotone che avrebbe lasciato pelucchi di tracce sulla strada che non c’era per ritrovarsi disonorando il vero, ma di Nylon.
Andò che il cassetto esplose senza muoverle un capello pettinato da Roberto, ma il soffitto della stanza schizzò in alto che se ne perse ogni calcinaccio in un cielo quarto nel mentre il parquet si scosse come un tappetto sollecitato ondulatorialmente di lato, facendole sobbalzare appena ma ripetutamente la capigliatura, e si rilassò in un piano di mattonellame senza fine, arso dai filamenti divenuti di tungsteno incandescente allontanatisi nel vuoto a dismisura per la deflagrazione e apparsi dopo un disco stroboscopico incantato che le pupille non si stringono abbastanza da mettere a fuoco, circonferenza alcuna, e pareti demolite senza accatastamenti di risulta né polvere, l’onda d’urto generò dune di gres porcellanato che vide ergersi sempre più irte e distanti a formare un orizzonte quadrato di montagne piastrellate tra noi; nei pressi solo maglie e calzini sparsi facevano da sterpaglie tra le fughe.

Andiamo a vela

Leggo sequenze di numeri su un display luminoso, sono spettinato, bruciato; le ultime cifre cambiano continuamente.
Li trascrivo su un grande foglio bianco; la carta nautica che ho sotto i gomiti.
Sono seduto su una piccola mensola di legno, sagomata perché non scivoli troppo il culo in caso di sbandamento. Le luci della dinette sono spente tranne una lampada sopra il tavolo da carteggio. Ci sono due squadre graduate trasparenti, un compasso, una calcolatrice scientifica che ho programmato per agevolarmi nei calcoli angolari, gomma e matita che ruzzola su mari e terre proiettati alla Mercatore.
Intorno è un casino totale; non si cammina ma ci si arrampica: parabordi, drizze, scotte, cuscini, magliette, pentole, borse e corpi dormienti.
Apro il compasso sulla scala delle latitudini crescenti, faccio scorrere le squadre sulla carta e trascrivo con una croce il punto nave. Accanto riporto l’ora: 04.38.
Verifico la congruenza della posizione; traccio la rotta, risolvo il triangolo delle correnti, calcolo la velocità propria ed effettiva, la nuova prora bussola.
Sulla carta è segnato a matita il nostro percorso; rette, triangoli, numeri; controllo che non vi siano pericoli lungo la rotta stimata, scogli affioranti o appena sommersi.
Una curva isobatica dice che abbiamo 800 m di acqua sotto il nostro scafo, e li immagino tutti in fila.
Gli altri dormono nelle cabine, dondolati, sciacquettati, tranne uno che dovrebbe essere sveglio e vigile.
“Togli 3 gradi. Tra circa un’ora si dovrebbe avvistare il faro una trentina di gradi a dritta; 3 lampi bianchi e 3 occlusioni in 6 secondi. Di questo passo arriviamo ad Astipalea alle 11 e 25, che dici, andiamo a motore?” chiedo a voce alta da sotto.
Salgo tre gradini della scala per mettere la testa fuori dal tambuccio, fa freddo, e c’è un po’ di vento ma non fischiano le sartie.
Anche il mio compagno di turno si è addormentato.
“Bravo! – penso – Così se finisco in acqua se ne accorge solo Cristo!”
Salgo gli altri tre gradini e sono fuori nel buio, nel rumore dell’acqua squarciata che scorre e nel soffiare fresco e regolare del vento.
Intorno è nero, ovunque guardo il nulla, decine di miglia di mare vuoto; controllo a prua, poi le vele e mi siedo a poppa, minuscolo, dietro il timone che afferro.
Dorme sdraiato sui sedili sottovento con una sigaretta spenta in mano e lo lascio riposare, devo superare questa paura che ho del facile suicidio quando sono solo, quello per raptus o per sbaglio. Me ne dovrei liberare perché non lo ho mai desiderato, ma mi disturba l’idea che basti un passo per scavalcare le draglie, per morire, e vivere nella solitudine assoluta il panico non annientarti abbastanza, affogare sospeso tra cielo e terra che si ribaltano e non sapere più in quale dei due abissi dovrai cadere, vertigini sopra e sotto, l’orrore del pentimento.
Sottraggo 3 gradi al pilota automatico per correggere la rotta, poggiando.
Poi non c’è più niente da fare se non organizzarsi una comoda seduta, dare ogni tanto un occhio all’orizzonte e sorseggiare la birra che mi sono portato dietro senza addormentarsi.
Andiamo a vela.
Spesso m’incanto a guardare i giochi di schiuma che si allontanano dietro inghiottiti nel buio. Urlare in mare mentre in pochi istanti divento niente.
Amo la vita e le persone che mi sono accanto e quanto sono felice a volte lo dimentico; sono qui a perdere lo sguardo nell’acqua che scivola via.
Un lumino verde in lontananza è una vela che incrocia la nostra e la cerco col binocolo insieme all’orizzonte; vibra nel cerchio ottico nero il fanale di via di una piccola barca.
Poi all’improvviso le stelle un po’ si spengono e l’oscurità è avvolta da un velo di chiarore appena percepibile che svela tutta la vastità che ci circonda, disegna chiaro l’orizzonte e pochi pensieri dopo è giorno e il sole la stanchezza abbaglia.
Un bagno di luce pesante spezza il corpo già rotto ma arrivano voci, sbadigli e occhi
cisposi, e la brezza albina si profuma di caffè.

Una terra rosso e verde 2

Parte 1

Ha le iridi castano chiaro dal contorno sfumato che sbordano su un sottile anello bianco, carnoso e sanguigno di capillari intorno, e le palpebre gli cadono rilassate sugli occhi  impastati e sporchi. I lati e la base del volto sono coronati da una barba bianca, corta e incolta, che si estende fino ai capelli ricci appena più scuri e la sua pelle marrone è puntinata di macchie che sembrano nei neri. Indossa una camicia terrosa e lisa, con una cerniera lampo un po’ aperta sul petto e un paio di pantaloni beige, larghi e arrotolati sotto le ginocchia.

Lo imito nel gesto piegandomi in avanti ancora inconsapevole del motivo di tanta riverenza e saluto anch’io: “Lò, lò, lò.” e ancora lui prendendomi la mano: “Lò, lò, lò, lò, lò.” che stringo inchinandomi e scuotendola: “Lò, lò, lò, lò, lò.” Mi hanno detto che più “lò” si dice e più si è riverenti.

Crede che io sia un benefattore e invece sono un turista precariamente galleggiante nel sistema creditizio in balia del vortice ascensionale di un ciclone che si sta estinguendo e non sa come cadere al suo ritorno in Italia, se di mani o di sedere, spedito qui perché  veda quanto poco basti ad essere felici e ne tragga giovamento interiore, rompendo con il solito quotidiano.

Io dico se questa gente sapesse quanto è vasto il divario. Quanto l’ingiustizia è profonda. L’ipocrisia in cui siamo murati come inerti nel calcestruzzo, di appartenere al lato illuminante di notte il pianeta. Sapesse che qui internet non ci sarà mai perché il potere se ne è accorto, forse tardi di là ma non qui; là dove si arriva prendendo gli aerei perché il mare non si è mai visto e quello virtuale che si naviga si sa forse solo che esiste, in qualche ufficio connesso in dial-up&down. Qui si conoscono solo laghi ambrati. Qui che quando c’è il temporale e l’acqua viene giù a catinelle si affolla tutti un negozio con le pareti che hanno perso l’intonaco sul fango dove la paglia si è strappata, e i ragazzi riempiono del loro odore un centro di stampa KODAK accalcati ovunque, in piedi e seduti pigiati sui tavoli e sulla macchina gigantesca che sputa fotografie, due bambini, a guardare tutti la tv satellitare in alto, una partita di calcio, e qualcuno un vecchio pc con il desktop di windows XP in un monitor a tubo catodico appoggiato su un piano più basso. Mi faceva strada il loro Re di sempre che ha lasciato le strade per costruirle, il loro angelo protettore che aveva cominciato con il battersi nei duelli per guadagnarsi la vita divenuto severo e mite. Il compagno di danza di Monica che la solleva in aria e la riprende con le braccia mentre lei sembra dormire, quando è assente. Le mani di lei che cercano di offrire l’alternativa da meritarsi meritando fiducia, di un futuro ai bambini abbandonati dalle famiglie che giocano a calcio balilla nelle fangose baracche del mercato dove si scambia gioia per la vita senza avere davanti che sopravvivenza. Asrat dal sorriso seducente e il sospiro di stupore lieve e breve che sembra uno sciccosissimo singhiozzo, è il varco tra il Centro e il fuori, l’immenso interlocutore tra i due mondi che non adottano nemmeno lo stesso calendario. Per loro oggi è un altro giorno. La data nei loro computer è un’altra.

Non ce ne rendiamo conto ma siamo entrati nell’era del ciberspazio; viviamo due vite, una virtuale in cui ci proiettiamo sempre più spesso perché si può essere più veri, che informa e da consapevolezza all’altra. Siamo presi dalla rete ormai completamente; Facebook è diventato immenso, è la più grande entità del pianeta, la nuova piazza del Popolo al centro.

Ma se il potere di multinazionali e despoti che non sarebbero tanto per la quale a far scorrere troppo testi e video tra i contadini e che traggono profitto dalla spremitura delle divergenze, là dove sono io trova la rete configurata e perfettamente efficiente a dire no, qui dovrà solo occuparsi di non farla arrivare mai. Nessuno saprà del fuori più di quanto possiamo immaginare una quarta dimensione cercandone l’asse in un sistema a tre coordinate e così saranno tutti felici con quello che sanno. E guardo i miei simili guardare lo schermo con windows xp sfarfallante mentre fuori piove e la strada è un torrente di fango, che non li farà forse mai navigare e mi dispiace osservando ogni dettaglio degli occhi di una ragazza che ha capito come tutti gli altri che ho di più, senza capire quanto, sbagliando, senza poter immaginare di essere più ricca lei di me e che forse a me hanno fatto troppo credito, sovrastimando tutta una serie di cose.

Sarebbero così felici se fossero consapevoli? Che poi sono felici i bambini. Le donne mica tanto, invecchiando diventavano tristi. Confronti tra stati di felicità in circostanze e contesti diversi possono farsi solo a parità di consapevolezza che ha più peso del livello di benessere; per loro il mondo è quello, è fare tutta la vita quella strada e conoscerne ogni dettaglio, è la famiglia e le bestie, sono i soliti campi screpolati ora dal sole, dilavati dai torrenti più tardi. Una vita agli estremi dei contrasti, dalla violenza perpetuata nel tempo assopita nella pace dei villaggi al clima sempre severo, sfiancante, alla loro innata bellezza che si muove in un contesto di povertà allegro-amara.

E intanto Alemayo non mi seguiva. E’ il contabile del Centro che lavora al computer. Quando gli spiegavo il file batch per avviare il backup in automatico, non capiva, non sapeva nulla, usava la macchina meccanicamente per mancanza di occasioni di allenare il ragionamento, quel bombardamento di stimoli che abbiamo noi non lo aveva ricevuto e non mi seguiva e non è giusto. Siamo ancora trogloditi, non vogliamo spartirci le risorse e divoriamo la preda sotto gli occhi di tutto il terzo mondo, energia e conoscenza; che figura facciamo davanti a milioni di coscienze? Che ce ne frega dei disgraziati che prendono sole e acqua senza speranza? Se l’Europa fosse un uomo, gli Stati Uniti un altro e l’Africa un terzo, poi la Cina, la Russia, e s’incollasse al mappamondo omini alti quanto contano gli stati nel panorama globale, ditemi se la partita che sta facendo la tribù del pianeta terra è degna degli umani. Se centra qualcosa con la parola di Cristo, formalmente condivisa da tutti e sempre in bocca a qualcuno che non dovrebbe averla.

Siamo una tribù di ominidi che s’ammazzano tra loro per trafogare brandelli di carne sottratti a un altro ominide che sta morendo di fame. Ecco le relazioni terrestri. L’ipocrisia è l’atmosfera che le avvolge e ne protegge l’immobilità nel tempo. Si appartiene al sistema A e al sistema B lanciamo ogni tanto una monetina e abbiamo fatto il possibile. Un bel presentimento manca. E uno brutto viene.

Il vecchio del villaggio mi fa strada facendo largo tra la sua famiglia che si sta allargando tra le piante estendendosi su un prato ombreggiato da grandi alberi, e mi accompagna verso la nuova capanna in costruzione grazie al mio buon cuore; avrei voluto precisare che non ero io il benefattore ma ho preferito tralasciare. Costruire una capanna di due stanze costa 500 euro e il Centro ne finanzia la costruzione alle famiglie che aderiscono ad un ampio progetto di sviluppo, che prevede anche l’impegno dei genitori a mandare i figli a scuola. La vedo dietro le teste dei bambini che mi stanno circondando sommergendomi e mi siedo sul prato perché vogliono vedersi sul display della mia pocket camera che gli ho scaricato addosso. Hanno già completato il telaio di legno e due uomini stanno mettendo gli ultimi chiodi alla copertura, poi i bambini chiudono la vista con una prudente invasione, e prendono confidenza. Hanno visto e toccato tutte le loro fotografie nel buio delle teste nere rasate o intrecciate sopra di me con una ventina di occhi puntati sull’LCD.

Visito la capanna in costruzione; avevano scavato piccole tracce nel terreno in corrispondenza delle pareti sia esterne che interne, su cui avevano infilzato uno di fianco all’altro tronchi di alberi a basso fusto asciati ai nodi dei rami, costituenti l’ossatura della parete e tenuti insieme da un’orditura di sottili correnti lignei orizzontali inchiodati su entrambi i lati della parete, indispensabili a fornire supporto alla muratura di fango e paglia che andrà a rivestirla. Zakarias mi chiama per la riunione; il momento conviviale e cruciale in cui i due mondi s’incontrano tramite lui che ha un piede in ciascuno, lui che l’ultimo giorno mi ha fatto arrabbiare prima di salutarci all’aeroporto. Sono tutti in piedi in circolo intorno al vecchio e a Zakarias che si parlano in amarico mentre una donna mi fa sedere su un panchetto di legno accanto a loro poi va e torna con un vassoio di manghi e una brocca d’acqua mentre penso a Monica informarmi con quel suo piglio cinico che passerò la notte in bagno. Mi son detto che era il momento dei manghi e ne avrei mangiati a volontà come m’invitavano calorosamente a fare. E così ho fatto e il poi si vedrà. Ad ogni mango che riducevo al nocciolo ciucciato, facevano cadere dalla brocca un rivolo d’acqua per lavare le mani e il mango successivo che mi selezionavano dal vassoio palpeggiandoli tutti. Sapevo che quel frutto delizioso aveva il difetto d’incastrarsi fastidiosamente tra i denti ma nessuno sembrava soffrire troppo questo disagio.

C’è una colossale sovrapproduzione di manghi, per decine di kilometri non si possono comprare che manghi, in alcune zone ad altissima densità s’incontrano venditrici di manghi ad ogni curva e ogni 100 metri; forse non è possibile diversificare l’offerta, forse ci sono solo manghi. Altrove chilometri e chilometri di sole pannocchie.

Sono bambine con il sorriso da donna e già vanitose; comanda la più bella che ne è consapevole davanti al finestrino a contrattare, con le altre dietro. La bellezza e l’eleganza sono due forze. Ovunque c’è un essere sublime che le incarna, che veste e muove una regina di qualsiasi sperduto micro regno.

Ci salutiamo con più riverenza, saliamo in macchina e prendiamo la lunghissima via del ritorno. Decido che i filamenti di mango incastrati tra i denti producono una sensazione forse piacevole e durante il viaggio li dimentico. Arriveremo di notte e questo a Lei non piace. Zakarias guida senza distrarsi dalla strada con il suo cappellino che forse aveva anche durante la guerra con l’Eritrea.

“Do you think Monica will be angry, Zaccarias?” BE BE

“Yes” BEEEEEEEEE

“But not too much. It’s better not to drive in the night but it’s not so late.”

“Monica told me that you fought in the Eritrea war and you have a big scar in the leg, is it true?”

“Oh, yes. It was a bomb” indicando la tibia e spiegandomi che una scheggia l’aveva trapassata.

“Did you ever kill any soldiers?”

“Yes, many soldiers.”

Restiamo in silenzio lui a guardare la strada e io il paesaggio.

 

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Ospedale Militare

Percorrevo un corridoio che si allungava ad ogni passo lento, con una lettera in mano e uno zainetto Turislandia appeso ad una spalla; non mi avevano detto quanto avrei dovuto aspettare.
Le camere scorrevano solo a destra mostrandosi vuote ad una ad una, non c’ero che io, solo con il mio corpo vagante in quello di una fabbrica in muratura in stato di abbandono; vorrei tornarci sdraiato sulla brandina a respirare la libertà provata in quella stanza dagli intonaci carbonati, di essere me stesso, con gli infissi senza vetri e la vernice che si sfoglia, tre notti ancora nell’attesa indefinita di una vita da arrangiarsi ancora davanti, e spengere quella luce bianca fluorescente, ora che sono in bilico ad aspettare senza niente addosso e con ogni dove e quando, un’altra volta in mani altre.
Che pace le ore che scorrono più lente e la mente erra libera di tornare dove ti sto portando, temporaneamente fuori tema, Samuela; la solitudine si gode abbracciandoci un poco e di più in certi momenti come quelli, in cui non ti senti tutto proprio, tutto tuo.

Le stanze erano identiche e avevano una finestra che dava sul vasto cortile interno dell’ospedale militare; sull’altro lato del piazzale si trovava un’area di nuova costruzione che ho scoperto poi essere efficiente e ben attrezzata. E’ la fine di un pomeriggio caldo di estate, ho appena appoggiato lo zaino sul pavimento in una delle camere centrali; ci sono quattro letti ma mi rendo conto che resteranno vuoti e che ormai sta per fare buio. Un po’ guardo alla finestra gli ultimi movimenti del giorno che cala sulle anime che si estinguono, unico abitante e signore di un castello dove sta per scendere una notte senza nuvole di cui non ricordo la luna; un po’ passeggio per la stanza, guardo le poche cose dimenticate intorno, poi mi sdraio sulla brandina e appoggio la busta con la lettera dal contenuto segreto accanto a me, tra il mio viso e la mia mano che solo si allenta. Ci lascio un po’ di tempo immobile nell’aria che sale dal petto, la sola cosa calda e rassicurante fatta di materia che avevo intorno a me a diluire il languore sparso sull’altro lato della stanza che s’incanta e si sfoca nella sonnolenza lo sguardo. Un corpo che dorme disperso in un pianeta. Un trasformatore di energia chimica in termica e dinamica ad alte prestazioni, dotato di bocca dentata, stomaco, intestino e…fortuna, talvolta sfacciata; una caldaia che brucia ossigeno per scaldare non si sa bene cosa a parte il velo di aria che la circonda, un mollusco molto evoluto che avrebbe bisogno di farsi una doccia dopo un caldo viaggio in treno.

Qualcuno sta salendo le scale.

Mi ricompongo seduto sul lettino e mi pettino i capelli con le mani, appoggio il mento sui polsi e i gomiti sulle cosce e mi volto verso l’entrata della camera in attesa che il crescente rumore dei passi diventi la figura di un soldato nel quadro della porta.
“Vieni, ti faccio vedere dove sono gli interruttori e i cessi; le docce non funzionano, se te voi lava’ devi anda’ nella sezione nuova.” Gli cammino appena dietro e da come la sua voce viene riflessa e amplificata dalle pareti pitturate a tempera lavabile lucida color crema fin poco sopra la testa, se avessi avuto gli occhi chiusi avrei creduto di essere in una chiesa.
“Si può avere un abajour, ma anche una lampadina, qualcosa che faccia una luce che sia una via di mezzo tra quella di questi neon mortificanti a scatto lampeggiante che non sai come andrà a finire e quella delle stelle?”
Nessuna risposta.
“Per leggere.”
Niente, lascio passare un po’ di pensieri mentre aggeggia inutilmente un sifone che perde, poi insisto:
“A cosa devo questo trattamento di favore? Perché non sono insieme agli altri nella nuova degenza, con l’aria condizionata, le docce che funzionano e le lampade a incandescenza?”
“Perché non ce sta posto. Quando tocca a te, te vengono a chiama’, un te rompe ‘r cazzo.”
“Giusto per farmi un’idea, sarà domani o ci vorrà qualche giorno?”
“Che hai?”
“Ho mal di schiena, è una cosa seria.”
Mi risponde avviandosi verso l’uscita mentre io resto come un piffero messo per ritto sul pavimento, davanti all’ingresso della mia camera con le mani in tasca, violentato da uno sciame di luce senza ombre a 6000 gradi Kelvin.
“In tre giorni quelli come te li rispediscono ar San Gallo, quarcuno a vorte ce sta de più, che te devo di’: se un se li so’ fregati, nell’armadietto di metallo ce sta’ i giornaletti porno, coperte, carta igienica e altra roba utile, buona notte.”
“E poi di norma quale è la prassi?” aggiungo alzando la voce dopo una lunga pausa che lui non si vede già più e la sua risposta si perde in parte per le scale:
“E poi de norma so’ cazzi tui, ma che me fai l’interrogatorio?!”

Spengo le luci e la stanza si tinge del cielo che entra dalla finestra trovandomi in piedi immerso nel più profondo della poesia che illumina sparsa ogni vita allorché tutto appare intorno, morbide ombre; le pareti del corridoio interrotte dalle porte sono bande di veli cobalto nel mio vago ricordo ridotto a sensazioni, che la profondità scurisce fino in fondo al corridoio, dove le scale sono inghiottite dal buio. Mi rallegro subito di essere stato straordinariamente premuroso e lungimirante nella scelta della torcia dalla scatola di inutilerie del marocchino che mi ha fermato alla stazione.
Ora che sono di nuovo sdraiato sulla brandina e scalzo, con i piedi in alto appoggiati alla parete finalmente smaterializzata, ti racconto in due parole come è andata.

E’ andata che ero a Praga seduto in un caffè quando nell’alzarmi vengo trafitto da un dolore acutissimo tra le vertebre L5-S1: una coltellata poco sopra il coccige che ricado a sedere stravolto e molto preoccupato.
“Non mi alzo più.”
Riprovo e stramazzo nuovamente sulla sedia per un’altra pugnalata alla schiena nello stesso identico punto, L5-S1.
“Oddio, tra due settimane devo essere a Pietrasanta ad assistere gli spastici e sono inchiodato a questa sedia. A Praga!”
Mi sono figurato tutti i viaggi in treno e in macchina, accompagnato da parenti e amici, in su e in giù per pronto soccorsi, caserme, caserme-ospedali, ospedali, centri diagnostici, colloqui con ufficiali, medici, ufficiali-medici, medico di famiglia, guardie mediche, ortopedici, e vista già tra le due pugnalate l’anteprima a medio raggio di tutta l’avventura che mi avrebbe di lì a poco coinvolto come protagonista, mi sono decisamente incupito.
Poi in qualche maniera mi sono anche alzato, evidentemente, sono tornato in albergo in taxi, ho volato, e via con visite, farmacie, pasticche, radiografie, risonanze, ma i referti indicavano “soltanto” una modesta protrusione di un disco.
“Oddio Oddio. Non mi crederanno mai.”
“Aaaah, lei ha il maldischiena, eh?….il male del secolo!….vediamovediamoooo….le lastre.”
Ed eccomi qui su questo lettino che langue un po’ strapazzato e spallato; mi sono appena autotrasferito in treno da un altro ospedale militare dove l’unica cosa che ho fatto che avesse un senso in una decina di giorni di ciondolamento dentro un pigiamino abrasivo marrone chiaro che da quanto pizzicava pareva tessuto per sacchi di carbone, è stata scrivere una lettera alla direttrice dell’istituto dove avrei dovuto prestare servizio; cammino stentando, anche se devo stare attento perché quella pugnalata viene senza preavviso, da un momento all’altro ma sempre più di rado; porto con me un piccolo segreto militare chiuso in questa busta che devo consegnare all’ufficiale medico. Intanto andiamo a farci un giro. Mi sa che sono una delle ultime anime ad averti guardato e vissuto da quanto sei malconcio e malinconico, penso esplorando con occhio clinico l’oscura desolazione delle tue stanze, prudente come un ladro, silenzioso e inticcherito avanzo nella penombra, scopro reti di letti accatastate che ti sono invecchiate dentro in qualche angolo, comodini e armadietti mai mossi che fanno orrore a illuminarli con la torcia, ma sono tornato a dirti una cosa nel ripensarti con il senno di adesso, già che un tempo così lontano che di me non puoi ricordarti, ti camminai dentro: hai un eccellente comportamento dinamico, parlo dei tuoi modi di vibrare, ti salveranno, vedrai, caro corpo di fabbrica trasandato che la mia incertezza stanotte ospita e che al finire dei suoi giorni tutti direbbero arrivato; per certi aspetti tu ed io ci somigliamo.

Con gli occhi aperti i lampioni dal cortile lasciavano una pellicola sottile di arancio sul fondo nero del cielo oltre la finestra, con gli occhi chiusi erano spenti e potevo addormentarmi provando ad abbracciare lunghezze smisurate con il pensiero e prendere la massima distanza che si possa immaginare dai problemi che spremono ansia nel sangue; a volte cerco il sonno in questo modo. Guardando l’onda di luce che corre immobile nel nulla, come le Alpi sono ferme nel sollevarsi e sgretolarsi lungo la linea di faglia, al nostro tempo breve come una scintilla generata nel violento scontro tra le zolle. Penso a civiltà disperse che si accendono, si consumano e si spengono come cerini in un rivolo sinuoso di fumo, lontani nel tempo e nello spazio, a pianeti di pietra liquida e rovente che cominciano a fare la crosta e a prepararsi per la vita e per le anime come la nostra che fioriscono. Civiltà scomparse e che compariranno come fiammelle al concerto dell’esistenza, come muffa sui frutti troppo maturi del Cosmo, quando la terra sarà un proiettile di roccia gelida che si allontana da tutto verso il niente, sempre più lontano da qualsiasi cosa e luce, infinitamente sola continuare a essere. Penso a quanto amore irraggiungibile debba esistere disseminato nel Firmamento allorquando e dove la chimica si scalda, e vorrei che ogni cosa avesse una fine serena e triste.

Tuffarsi come un suicida dal Golden Gate, ma nel cielo da quella finestra verso la stella più vicina, bruciando in un secondo 25 circonferenze di terra srotolate e messe in fila, avanzare come un lampo nel vuoto con il fronte di luce dal nostro pianeta riflessa, e pensare che dopo un minuto siamo ancora fermi, dopo un’ora anche, dopo un mese ci siamo appena mossi e dopo quattro anni di viaggio schiantarsi e ardere vivi e coscienti su Proxima Centauri. Un tuffo in un astro da 40.000 miliardi di Km di altezza. E anche lì essere ancora qui, con te e con gli altri, Samuela, sempre nel solito angolo di Universo per quanto effimera sia la differenza di Coordinate Celesti tra il tuo blog e quella stella, senza essermi avvicinato più che niente rispetto a te, ad altre forme di vita.

Ora, se continuo, ti arrabbi; questi discorsi non li sopporti, me l’hai già detto.

Se il Sole fosse un granello di sabbia, Proxima Centauri sarebbe un altro granello a 40 Km di distanza, il primo a Viareggio, diciamo, l’altro a La Spezia, e la luce di lei che ci arriva, avanza lenta come una zanzara che camminando impiega un’ora per fare un nostro passo. Provo un senso di solitudine nel pensarci condannati a rimanere aderenti alla superficie del nostro corpicino Celeste e ai suoi dintorni deserti, grande come una particella di pulviscolo nel mio modellino in scala, compressi non dalla gravità, ma dalle distanze immani che ci separano da qualsiasi altro frammento che schizza via dall’eterna deflagrazione, con un’immensa diga sferica che ci avvolge, di calcestruzzo buio.

In realtà l’ho provato per la prima volta molti anni più tardi di quella notte di cui ricordo veramente poco, figuriamoci il sogno, il senso di solitudine; ero su una spiaggia in Corsica seduto sulla battigia e guardavo il paesaggio intorno antropizzato sul pianeta nudo e eroso da differenze di temperatura che muovono turbini abrasivi nei fluidi alla costante ricerca dell’equilibrio, forme complesse come il Geoide che tendono alla sfera, a smussarsi gli angoli, le rugosità, a livellarsi e lucidarsi; immaginavo di vedere le persone davvero dall’alto come lampi di vita nei tempi del Cosmo, per quello che veramente sono oltre il nostro quotidiano sguardo. Cancellavo strade dal paesaggio, amici, automobili parcheggiate, ville, barche e baracche; bambini che giocavano, mamme che prendevano il sole, comitive in arrivo, altri che andavano, tutto via.

Per vedere la terra nuda di una volta prima che i suoi parassiti si evolvessero tanto da consumarla all’improvviso come un foglio appoggiato sul fuoco, con l’intelligenza, come nude ho visto le stelle di altre ere dalle dune del Sahara, e mi son detto assiderato dalla loro inarrivabile bellezza e dalla mia sciocca leggerezza: “Ma guarda che morte a bischero oggi mi tocca; sono proprio un cretino. Potevo arrivarci che tramontato il sole, la sabbia avrebbe fatto come la piastra di un ferro da stiro quando stacchi la spina, e me lo avevano pure detto. Muoio congelato dal Cosmo per leggerezza e distrazione, scoprendo di aver vissuto e amato in un pianeta vero. Chi miglior fine di questa, se non qualche felice Beduino?”

Avrei assunto la temperatura dell’immensità che mi avvolgeva, estirpando frivolezza e sensibilità terrestri dal corpo che senza sofferenza si adeguava ad essere sempre più freddo per sopravvivere con le vertigini sdraiato sulla sabbia, a quello spettacolo mai visto prima ed esserne pulviscolo, se non che mentre cadeva il calore dalla pelle nel baratro di gelo stellato, luce e voci di una alba nuova mi stavano svegliando.

Mi siedo ancora abbagliato sulla brandina strofinandomi gli occhi con le mani e subito mi affaccio alla finestra. Il cielo è ancora sereno e l’aria è fresca. Sono le sette e nel cortile che devo attraversare alla ricerca dei bagni decenti, c’è già movimento di anime con ombre lunghe passeggianti lente a consumare tempo o a guadagnarlo in fermento, in borghese, in tuta mimetica o con il camice bianco, che si scambiano, si aggregano e si sciolgono, entrano e escono dalle vetrate linde di un ospedale nuovo e scintillante.

La Terra aveva fatto un altro giro su se stessa.

Come un Hard Disk da 5000 giri al minuto acceso dal 1375 d. C., alla data di oggi.

Voglio appendermi alla trave della lealtà come una ginnasta giuliva, sempre per te, sperando non mi scivolino nel mentre le mani, per dirti che dell’ospedale militare di Bologna non ricordo pressoché nulla, a parte la notte nell’edificio abbandonato e poco altro. Ma non solo, nella prima puntata mi sono messo in mano una busta con una lettera e gli ho anche dato una certa enfasi nella narrazione, ma nel cercare di ricordare mi sono reso conto che la busta all’andata era grande e conteneva esami clinici e non ha nessuna valenza narrativa, ovviamente, mentre quella significativa l’avevo al ritorno. Sono un principiante.

Nello zainetto, oltre alla pila, avrò avuto 3 magliette, non saprei come ma sicuramente non blu perché di blu avevo fatto indigestione dalle suore, 3 paia di boxer rigorosamente bianchi, 2 calzini neri cortini, un pantalone lungo chissà come, ciabattine di gomma per la doccia, un lenzuolo molto morbido e consumato da sovraporre a quello colloso da eritema cutaneo il giorno seguente, che a girarti nella notte troppo svelto ti ci bruciavi per attrito il culo, 2 asciugamanini nei formati A2 e A4 arrotolati e compressi che hanno poi manifestato permanentemente il bisogno di asciugarsi a dimostrazione del mio evidente sottodimensionamento del fabbisogno, una felpina tristanzuola per la notte, non si sa mai, raccomandata da mia madre sempre sperticatamente pronta a farmi visita ad ogni sospiro e a sanare potenziali conseguenze dei miei eccessi di minimalismo, e una boccia di DRAKKAR NOIRE sopra a tutto, ebbene sì, onde essere velatamente profumato con una goccia a chi si fosse avvicinato. Ungaretti e Sandro Penna. E il beauty case. Ti risparmio la descrizione dei beauty case che appoggiavo, adolescente, sulle mensole dei bagni nei campeggi e persino sui piani di marmo degli hotels a cinque stelle, anche se sarei tentato; diciamo che non davo importanza ai dettagli di stile nel fare la borsa, incurante delle incoerenze formali, selezionavo le cose strettamente necessarie in base al volume e agli attributi funzionali, allora.

Le scale erano in cemento armato, forse, e gradino per gradino calavo lentamente verso terra tenendomi al corrimano in tubolare metallico verniciato; ma no, forse le scale erano a giorno e in muratura, con un muretto di foratelle come parapetto, sbruffatura d’intonaco, velo, due mani di vernice, e rizzati. Bellefatto il muretto dell’ospedale. Il discopatico patetico scende le scale con il busto a valle e l’urlo in canna, tenendosi con una mano alla cimasa del muretto o alla ringhiera, e con l’altra premendo sul coccige per tranquillizzare le vertebre e segnalare ai passanti il suo stato di difficoltà deambulatorie, indicandone la causa al tempo stesso. Il discopatico dignitoso le scende nello stesso modo, ma con un silenziatore più o meno efficace in bocca, ma comunque, appena giunto nello spazio aperto e animato di presenze, sarebbe stato un dire a tutti che mi faceva male la schiena, e che ero lì per essere riformato. Attraverso il cortile cercando di nascondere quel messaggio poco edificante, e con un portamento degno di un Homo Erectus m’immergo in un giorno nel passeggiante cazzeggio, esplorando ogni corridoio non interdetto di cui ti parlo poi per non lasciarti per ultimo il velo di tristezza di una giornata che si conclude in una tragica notte in cui mi addormento perdendo la vita in quella di uno sfasciacarrozze veneto venuto a condividere la mia stanza, che faceva le corse in macchina con gli amici sulle strade tagliate nelle pareti di roccia e ghiacciate d’inverno, che parlava un italiano colorato da una cantilenante cadenza, e che un giorno è sbandato ed è morto giù da un burrone. A valle c’è un rettilineo senza fine perso nella nebbia che toglie in fondo ogni contrasto alle forme e la strada anche nei giorni di sole si fonde in una massa grigia che se ci dai di gas per quella voglia di sentirti nel nulla e di bruciarlo, fai i 200 all’ora e prima o poi ci lasci la vita. Sdraiato nel suo letto mi raccontava che contro gli alberi della via Culiada si sono spiaccicati tanti ragazzi e che quello era il suo violento destino. Anche a Robilla mi viene un pensiero per abbraccio, che m’insegnava i primi comandi di modellazione con disordinata e femminile allegria, dilaniata in un groviglio di lamiere sulla strada che la portava una domenica al mare. Il sorriso, la sua voce e quel profumo, sono finiti su una lastra gelida di acciaio intrisi di olio nero di motore e di benzina. Mi hanno detto che il suo cuore ha resistito fino al pronto soccorso prima di cedere allo strazio. Detesto l’idea di una donna che muore, mi sembra la fine del mondo e penso che se guerra dev’essere, resti almeno un macello per soli uomini.

Uscito dalla doccia fresco ed eccitato resto in piedi fermo qualche secondo per fare il punto sulla giornata: occorreva tornare in camera a tendere gli asciugamani già fradici, ripartire per cercare la colazione e consumarla, chiedere informazioni alla reception e provare a parlare comunque col dottor Travaglio in barba ad eventuali procedure, poi, colonna vertebrale permettendo, girovagare un po’ per le degenze sperando di incontrare il caporale romano che mi aveva elargito anticipazioni preziose la sera prima.
Sono al centro di una corsia di transito e ho appena lasciato la maniglia della porta del bagno che si è chiusa alle mie spalle; ci sono persone intorno che vengono e vanno. La luce bianca del sole entra dal lato del corridoio trasparente alla vista del cortile con un vetro e si diffonde riflettendosi sulle superfici candide delle pareti e del pavimento, e m’incammino sbirciando abbagliato nelle stanze dove soggiornano i soldati, sfogliando fotogrammi sovresposti di vite che passano in dietro, colte afflitte sul letto ruvido di un ospedale.