Avvertenza

Ancora una volta il Governo offende l’intelligenza degli Italiani adoperandosi per varare norme palesemente antidemocratiche quanto insensate, che se approvate comprometterebbero la libertà di espressione e informazione in violazione della comune sensibilità e coscienza, nonché della Costituzione. Se tanto accadesse come appare imminente, non è mia intenzione alimentare questo blog con contenuti diversi da una decisa posizione di protesta e di segnalazione dei responsabili di questo ennesimo tentativo grottesco di farci vivere in un paese illiberale, per gli interessi di squallide minoranze al potere travolte dall’indecenza che cercano, come di consueto, di eludere non solo la Giustizia ma anche il giudizio degli altri che Internet rende inevitabile e pericoloso allorché, nell’impavida incompetenza e avvalendosi dello strumento del terrore, si tenti di manomettere il suo scheletro o la sua indole severamente democratici, perché costruiti e costituiti da uomini liberi e responsabili delle loro azioni e affermazioni, di fronte a una Giustizia da rendere efficiente e sempre più tale, non da negare. Non è mia intenzione lasciare i miei modesti contributi in blog e siti web che non prendano posizione di fronte allo scempio della libertà conquistata, nel caso il DDL 3491 anti-diffamazione venisse approvato e fin quando il Governo non avrà provveduto a ripristinare in Italia il diritto fondamentale di esprimere, responsabilmente, qualsiasi opinione o verità fondata dalle quali derivano il progresso necessario al futuro e alla nostra dignità.

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Piccola, povera Firenze

“Matteo Renzi è il sindaco di una piccola, povera città.”

“E’ vero. Ma siamo determinati a cambiarla.” Non sarebbe stata questa la risposta di un Obama? Ecco l’Italia che vedo povera e piccina, quella dei luoghi comuni controproducenti:
”A Marchionne dico: basta dichiarazioni che sviliscono l’Italia. Firenze è una delle città più belle del mondo ed è nel cuore di tutti gli italiani. È ora di misurare le parole”, ha scritto su Twitter Pier Luigi Bersani. Dura la reazione di Nichi Vendola: “Le parole insensate di Marchionne contro una città che incarna a livello universale i valori di civiltà, di bellezza, di cultura sono rivelatrici di quello stile padronale volgare che i lavoratori hanno potuto purtroppo sperimentare sulla loro pelle nel corso di questi anni nella vita quotidiana negli stabilimenti del gruppo Fiat. Sono vicino ai cittadini e alle cittadine di Firenze e al suo sindaco, Matteo Renzi. Firenze continuerà a rappresentare per tutti noi una risorsa di democrazia per tutto il Paese”.
E Marchionne si vede forse costretto ad allinearsi alla mediocrità e alle banalità più scontate che esulano dal suo asserto:
“I miei commenti su Firenze sono stati estratti fuori dal contesto. La città di Firenze e la sua economia erano prese da me come riferimento per paragonarle alla complessità, al peso e alla dimensione di un Paese come gli Stati Uniti. Ho usato queste considerazioni per confrontare le responsabilità e le capacità del Presidente Obama con quelle di Matteo Renzi. La differenza mi sembra evidente. I miei presunti commenti non devono essere interpretati come un mio giudizio sul valore di Firenze, che è una città per arte, cultura e scienze apprezzata e rispettata a livello mondiale, una valutazione che condivido pienamente.”

Cosa c’entra la bellezza di Firenze?! Muoio in questa città di tristezza per tutto quello che è stato fatto e non fatto da allora. Chissà cosa c’entra Michelangelo. Chiamato in causa per dire cose evidenti a tutti e dunque da non dire. E’ l’Italia piccola e povera per l’esuberanza di parole misurate, opportune, allineate che ingombrano i dialoghi intasando il progresso e per la carestia di termini veri, sistematicamente presi d’assalto per partito preso. Piccola e povera anche per colpa dei perbenismi dei suscettibili provincialisti inconsapevoli di esserlo. Chissà poi cosa ci sia di costruttivo nel rispondere a una critica con un’altra che, vera o falsa che sia, non c’entra nulla. Nel contrattacco, così, tanto per twittare correndo bendati a difendere il proprio leader e il proprio campanile, convalidando l’affermazione:

“E’ una povera, piccola città. Però rispetto alle FIAT, le macchine di un certo Leonardo, funzionano ancora.” “Adesso da Marchionne mi aspetto la conquista del mercato labronico al grido di PISA MERDAAA! guidando una Freemont rivestita in cashmere.” “Scommetto che a Firenze stamattina ci sarà la fila fuori dai concessionari Fiat.” “Ma quando una FIAT susciterà le stesse emozioni solo guardandola?” “Uno che è a capo di un’azienda che ci ha abituati a Duna, Multipla e Panda, volete che apprezzi la bellezza di Firenze?” “…è una povera, piccola città, ha detto Marchionne mentre scolpiva una Multipla.” “Marchionne è un mito. È riuscito mettere d’accordo tutti i fiorentini. Guelfi e Ghibellini commossi ringraziano.” “Firenze sforna la Divina Commedia, la Fiat è una commedia…” “Accidenti a te e a tutti i gobbi.”

Ecco dimostrato che Marchionne, nel dire che Firenze è piccola e povera e a prescindere dal dibattito socio-politico in cui la frase risuona, ha ragione. L’assenza assoluta di nesso. L’autogol dei miei concittadini tifosi della “fiore”. Quelli che “bello come il campanile Giotto…” non guardano a quello di Pomposa, al San Nicola di Bari, al Sant’Ambrogio di Milano. Alla Torhalle di Lorsch. Al fuori porta. Sono queste le conseguenze della sacrosanta libertà d’espressione per cui ci spendiamo, usata tanto per fare bolgia di schieramenti con argomentazioni a tutti evidenti e prive di nesso: l’importanza artistica e culturale della città nessuno potrà metterla in discussione in quanto realtà scontata e dunque risulta evidente che Marchionne si riferisse ad altro, dicendo il vero. Non sia mai abbassare gli occhi davanti al dato oggettivo! Troppo utile essere diversi da nostra madre, dal nostro leader e divenire cittadini di una metropoli imparando a guardarci, a parlarci, a pensare con indipendenza e lucidità propria cercando di comprendere il senso delle parole piuttosto che unirsi al tumulto di quelle vociate, si direbbe, per riflesso. Riconoscere l’evidenza espressa da quelle altrui nel loro significato logico prescindendo dalla posizione politica e sociale e dagli schieramenti.
Lasciatemi esagerare per meglio esprimere il senso, perché dal Vasari in poi di veramente significativo e originale è stato fatto ben poco in questa città di minuscoli bottegai che vedo spazzarsi il marciapiede davanti al negozio gettando il pattume di fronte a quello accanto, lasciatisi governare fino a ieri da sindaci insignificanti. Noi fiorentini che ci vantiamo di vivere in una grande città per via di certo Leonardo – non l’ex Sindaco, eh?! – e che abbiamo impiegato trent’anni a farci un aeroporto leticando e che ancora con tre nodi di vento si finisce la pista rullando e ci s’infila in quel troiaio di casame che è la via per Sesto, morendo se non per lo schianto per l’orrore del nostro costruito, così un volo su tre è saggiamente dirottato altrove. Noi fiorentini che ogni straniero riparte confidandomi la nostra spiccata inospitalità, il nostro odioso quanto ridicolo sentirci al centro del mondo e vivere di fatto in un piccolo borgo con tutte le sue serrature mentali, sempre a ripeterci la cantilena di nonna e zia sul nostro glorioso passato. Ma non va detto: si diventa disfattisti. Troppo cinici. Svilenti. Perché farsi autocritica è quasi un reato, tanto che a forza di non peccare a dirlo, evidentemente non siamo cambiati.
E allora diciamolo ancora che dentro le mura è bella, non s’avesse a sapere; me ne ero accorto anch’io accompagnando amici d’oltralpe e d’oltre oceano per l’itinerario di Brunelleschi. E che dire dei suoi “colli per vendemmia festanti e delle convalli popolate di case e d’uliveti”? Che la sua campagna è stupenda. Che siamo pieni di meriti e Marchionne ha detto una grossa bischerata, più che scrivo e più dovrò convincermene anch’io che siamo e saremo per sempre una grande città. Io li vedo i geni dei nostri maestri nel nuovo quartiere di San Donato, particolarmente evidenti nel segno degli arconi e dei quadroni dell’omonimo centro commerciale. In altre città fa Renzo Piano ma noi siamo ganzi e gli architetti come Isozaky li prendiamo democraticamente per i fondelli, forse perché un po’ ci piace il Geometrone del paese intrallazzato con quello del Comune e un po’ ci piacciono i dettagli che citano anacronisticamente la nostra bicromia romanico-albertiana. E ci garba il cotto dell’Impruneta, la nostra tradizione che, comunque, è meglio. Le pezze. Le soluzioni provvisorie o mai prese per decenni. I progetti abbandonati da un’eternità. E allora…grande Firenze! Forza Fiore! Juve e Pisa? Merde.

Strappo il cuore del post e ancora pulsante e grondante di sangue ve lo metto in mano chiedendo:

la Firenze rappresentata nel quadretto dei twitts, da ragione o torto a Marchionne?

E’ quanto ho pensato leggendo questo articolo

Romani, correre a firmare

QUANDO HAI FINITO DI RASSETTARTI DI PRIMA MATTINA, ALLORA BISOGNA RASSETTARE CON LA MASSIMA CURA IL PIANETA (capitolo V- Il Piccolo Principe)

di Egle1967

Dovete perdonare i toni , forse troppo concitati, ma c’è una faccenda in questi giorni che mi sta a cuore, una domanda alla quale posso darmi diverse risposte, ma non mi piace parlare da sola, e quindi ve la giro.
Perché quando ci viene data la possibilità di “partecipare” alla politica, non lo facciamo mai?
Per lo stesso motivo , forse, per cui ci piace tante urlare poi nelle piazze o davanti ad un televisore,o al bar con gli amici, concludendo che tanto non cambia mai nulla?
E come possiamo chiedere ai rappresentanti politici di render conto ai cittadini del loro operato, se noi siamo i primi a non chieder conto a loro, e a non esprimere cosa vogliamo?
Sto parlando degli otto referendum di Roma.
Apporre la propria firma significa chiedere che vengano messi in discussione temi che di solito non vengono affrontati dai politici, occupati a cercare solo di mantenere la loro poltrona sotto il culo, con giochetti di formazioni elettorali che neanche i vesuviani capirebbero.
Le possibilità che offrono questi referendum sono quelle di spingere la politica a esprimere un opinione e, soprattutto, consentire ai cittadini di esprimere la loro posizione, individualmente e non attraverso una rappresentanza politica che crea “volonta’ popolari” inesistenti.
Stiamo sempre a lamentarci di esprimere un voto senza aver avuto la possibilità di approfondire le posizioni su molti temi cruciali, per poi scoprire che le reali intenzioni dell’eletto non rappresentavano affatto il nostro volere….ecco, appunto , il nostro volere…ma sappiamo veramente cosa vogliamo? Oppure siamo quelli che aspettano di vedere cosa fan gli altri, per poi dire che non ci va mai bene nulla, quando, purtroppo, davvero non possiamo più fare nulla?
Perchè questi referendum darebbero la possibilità di scegliere il prossimo sindaco sulla base della fiducia che sarà in grado di ispirare, darebbero la possibilità ai cittadini romani , di esprimere chiaramente cosa vogliono.
Senza contare che, i risultati di un confronto, che si avrebbe qualora questa primavera si andasse a esprimere la propria opinione,, avrebbero un impatto su tutto il territorio nazionale.
Devo dedurre che non sappiamo più cosa vogliamo?O semplicemente non speriamo più che qualcosa possa cambiare in meglio?O forse, che tutto sommato vale per tutti quel detto romano che dice….” Si nun sei re, nun fa’ legge nova e lassa er monno come se trova”?
Ecco, mi piacerebbe sapere cosa pensano quelli che ancora non sono andati a firmare.
Sapere perché non sono andati. Posso immaginarmelo, ma preferirei saperlo.

Roma conta circa 2, 5 milioni di abitanti , di cui 2 milioni maggiorenni.
Servono 50.000 firme perché questi referendum possano essere proposti.
Mancano , più o meno, 10.000 firme. E non c’è più tempo. Il termine è il 15 Ottobre.
I quesiti sono questi:
1. Il primo quesito riguarda il tema della mobilità. L’obiettivo della proposta è di ridurre il traffico privato nel centro storico, anche per consentire ai mezzi pubblici di essere puntuali. Si propone la creazione di corsie preferenziali protette, la trasformazione dei treni pendolari in linee metropolitane e la creazione di piste ciclabili.
2. Mare. Si propone il libero accesso dei bagnanti al mare e un riequilibrio al 50% tra spiagge libere e attrezzate.
3. Registro dei testamenti biologici. Si propone l’istituzione di un registro comunale dei testamenti biologici per raccogliere le disposizioni, in maniera anticipata, dei trattamenti sanitari che ognuno vuole per sé.
4. Famiglie di fatto. Si chiede la rimozione delle discriminazioni nei servizi e nelle attività del Comune, sia per le famiglie sposate, sia per quelle eterosessuali e omosessuali.
5. Libertà di scelta nei servizi alla persona. Si chiede di estendere i bonus per utilizzare nei servizi affidati alle strutture private, come asili nido e l’assistenza per gli anziani e disabili, a tutte le famiglie.
6. Ambiente. Si chiede al Comune di modificare il Piano Regolatore Generale (PRG), cioè il piano che regolamenta l’edilizia della città, per rallentare il consumo di suolo con nuove costruzioni, per un recupero «qualitativo ed energetico» del patrimonio esistente.
7. Rifiuti. Si chiede di migliorare la politica attuale di smaltimento dei rifiuti e di aumentare la raccolta differenziata, soprattutto quella porta a porta, e di diminuire l’utilizzo delle discariche, soltanto per i rifiuti trattati.
8. Riduzione dei costi. Si chiede di abbassare i costi dell’amministrazione azzerando i Consigli di amministrazione delle aziende municipalizzate, affidando tutte le funzioni a un amministratore unico.

Direi che vale la pena di darsi una mossa!

di Egle

Invito anche a leggere il post di Giuseppe Armando

Il website dei referendum

DM 14012008 C8 Costruzioni esistenti

Le ho visitate e analizzate somministrando loro costose medicine, vediamo allora se riesco a trasmettere un po’ del mio modo di vedere le nostre case osservando la loro vulnerabilità sismica, con la premessa scontata che qualsiasi generalizzazione, tanto più se sintetica, non può che includere eccezioni e un significativo margine di approssimazione. Le costruzioni sono dotate di un proprio sistema immunitario (sistema sismoresistente), spesso caratterizzato da difetti congeniti più o meno gravi: possono soffrire di osteoporosi e/o di problemi alle articolazioni (rotule che escono dalla loro sede). Ad una diagnosi giunge solo il medico attraverso l’acquisizione di un ben definito e complesso Livello di Conoscenza del paziente, in base al quale svolge opportune indagini diagnostiche che perlopiù consistono in un’analisi sismica. Sismica, appunto, perché le costruzioni collassano quando viene il terremoto; nell’ambito delle nostre tradizionali tipologie, non possono esserci altri motivi degni di essere menzionati se conseguono all’imbecillità, poiché, bene o male, crettate o senza sintomi di sofferenza, le strutture trovano quasi sempre verso di sostenere il loro peso e quello dei loro abitanti, arredi compresi. Esula dal discorso, dunque, la montagna di macerie che deriva dalla geniale rimozione di un pilastro ingombrante, o dal taglio dei ferri di armatura per passare i canali del condizionatore, come sono un diverso soggetto altre cause di negligenza e delinquenza portate all’estremo.
L’analisi sismica, giusto per farsi un’idea di uno dei metodi adottati, sia che si tratti di una nuova costruzione o della necessità di intervenire in un fabbricato esistente, consiste nel creare un modello strutturale digitale della costruzione, che contenga tutte le informazioni geometriche e meccaniche degli elementi che la compongono, simulando gli effetti dell’evento sismico attraverso l’applicazione di forze laterali rappresentative di quelle che le masse ai vari impalcati generano sotto l’effetto dell’accelerazione d’inerzia; durante la simulazione, tali forze vengono incrementate registrando il conseguente spostamento orizzontale dell’edificio fin quando il modello non collassa (analisi Pushover in mezza parola). Si confrontano l’accelerazione che ha causato il collasso del modello digitale con quella richiesta dalla normativa, cioè attesa in quel determinato luogo, e se il rapporto Capacita/Domanda è positivo, si dice che il fabbricato è “adeguato”**. E’ evidente che la stragrande maggioranza degli edifici realizzati prima dell’entrata in vigore delle norme antisismiche, raggiunga lo Stato Limite Ultimo di Salvaguardia della Vita* per terremoti d’intensità inferiore a quelli che hanno una determinata probabilità di verificarsi in un dato periodo di tempo, senza essere opportunamente rinforzati. Mi spiego con un esempio reale: è pari al 5% la probabilità che si verifichi un sisma con un periodo di ritorno di 975 anni, che sia d’intensità superiore alla domanda di resistenza, cioè quella che sollecita le strutture di recente progettazione o le vecchie in adeguamento al limite del collasso, le altre, quelle che non soddisfano la domanda, quello Stato Limite Ultimo, sono tutte ammassi di macerie. Dunque, la sicurezza delle nostre costruzioni, essendo questa sempre relativa, è affidata a complessi criteri probabilistici. Eventuali colleghi di passaggio mi perdoneranno alcune semplificazioni estreme, utili a rendermi più comprensibile agli altri.
Così le norme chiedono che ogni volta si proceda ad una ristrutturazione edilizia di una certa consistenza, si debba contestualmente provvedere a rinforzare l’edificio per migliorarne le capacità sismoresistenti; ci si accontenta del “miglioramento” del rapporto Capacità/Domanda tra lo stato precedente all’intervento e quello scaturito dai rinforzi in progetto, in quanto trasformare una struttura esistente perché sia capace di resistere al sisma atteso raramente è attuabile nell’ambito di un’economia sostenibile, se non altro perché la maggioranza dei fabbricati è composta da più unità immobiliari che rendono di fatto impossibile intervenire sulla struttura nella sua interezza come è necessario e, di conseguenza, solo in specifiche circostanze è richiesto l’adeguamento (soprelevazione, incremento dei carichi, aumento di volumetria, trasformazione in un organismo diverso). Un “miglioramento” da contrapporsi a decenni di peggioramenti per ignoranza, in cui le murature portanti degli edifici sono state scavate per inserire canne fumarie al loro interno, per aprire nicchie, porte e finestre, impoverendone gravemente la capacità di resistere al sisma.
Se i fabbricati di recente progettazione e costruzione, realizzati a norma e regola d’arte con criteri antisismici in zone classificate come sismiche, sono dotati di un notevole grado di sicurezza, il problema degli edifici esistenti un po’ datati è immane. Ma quanto recenti?
E’ la Legge 64 del 02/02/1974 che da inizio all’era dell’antisismica in Italia; promuove lo studio e l’emanazione di nuove norme tecniche, nonché inquadra i criteri per la classificazione sismica del territorio. Nei decenni a venire, di terremoto in terremoto che gli scandiscono, il paese si arricchisce di conoscenze e di strumenti normativi che impongono agli operatori del settore l’applicazione di metodi di progettazione ed esecuzione delle opere di nuova edificazione e degli interventi sugli edifici esistenti nelle zone classificate a rischio sismico; consapevole di essere già estremamente noioso ma forse interessante, non mi dilungo nell’enunciare i passi di questo percorso, che hanno caratterizzato il modo di costruire fino all’Ordinanza 3274 del 2003; il grande salto dell’Italia verso l’Europa dovuto, anche questo, all’ennesima tragedia: il crollo della scuola di San Giuliano di Puglia. Quello strumento normativo, se pur a carattere transitorio e da applicarsi obbligatoriamente soltanto per la progettazione degli edifici strategici (scuole, ospedali…), non lasciava più spazio in futuro al metodo di calcolo obsoleto ed approssimativo su cui molti professionisti si erano adagiati. Una rivoluzione del modo di progettare; il timer era partito; di lì a poco non ci sarebbero state più alternative al metodo Semiprobabilistico agli Stati Limite. Si chiudeva l’era di quello alle Tensioni Ammissibili che sarebbe presto passato alla storia per fare posto a un criterio più moderno, notevolmente più complesso e affidabile, universale perché ormai in vigore in quasi tutti i paesi, nonché strutturato per essere gestito solo dall’elaboratore elettronico. Anche in questo ambito, siamo arrivati quasi ultimi. Nel 2006 si perviene all’attuale classificazione sismica che suddivide il territorio nazionale in quattro zone a diversa pericolosità: zona 1 alta – zona 2 media – zona 3 bassa – zona 4 molto bassa. Ma l’entra in vigore a pieno regime delle normative derivate dall’Ordinanza 3274 del 2003, sfociate nel D.M. 14/01/2008 che regola l’odierno costruire ponendosi all’avanguardia tra le norme europee, tarda. Serve un altro terremoto, ancora macerie e sangue, e la reazione stavolta è stata, forse, impulsiva: dopo cinque anni di covigenza delle vecchie e delle nuove norme in corso di evoluzione, nonché decenni di ritardo rispetto agli standard degli altri paesi, si deve reagire al sisma dell’Aquila anticipando di un anno l’entra in vigore del nuovo strumento normativo, ormai maturo, senza considerare che molti professionisti e sviluppatori di software contavano di disporre di quel tempo sottratto all’ottimizzazione e al collaudo degli strumenti di calcolo. Dunque, venendo alla domanda, la normativa antisismica precedente all’OPCM 3274 del 2003 era in vigore dagli anni ottanta e gli edifici realizzati in zone allora riconosciute a rischio sismico, con coscienza e responsabilità, ottemperanti a quelle norme per quanto fossero lacunose, rudimentali e meno cautelative, erano comunque progettati con criteri antisismici basati sulla resistenza delle strutture in campo elastico, senza attingere delle risorse dissipative in campo plastico.
Tre sono le componenti culturali che contribuiscono a formare i caratteri qualitativi dell’edilizia: normativa, progettuale ed esecutiva. A guardare le immagini delle macerie si direbbe abbiano fatto più danni la cialtroneria e la cultura del risparmio, l’avidità, la trascuratezza e la leggerezza, dei gravi difetti oggettivi delle vecchie prescrizioni che non imponevano di realizzare, per esempio, i pilastri più resistenti delle travi. I falsi prelievi di calcestruzzo – tanto il terremoto viene sempre altrove e nessuno se ne accorge – la Direzione dei Lavori poco presente perché presa sotto costo, e la carenza di responsabilità e sensibilità, credo abbiano partecipato di più ai collassi sotto sisma, delle carenze culturali in materia di antisismica espresse dalle norme di allora. Negligenze che possono aver reso vulnerabili alcuni edifici multipiano in cemento armato realizzati nei decenni scorsi anche in zona sismica, sebbene la tipologia a telaio, quando ben progettato e realizzato anche alla vecchia maniera, offra buone prestazioni ed abbia, comunque, un discreto comportamento dinamico. Andando in dietro fino al trentennio del dopoguerra, le carenze conoscitive e normative si fanno pesanti rendendo impressionanti certi palazzoni di sette piani, realizzati contestualmente alla formazione delle periferie urbane dove il terremoto non deve venire mai, con i pilastri che sembrano all’occhio odierno un po’ snelli e che mancano spesso dei tamponamenti al piano terra. E sono molto difficili da adeguare a costi accessibili.
Pressoché tutta l’edilizia popolare in muratura ordinaria di mattoni o pietrame, che costituisce la tipologia più povera, è in misura diversa vulnerabile, ancor più dalle strutture a telaio in cemento armato che sono almeno dotate di armature ad assorbire le spinte e che per crollare, devono essere progettate o fatte proprio male. Inquietanti sono certi palazzi in muratura a 4 o 6 piani costituiti da pesanti solai laterocementizi sostenuti in mezzeria da esili pareti interne di mattoni pieni ad una testa, evidentemente troppo snelle e prive di vincolo in sommità che ne impedisca la rotazione fuori dal piano. Spesso non sono dotati di cordoli a legare le pareti ai solai e solitamente la copertura è appoggiata alle murature portanti a mezzo di elementi lignei incastrati a forza alla meno meglio o appena chiodati. Possono essere edifici isolati o a schiera a costituire il tessuto urbano d’inizio secolo delle nostre città, perlopiù nei pressi di aree di espansione industriale. Anche questi il terremoto lo subiscono e sono particolarmente difficili da adeguare in quanto abitati da famiglie che non dispongono delle risorse necessarie, e che durante i lavori dovrebbero traslocare e trasferirsi in alloggi temporanei.
Tanti sono i fattori che determinano la vulnerabilità sismica di un edificio che le norme attuali tengono in conto. Il tipo di suolo su cui si imposta che se elastico amplifica le onde sismiche rendendo più intenso il sisma su terreni di sedimentazione piuttosto che negli affioramenti rocciosi. Le prestazioni meccaniche dei materiali di cui è costituito il fabbricato hanno un ruolo evidentemente importante, ma raramente sono la causa principale dei collassi che avvengono più per perdita di stabilità, quando le travi dei solai si sfilano dalle pareti e cessano di legarle a ogni piano alla struttura, lasciandole la libertà di flettersi lungo tutta la loro altezza; per questo i cordoli di perimetrazione dei solai possono fare la differenza e garantire un comportamento dinamico scatolare tenendo le pareti legate ai diaframmi dei solai. Vorrei vedere sulla mia testa travi di ferro del solaio a voltine di mattoni per coltello saldarsi all’ala superiore di un profilato d’acciaio a U che corre nello spigolo tra parete e soffitto, inghisato ogni 50 cm al muro. I soli cordoli possono migliorare significativamente molti edifici in muratura, ad un costo forse sostenibile, con un po’ di disagio e senza dover traslocare. Bisognerebbe fare in modo che tutti gli edifici ne fossero dotati; gli altri interventi di rinforzo sono più complessi e onerosi. Anche le asimmetrie del fabbricato sono un fattore che incide sulla valutazione della vulnerabilità; gli edifici regolari in pianta e in altezza hanno il baricentro delle masse vicino a quello delle rigidezze e non si generano sollecitazioni torcenti che devastano la struttura; dunque, a parità di sistema costruttivo, i fabbricati in muratura regolari e simmetrici sono meno vulnerabili di quelli più articolati ed eterogenei. Un’altra grave carenza strutturale è dovuta alla cattiva qualità delle murature e alle malte invecchiate, alla mancanza di diatoni di collegamento trasversale del tessuto e di collegamento alle murature ortogonali; la regolarità geometrica del concio è molto importante perché la pressione sulla parete non porti all’espulsione del materiale esterno. Naturalmente, una parete costituita da ciottolame rotondo di fiume, e se ne vedono, dispone di risorse assai diverse da quelle di una muratura in pietra sbozzata e ben organizzata, in termini di risposta meccanica.
Oggi gli interventi mirano a legare con leggerezza, riducendo il più possibile le masse visto che nella formula F=M*a, il secondo termine lo decide lo scontro tra le zolle. Si riducono le masse dei solai e si legano lungo il perimetro a tenere le pareti riducendo la loro lunghezza libera d’inflessione a quella d’interpiano, ma intervenire sulle prestazioni meccaniche dei maschi murari è economicamente impegnativo se necessario su vasta scala, e spesso la qualità delle murature segue le regole dell’economia risultando povera nelle costruzioni povere, nell’edilizia popolare, ovviamente.
Caro popolo, abbiamo anche questo problema.
Intanto non è male sapere che “è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 56 del 7 marzo 2012 l’ordinanza n. 4007, che disciplina i contributi per gli interventi di prevenzione del rischio sismico previsti dall’art.11 della legge 77 del 24 giugno 2009, relativamente ai fondi disponibili per l’annualità 2011….”

*Estratto da Wikipedia:
Stati Limite Ultimi (SLU): associati al valore estremo della capacità portante o ad altre forme di cedimento strutturale che possono mettere in pericolo la sicurezza delle persone. Alcuni esempi delle cause che possono condurre agli SLU sono: a) perdita di stabilità di parte o dell’insieme della struttura; b) rottura di sezioni critiche della struttura; c) trasformazione della struttura in un meccanismo; d) instabilità in seguito a deformazione eccessiva; e) deterioramento in seguito a fatica; f) deformazioni di fluage o fessurazioni, che producono un cambiamento di geometria tale da richiedere la sostituzione della struttura. Il superamento di uno stato limite ultimo ha carattere irreversibile e si definisce collasso. Nei confronti delle azioni sismiche gli stati limite ultimi si suddividono in (D.M. 14.01.2008):
 Stato limite di salvaguardia della vita (SLV): a seguito del terremoto, la costruzione subisce rotture e crolli dei componenti non strutturali ed impiantistici e significativi danni dei componenti strutturali cui si associa una perdita significativa di rigidezza nei confronti delle azioni orizzontali; la costruzione conserva invece una parte della resistenza e rigidezza per azioni verticali e un margine di sicurezza nei confronti del collasso per azioni sismiche orizzontali.
 Stato limite di prevenzione del collasso (SLC): a seguito del terremoto la costruzione subisce gravi danni e crolli dei componenti non strutturali ed impiantistici e danni molto gravi dei componenti strutturali; la costruzione conserva ancora un margine di sicurezza per azioni verticali ed un esiguo margine di sicurezza nei confronti del collasso per azioni orizzontali.

** DM 14/04/2008, Cap. 8 – Edifici esistenti, 8.4:
8.4 CLASSIFICAZIONE DEGLI INTERVENTI
Si individuano le seguenti categorie di intervento:
– interventi di adeguamento atti a conseguire i livelli di sicurezza previsti dalle presenti norme;
– interventi di miglioramento atti ad aumentare la sicurezza strutturale esistente, pur senza
necessariamente raggiungere i livelli richiesti dalle presenti norme;
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– riparazioni o interventi locali che interessino elementi isolati, e che comunque comportino un
miglioramento delle condizioni di sicurezza preesistenti.
Gli interventi di adeguamento e miglioramento devono essere sottoposti a collaudo statico.
Per i beni di interesse culturale in zone dichiarate a rischio sismico, ai sensi del comma 4 dell’art. 29
del D. lgs. 22 gennaio 2004, n. 42 “Codice dei beni culturali e del paesaggio”, è in ogni caso possibile
limitarsi ad interventi di miglioramento effettuando la relativa valutazione della sicurezza.
8.4.1 INTERVENTO DI ADEGUAMENTO
È fatto obbligo di procedere alla valutazione della sicurezza e, qualora necessario, all’adeguamento
della costruzione, a chiunque intenda:
a) sopraelevare la costruzione;
b) ampliare la costruzione mediante opere strutturalmente connesse alla costruzione;
c) apportare variazioni di classe e/o di destinazione d’uso che comportino incrementi dei carichi
globali in fondazione superiori al 10%; resta comunque fermo l’obbligo di procedere alla
verifica locale delle singole parti e/o elementi della struttura, anche se interessano porzioni
limitate della costruzione;
d) effettuare interventi strutturali volti a trasformare la costruzione mediante un insieme
sistematico di opere che portino ad un organismo edilizio diverso dal precedente.
In ogni caso, il progetto dovrà essere riferito all’intera costruzione e dovrà riportare le verifiche
dell’intera struttura post-intervento, secondo le indicazioni del presente capitolo.
Una variazione dell’altezza dell’edificio, per la realizzazione di cordoli sommitali, sempre che resti
immutato il numero di piani, non è considerata sopraelevazione o ampliamento, ai sensi dei punti a) e
b). In tal caso non è necessario procedere all’adeguamento, salvo che non ricorrano le condizioni di cui
ai precedenti punti c) o d).
8.4.2 INTERVENTO DI MIGLIORAMENTO
Rientrano negli interventi di miglioramento tutti gli interventi che siano comunque finalizzati ad
accrescere la capacità di resistenza delle strutture esistenti alle azioni considerate.
È possibile eseguire interventi di miglioramento nei casi in cui non ricorrano le condizioni specificate
al paragrafo 8.4.1.
Il progetto e la valutazione della sicurezza dovranno essere estesi a tutte le parti della struttura
potenzialmente interessate da modifiche di comportamento, nonché alla struttura nel suo insieme.
8.4.3 RIPARAZIONE O INTERVENTO LOCALE
In generale, gli interventi di questo tipo riguarderanno singole parti e/o elementi della struttura e
interesseranno porzioni limitate della costruzione. Il progetto e la valutazione della sicurezza potranno
essere riferiti alle sole parti e/o elementi interessati e documentare che, rispetto alla configurazione
precedente al danno, al degrado o alla variante, non siano prodotte sostanziali modifiche al
comportamento delle altre parti e della struttura nel suo insieme e che gli interventi comportino un
miglioramento delle condizioni di sicurezza preesistenti.

Interni ad alto rischio

La cittadina turistica della vacuità satura di orpelli come lo sono gli stadi di slogan e Las Vegas di lampadine, si affida al mare a rinchiuderla perché siano le occasioni impossibili da perdersi. Tra chi ama arrampicarsi su una parete di roccia finta senza che vi sia la minima componente di rischio che in ogni altro respiro inala la vita, e chi sopporta la vista di uno scivolo di plastica elicoidale contro il cielo e magari ci s’intuba. Tra chi si sente a suo agio nel design dei suoi interni e più tardi sotto lo stroboscopio e chi trova attraente lo scintillio acustico di monete cadenti dalle slot machines, sapendo di trovarsi sul lato dello schermo di chi deve perdere. Io potrei morire. Sentirei il mio intelletto sotto claustrofobica accusa da uno spazio estraneo chiassoso. Sono fotosensibile alle differenze d’illuminamento come i granuli d’argento al blu e per la temperatura di colore delle sorgenti ho le curve di Kruithof nel subconscio. Sono diventato un po’ snob, lo ammetto senza farmene un cruccio. E delirio: io vorrei donare a quella gente i miei occhi. Scusate. Il mio modo di guardare le persone e le cose e trovarmi a bordo circondato da realtà che mi mettono a mio agio. I miei per prenderne due a caso che non siano di altri perché nel mondo di occhi sensibili ce ne sono tanti, perlopiù in angoli appartati o distanti dai colori saturi che gonfiano gli iperscafi. Il gusto che qui ricorre. Il nostro modo di scrivere in forme così diverse che persino bisticciare ha da esser sottile e incomprensibile, e nell’ambiguità dell’ironia franano dolcemente i dissensi. Nemmeno un vaffanculo.
Sentite, io bisogna sia sincero, a me quel lampadario mi fa tremare dallo spavento. Non so a voi. Anche in assenza di sbandamento pre-naufragio.
Non ce l’ho con le discoteche in sé e con i divertimenti in quanto tali e avessi un decennio di meno abbondante e arrotondato per difetto ci andrei, ma la vorrei figa.
Io in una cappella a quella maniera perderei Dio.
A me un cappuccino in quel bar sembrerebbe troppo lungo anche se basso.
I sedili con la chiave di violino renderebbero il cantante e la sera stonati e gli strumenti scordati.
E una sala da pranzo così mi saprebbe tanto di matrimonio provvisionale.
Io se entro in una sala marrone con le stelle e i rombi tipo quella, vengo di colpo meno.
Se qualcuno volesse vedermi svenuto e stramazzato al suolo in un baleno come un cencio lasciato cadere sa come fare adesso, che solo a guardare queste foto già mi è venuto male.
Io in quella cappella muoio in un istante.
L’unica cosa che potrebbe andare bene sarebbe la camera da letto, perfetta come quelle di un anonimo albergo per l’unico scopo per cui potrei tradire questo post e resistere alla pioggia di ultravioletti provenienti dall’esterno ingerendo una pozione che mi rende trasparente, ma non la mia vita, con una donna che ha una voglia lubrificante d’immedesimarsi nella parte di un gioco, da trattarsi da Regina recuperando il sesso consumato sotto il sole che lo asciuga dalla pelle e che il vento porta via, se la cosa più preziosa e meno coprente che indossa sopra qualsiasi cedimento o smagliatura è la parola. Cicatrice di gioia, e via.
Venendo ad altro ho sempre sognato di poter stare qualche ora sul ponte di comando di un transatlantico a perdermi negli strumenti. Davanti a una bussola magnetica gigante orizzontale e una verticale elettronica a quadrante circolare tacchettata di azzurro luminescente su un display LCD nero a schermo piatto da 24 inch in modalità RGB Truecolor da 24 bit, 3 canali da 8 bit, che puntano ciascuno a 2^8=256 livelli di rosso, 256 livelli verde, 256 livelli di blu. Per cui possono aversi 256^3 combinazioni di rosso, di verde e di blu, pari a 16777216 colori. Davanti a un punto nave strumentale lampeggiante su una cartografia tricromatica ad alta risoluzione proiettata alla Mercatore. Altro che TomTom.
L’ecoscandaglio e il radar che servono a un transatlantico. Vorrei vedere bussole magnetiche da rilevamento abnormi distanti trenta metri l’una a sinistra dall’altra a dritta, nonché i due grafometri. E nel punto medio della retta che li congiunge al centro e su un gradino più alto della sala, il tavolo da carteggio imperiale in un unico blocco di legno massello ottenuto dal taglio di un’immensa sequoia, capace di contenere dieci carte nautiche dispiegate, una matita, una gomma, un compasso e le due squadre. E il Comandante seduto che guarda la rotta stimata nel triangolo delle correnti risolto con gli occhiali da vista, invece che in piedi l’orizzonte con quelli da sole.

L’errore rimediabile di Schettino: “Ho fatto un guaio”

Se fossi ai vertici di Costa Crociere non credo dormirei sonni tranquilli. Avrei l’inquietante avvisaglia a tenermi sveglio che i miei tentativi di fuorviare le opinioni dalla reale sostanza della vicenda, ponendo come elementi a discolpa dell’armatore che rappresento e dunque a scagionarmi dalle mie responsabilità nel disastro, il rigore nell’essere ottemperante a leggi, certificazioni e regolamenti in materia di sicurezza e l’impegno profuso dalla compagnia nel severo addestramento tecnico del personale di bordo, comandanti compresi, fossero argomenti retorici, copincollati dalla prassi ai media e di scarsa valenza e capacità persuasiva. Avrei quella tremenda sensazione di sconforto che può provarsi dopo aver fatto un discorso formale che dice qualcosa di meno di come si conviene rivelando altro, di aver eluso l’essenza della questione e di essermi causato un danno dimenticando qualcosa e qualcuno alla conferenza stampa, come gli abitanti del Giglio e tutti gli Italiani che ne hanno sofferto: “…questo tragico incidente che ha colpito i nostri ospiti, il nostro equipaggio, i nostri dipendenti e una delle nostre navi.” Avrei come il dubbio di aver dato troppa enfasi al “nostro” e nessuna agli altri, nonché eccessivo rilievo al mio proclamarmi non responsabile scaricando tutta la colpa sul Comandante in modo eroico quanto è stato il suo, ma forse sarebbe solo un’impressione.

Non sarei così sicuro, se fossi Foschi, che all’onda mediatica di dolorosa indignazione e derisione infrantasi spumeggiando sul Comandante Schettino, non ne faccia seguito un’altra più ritta e lucida che avanza silenziosamente verso di me, in cui si specchiano altri volti consapevoli e più profondamente responsabili del tragico incidente, e se riuscissi tuttavia ad addormentarmi perché sarei abituato ad assumermi responsabilità, avrei forse incubi di mostri più grandi delle mie navi che per questioni d’affari s’impongono sullo skyline di una Venezia incupita fregandosene di non essere graditi, urlanti non solo che non potevo non essere a conoscenza che la mia flotta di bombe ambientali effettuava sistematicamente invadenti ed evidentemente rischiose “manovre pubblicitarie” per il sollazzo dei propri clienti ai danni di coloro che a terra non lo erano, mettendo così a repentaglio sia vite umane che il patrimonio artistico e ambientale di tutti, ma urlanti anche che questa era la mia determinazione. Il mio modo rampante di vincere sul mercato con qualsiasi mezzo non diverso da quello dei miei concorrenti, da quello che si è instaurato in molti ambiti come parte sostanziale della nostra cultura ed economia povere di coscienza. Altro che i forse 30 metri o secondi di errore del Comandante Schettino! di cui non si è detto ancora abbastanza: è andato a scogli e pare abbia abbandonato il transatlantico con parte del suo carico umano, come fosse scivolato dallo specchio di poppa di una barca da diporto in un canotto, ma non si è detto che ha compiuto un altro spaventoso sbaglio affermando alla radio di “aver fatto un guaio”, senza usare il soggetto al plurale. L’unico dei suoi errori paurosamente rimediabile, che sta cominciando a rimediare.

Mi preoccuperei a pensare che un conto è un naufragio in alto mare, in cui il comandante per negligenza o errore di rotta affonda la propria nave contro uno scoglio, oppure un disastro aereo al decollo in cui si cercano altri responsabili oltre il pilota tra i possibili difetti costruttivi, tra le procedure di manutenzione dei componenti e l’efficienza degli strumenti, e un conto è il contesto di squallore ideologico e umano che sta emergendo di giorno in giorno dalle parti sommerse dell’incidente della Costa Crociere, che prima ordina ai propri comandanti da lei scelti e addestrati di eseguire manovre pericolose per la vita dei propri passeggeri, per l’ambiente e per l’immagine dell’Italia al fine d’incrementare le proprie vendite, racconta Schettino stavolta credibilmente, e poi non esita ad abbandonarli in mare con il peso di tutta la responsabilità, sostenendo con irritante ipocrisia che sia giunta l’ora di togliere loro il potere assoluto, pensando che l’opinione pubblica non la colga e non ne resti inorridita.

Articolo si Repubblica

Conferenza stampa Costa Crociere

Oddio che noia

Parto dal presupposto che Dio non esista e che l’uomo sia la forma di vita più evoluta in uno dei tanti pianeti abitati del Cosmo; parto dal presupposto che ci è dato conoscere, esprimendo di proposito una contraddizione. Lo capisco bene quando guardo il mio cane, del tutto simile a me persino nei sentimenti, cui mancano due cose che hanno portato alla sostanziale differenza che ci distingue e al nostro predominio: le mani per lavorare i pensieri, l’intelletto per elevarsi e sublimare, tanto da sentirsi dissociati dai gradini più alti della scala evolutiva. Un’entità del tutto a parte, l’uomo, che invece è superiore ma non sostanzialmente diverso: posto in palese continuità con altre forme viventi. E’ un animale che cerca di dimenticare di esserlo facendo solo una gran confusione, comportandosi come belva quando non dovrebbe, rubando, accaparrandosi denaro e potere…incapace di essere libero e istintivo quando non serve altro.

Il sesso ci sta come la fotosintesi agli alberi, come la digestione al corpo, l’impollinazione; è chimica nascosta tra i capelli e i peli del pube, e la donna è fatta come i fiori, emana un odore delizioso elaborato dalla Natura in milioni di anni di affinamento, che la sa lunga in materia d’amore. Invece noi no, la sappiamo breve: si deve appartenere alle masse, essere in linea con modelli deviati anche se tradizionali, eludere le evidenze tanto che per rendere il sesso più pulito e distante da quello che è, ci sono i profilattici alla frutta. Ben venga tutto, anche quello che non si comprende, ma quale sia il ruolo della fragola, della mela verde nel sesso invece della rosa, davvero non mi è chiaro. E li vendono perché qualcuno è disorientato tra tutti questi spot pubblicitari che fanno scultura, raccontando falsità pur di vendere prodotti di ogni sorta, e magari non riesce ad essere se stesso perché è vergogna, si conforma perché si è più evoluti, si è rotto, noi, con la catena evolutiva. Così si cerca di umanizzare il sesso invece dei nostri sentimenti, dei nostri comportamenti in contesti più interessanti e determinanti per noi e per il prossimo, al posto della nostra capacità di amare per ciò che davvero è l’amore, etichettando comportamenti che si discostano da quello medio del campione, non come insignificanti devianze in senso statistico quali sono, il che non implica connotati negativi, ma come devianze in senso sociologico: perversioni. Cosa c’è nel Sado Maso che non va bene? In cosa consiste la sua l’incompatibilità sociale? In che modo due persone adulte e consenzienti che lo praticano producono un danno? Perché una donna libera e promiscua è una puttana anche se non lo fa per denaro? Perché non ritorniamo ai bordelli per togliere i fiori dall’asfalto invece di pensare al nostro decoro? Perché, invece di professare una morale stantia, puzzolente e piccina che uccide, non si difendono i più deboli? Perché siamo indifferenti? Perché non tocca a noi.

Ho una grande ammirazione per le donne che sanno vivere a pieno la loro sessualità; spesso hanno il cuore grande.

La sessualità che la Natura ha programmato nei nostri geni e che si caratterizza tra le esperienze di vita, è svincolata dalle nostre costruzioni, dai nostri condizionamenti culturali, e quando si manifesta è sempre un atto d’amare in quanto espressione della Natura stessa; è una necessità fisiologica in cui l’intelligenza e la sensibilità servono solo al maggior piacere. Può essere vissuta come atto d’amare nell’ambito di una relazione convenzionale, se piace, o per soddisfare il mero piacere del sesso occasionale che alcuni che scelgono questo tipo di libertà si concedono. Può essere vissuta tra più persone, se fa godere di più. Può essere vissuta con dolcezza, secondo i modelli “romantici” suggeriti da una certa cinematografia al miele, o in modo rude, estremo, in qualsiasi maniera “diverso” se in una comune intesa gli orgasmi sono più intensi, nel gioco. Se non si configura in ogni caso un danno per nessuno. Sembra scontato, eppure continuo a trovare articoli di giornali, anche non scandalistici, che si “interessano” della sessualità altrui. Lei è gay. Quelli s’incontrano in quella casa. Lui sta nudo sulla spiaggia, perfino.

Oddio che noia la lentezza con la quale si capiscono le cose lasciando in dietro quello che abbiamo trovato e si pensava prima di pensare; che sonno, nei tempi infiniti che servono a vedere cose grandi e semplici, che viene, ed arrestare l’inerzia del vecchiume aprendosi al progresso. Per i tradizionalisti conservatori Internet è pericoloso, tanto che provano tardi a correre ai ripari. Questo profumo caldo di libertà, che dà noia. Questa rete che corre più della storia che una minoranza ottusa o interessata avrebbe voluto, a qualcuno dispiace.

Anche se sbagliassi e con il mio ragionamento fossi in errore, cioè l’amore nel sesso diverso dalla tradizionale relazione di coppia non esistesse, quello finalizzato al piacere meno vincolato, è una carenza così breve, così irrilevante soprattutto a fronte degli inferni di nauseante immoralità cui si assiste e che si deve tollerare.

Un Presidente che fa le feste con le ragazzine povere ma belle del nostro Sud, con tutti i suoi amici, in cambio di una vita decisamente migliore, si dice. Un sistema politico che costa un occhio a un paese fondato sul lavoro in cui i lavoratori non ce la fanno a tirare.

Una pubblicità che dire diseducativa è lodarla, che si permette di proporre alle casalinghe ignoranti prodotti e metodi che uno Stato civile dovrebbe vietare. Detersivi con erogatore a becco piegato perché sia possibile, finalmente! consumando mezza confezione di liquido inquinante che rallenta i processi anaerobici delle fosse biologiche, accedere e disinfettare a fondo ogni angolo interno del perimetro del w.c., illudendo le teste vuote che il livello di igienizzazione sia proporzionale alla quantità di detergente impiegato. Ho provato, perché non vorrei mai dire cose non vere: bastano tre gocce, i guanti e una spugna bagnata per pulire “a specchio”, come dicono loro, l’intero set di sanitari.

Ora siamo diventati malati d’igiene, si disinfetta tutto, per molti è diventato il loro più grande valore: la certezza del vero lindo. Non è più soltanto andare in giro freschi, profumati, con barba e capelli a posto, o vivere in una casa ordinata e pulita. Non basta, siamo più progrediti. Si deve vendere facendo leva sullo stordimento sparso che si arriva a proporre spruzzini di profumo da premere all’occorrenza sul cesso, perché soprattutto i bambini siano meno disturbati dall’odore della propria cacca; è una forma di evoluzione anche questa. I supermercati vestiti d’ipocrisia ambientalista ci usano come sistemi di riciclaggio al dettaglio dell’immane quantità di carta vuota che seminano per la città nelle cassette della posta, tutti zitti, impotenti, come se quella riciclata derivasse dall’acqua del mare, e così, con questa gentilezza, ci lusingano e ci fanno piacere. Il paese è allo sfascio con un sistema in cui la cultura è posta al margine dei nostri interessi e si diffonde la certezza che non valga studiare: l’idraulico guadagna più del ricercatore e la collaboratrice domestica, chiamiamola perbene, quanto l’insegnante che forma i bambini. Evviva il libero mercato, allora, l’abolizione dei minimi tariffari, la concorrenza scriteriata che ormai conta solo il prezzo. E gli italiani diventano sempre più poveri, sottomessi, tranne dieci di cui nove sono disonesti, l’altro è un politico o un banchiere, nel mentre i calciatori scioperano che se lo facessero a me non andrei più allo stadio per un decennio, per orgoglio, per offesa, coglierei la fortuita occasione per cambiare passione per sempre. Contano i soldi, le relazioni, l’astuzia e la palla nel buco, e siamo sull’orlo del precipizio per i divari che si accentuano sempre più che non sappiamo come cadremo, senza che neppure all’orizzonte ci sia di giustizia e cambiamento sostanziale alcun chiarore, perché forse, chi comanda, non lo vuole.