L’odinokmousepad con kmouse over

Cari amici,
in una domenica di smondanata leggerezza e sotto influenze paragnostiche che in confronto Mago Anubi è un ragazzo, mi sono liberato di una sofferenza gettando giù dal bordo del cestino l’incompatibile compagna del mio nickname, con quel suo triste Giulio tatuato in fronte, creando. E’ morta sul colpo, l’orrida lady Avatar Foglietti. Perché in fondo anche io sarò spietato, ma sono sempre stato dell’idea che in questo genere di coppia debbano sussistere corrispondenze biunivoche, poi, non la sopportavo più.
E Odino?
Odino non esiste.
C’è Giulio sui bordi dei cestini mentre la vita lo guarda in una dimensione inconcepibile per avatars e nicknames, e Odinokmouse. Vorrei non ci fosse altro già che non amo le contrazioni dei nomi, eppure, da oggi, dovremmo ammettere l’esistenza di Odino se vediamo un’esposizione del Kmouse nella misera ampiezza dinamica dei nostri schermi, ma immerso e calcolato nella luce di una cattedrale gotica di ampiezza dinamica troppo vasta per qualsivoglia human interface device, informo dall’alto io, Giulio. D’altronde se allo stesso modo è rappresentato anche l’Odinokmousepad, da intendersi evidentemente Odinokmouse’s pad, bisogna esista anche Odinokmouse tutto intero, quale entità compiuta, indivisibile e dunque in contraddizione con l’evidente esistenza del Kmouse. Qualcosa non torna: quante sono le entità sacre in divina relazione tra loro?
Mistero della fede.
Non amo le contrazioni dei nomi, dicevo, ma pago il prezzo di un nickname lungo e che si presta a storpiature indotte; ieri una cara amica mi ha chiamato Odinoknaus e ora, per amor di simmetria, sento il bisogno che qualcuno usi la k come specchio per chiamarmi una volta sola Oginokmouse.

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Soluzioni hardware

Scrivo con il mio nuovo laptop TOSHIBA Satellite i5 dual core da 2.3 milioni di battiti al secondo) per confessarti che il mio goffo tentativo di salvare il vecchio computer, è faticosamente fallito. Ma anche allegramente. Ho desistito in seguito a una conversazione telefonica salvifica con l’ennesimo venditore di avanzi di magazzino di hardware obsoleto, rinvenuto anch’egli come gli altri su Ebay, che pur mostrandosi disponibile a recapitarmi il materiale per l’ultimo tentativo, mi ha illuminato aprendomi il suo mono core: “Glielo chiedo contro i miei interessi: ma lei, lo fa per soddisfazione?” Un po’ l’avrei ammazzato, amandolo per la zavorra di cui mi liberava.
Esagerando un po’, avevo accumulato in un angolo della mia monostanza una discreta catasta di schede elettroniche primitive, e appena arrivava per corriere un pezzo di ricambio che ogni volta ero pressoché certo fosse quello giusto, il componente da sostituire a quello guasto, mi armavo di cacciavite a stella, sventravo e riventravo ogni periferica, in un altalenarsi di frenetico ottimismo e sconforto frenante. Un discorso, a dirsi.
Sono un po’ mancato dal tuo blog e mi siete mancati; ho preso un incarico che mi ha colto alla sprovvista di mezzi hardware e software, come avevo raccontato, e sono venuti temporaneamente meno il tempo e l’entusiasmo, perché si scrive per piacere quando è possibile. Per il mio cliente è stato come se il dentista lo facesse accomodare nella sala d’attesa senza dirgli che il giorno prima il suo studio nella stanza accanto si era incendiato, e dopo aver aperto tutte le finestre per non fargli sentir troppo la puzza di bruciato, si attaccasse al telefono a cercare un collega limitrofo disposto a prestargli tempestivamente un baldacchino con poltrona e trapani per curargli il dente, e mentre il paziente aspetta frettoloso, il medico, tra una telefonata e l’altra, tentasse di riparare i suoi strumenti nello sgabuzzino.
E’ morto così, un coccolone improvviso, sebbene negli ultimi giorni della sua vita tardasse a svegliarsi.
Ti dirò di più: non faccio il dentista da parecchi anni, bensì l’ortopeduncolo, e prendere dimestichezza con le novità del settore, nonché recuperare manualità operativa, ha comportato un’ulteriore perdita di tempo, tra forum, articoli di aggiornamento in inglese e download di software al alto rischio virale, perché la pregiata Committenza non riconosce, nel compenso, il suo valore. Sono state due settimane di mancanze, inefficienze, indisponibilità, asincronie, concomitanze di grane che hanno spinto la Luna, a momenti, nei pressi dello scorpione. Ho lavorato sabati e domeniche, spesso fino a tarda notte per recuperare il tempo occorso, tra le altre cose, a scegliere il nuovo computer per cui mi sono dovuto un minimo documentare, già che avevo perso completamente i contatti con l’hardware; poi ho dovuto configurare prima quello in prestito, e quello definitivo, poi. Mica ho il CED, io?

Problemi hardware

Sono sotto assedio dai guasti ed è guerra senza esclusione di colpi alla mia fortezza di tenacia inespugnabile. La settimana scorsa una cannonata ha fatto a brandelli una torre che la rottura dell’ennesimo hard disk dei primi di settembre, mi era parsa un piombino di carabina ad aria compressa, sparato sulla parete del mio maniero in muratura ciclopica, ad opus incertum.
Il mio pc non si avviava più, Samuela, ma dopo alcuni minuti di rintronato sconforto, ho tolto i palmi delle mani dalle orecchie che tappavano e aperti gli occhi, ho ripreso le redini della battaglia!
Motherboard o alimentatore?
“Alimentatore.” mi son detto, dopo accurata analisi dei sintomi e referto incerto alla mano, precipitandomi su ebay a rinvenirne un obsoleto quanto raro e improbabile sostituto, per via di un anomalo connettore alla piastra a 6 pin maledettamente assente in tutti i modelli esistenti nel globo, ma ho scoperto ieri l’altro, così ti anticipo il secondo devastante colpo di artiglieria pesante che ha ridotto a un cumulo di sassi un barbacane, erroneamente.
Ho trascorso due ore in una landa fiorita di capannoni commerciali tra appezzamenti di terra in attesa d’imminenti fioriture cementizie, in preda a uno sconforto generalizzato di cui tutt’oggi accuso i residui, aspettando che il corriere dell’SDA numero 45 tornasse dal suo giro di consegne: lo avevo tragicamente mancato facendomi trovare fatalmente assente nell’attimo della consegna del pulsante organo da sostituire.
Mi sono fiondato a casa per sostituirlo benedicendo il generoso donatore mentre lambivo Campi Bisenzio con il prezioso pacchetto da 4 euro attaccato al gancio dello scooter, con dentro, immerso nel liquido della speranza, l’alimentatore.
O non mi suona il telefono in pieno intervento di trapianto, a computer sventrato, con polverosi fasci di nervi rossi, neri, gialli e arancio appena riconnessi agli organi vitali, nel momento stesso in cui mi accorgo, premendo trepidante il tasto di accensione e poi gelando, che la diagnosi era sbagliata?
“Giulio, sono Alberto. Come stai?”
“Alberto, bene grazie, è un piacere sentirti!” mentre il nuovo alimentatore dava energia alla macchina che comunque non partiva.
“C’è da fare un concorso, ci dai una mano con i rendering?”
“Ma certo! Per quando?” le ventole giravano, le luci erano tutte accese, ma niente segnale video.
“Per ieri! Come sempre.”
Mi è crollata interamente la muraglia sul fronte del nemico della tenacia, come se questi avesse inventato un’arma segreta per liquefare il terreno sotto le sue fondamenta, bagnandolo e vibrandolo.
“Ma certo Alberto! Sono già operativo.” mentre pensavo un po’ disabile nell’udito:
“Ecco, era la motherboard.”
Ti scrivo con un pc che mi hanno prestato interamente da configurare e poco adatto al compito da svolgere: mancava tutto.
Oggi ho ordinato la nuova piastra madre che aspetto per metà settimana prossima; vedrò di farmi trovare a casa onde non tornare dove mi sono perso, e ti farò sapere l’esito del secondo intervento; vent’anni senza un CED e in effetti, un po’ si diventa draghi, del pc.

Segue….

Scarroccio del blog

Mi rammarico nel riscontrare di essere ancor io, quando al timone, per le troppe straorze da incanto sui riflessi abbacinanti del tuo pensiero, l’artefice dello scarroccio progressivo del tuo blog verso una spiaggia catramata dove privi di rigore si sballa usciti allo scoperto dal Festival dell’Approssimazione e dell’Errore, a pochi passi nell’entroterra: senza “appigli”, Samuela, perché se non mi “appiglio”, non mi tengo a nulla e verticali le mie reazioni saranno; dietro l’alluce il centro di massa di qualsivoglia equilibrista basta stia, onde sporgendosi non ribalti. E il discorso per aria mi casca. Viro, scusandomi.

(Errata Corrige del post Lesioni Landini in cui affermo:  “non senza pensare al nuovo baricentro, ovviamente, alle reazioni di taglio ai piedi”)

Sindrome di Honolulu

Davanti al foglio bianco, con la barra del cursore lampeggiante che poi già segue come adesso ogni parola squillandoti di digitare la seguente, ci passo sempre un po’ di tempo e credo sia normale.

Mi fermo a chiedermi se ho scelto bene la punteggiatura, che è un mio cruccio, e se per questa si possano prendere decisioni; la uso come voglio che si legga e cerco di capire se sia giusto, con le virgole, fare un po’ come ci pare. Non ho basi solide di teoria su cui appoggiarmi ma voglio spericolatamente sporgermi per te dal balcone della franchezza, nel dirti scuro in un controluce raggiante, ridicolo ma temerario, che non ricordo l’analisi logica, del periodo, nonché quella grammaticale. Ormale sì, dispongo solo di abbozzati rudimenti e spero non si evinca che la lingua che conosco, non coincide esattamente con l’Italiano. Sarebbe orribilmente imbarazzante Samuela, ma non ci restano che dita da incrociare.

Scherzi a parte, ho idea che a parlare di me dovrò un po’ abituarmi se dici possa portare soddisfazioni; dipenderà molto da come siamo e sappiamo raccontarci; non amo l’ipocrisia che si svela nella falsa modestia; quando scrivo mi sento protetto da una fortezza, sicuro di sé o presuntuoso, nuoto o affogo in una sottile differenza e lo faccio contando sia vero, in forza dell’impegno impetuoso profuso e in qualche fortuito caso almeno, che ciò che crediamo di essere siamo.

Che poi, dici, lo stile; mentre su un’opera architettonica dovrei disporre di un minimo di codice per definire il gusto, nella scrittura potrei dare l’immagine di un Homo Habilis che a cavalcioni su un tronco se ne va alle Hawaii per mare; a questo proposito condivido con Bluewind il merito di aver definito Sindrome di Honolulu, le sensazioni provate dall’ominide in viaggio, che non vede terra all’orizzonte fino a destinazione, sappilo.

In questi giorni ho letto tanti blog che parevano le navi di Colombo, per questo forse ti sono un po’ mancato, ma ci tengo a dirti che non ero in giro a bighellonare, importunare, abbordare, a fare la bambina, il ragazzo o il muramore, come potresti erroneamente pensare. Oltre a svolgere attività culturale, come ti dicevo, e riflettere sulle virgole, ho cercato un po’ di relazionare con qualcuno dei miei autori preferiti. Grazie di cuore per ospitarmi sotto le parole più belle.

Parlare di se è una cosa delicata, ma non saprei se occorra coraggio; certo il pericolo di apparire eccentrici, difetto che generalmente fa sorridere o indispone, o ancor peggio risultare noiosi e lenti, deve restare nascosto dietro i cespugli di parole intorno alla radura del racconto, non ci deve assalire; emergono pregi e difetti comunque tra le foglie, che insistono in misura diversa in tutte le persone. Vorrà dire che sarò questo.

Cani da guerra

Ah, beh, Bluewind, quanto a bestie anche io sto abbastanza bene; dispongo di ben due cani da guerra: un carlino da assalto diurno, goffo ma potente, e un agile yorky da imboscata notturna.

Ma quando sono in pace sono meravigliosi! Ti dirò che in uno di quei momenti difficili, in cui ti guardi intorno soffermandoti a ragionare sulle risorse vitali che ti circondano, attive e latenti, avevo pensato di proporre il carlino alla Pixar, e magari riuscire in quel modo a vivere di rendita vendendo sessioni di motion capture per il prossimo quinquennio, “…poi si starà a vedere.” Mia moglie ed io, dopo un’istintiva reazione di entusiasmo smisurato all’idea, ci siamo convinti reciprocamente e a malincuore che sarebbe stata una prospettiva improbabile, e che anche una volta giunti alla meta, con il placido canozzo rivestito di sensori per muovere le rughe di un pupazzo di una qualche storia per bambini, sarebbe comunque stata una fonte di sostentamento non affidabile.

 

Giulia parla e canta

Ora che il blog sembra concluso e ho messo a letto la bambina, ti dico qualcos’altro di me in termini diversi, marinando una lezione d’Inglese.

Risolvere le questioni critiche che sono di attualità in questo momento, le difficoltà economiche, politiche e sociali, sarebbe possibile facendo un piccolo passo ciascuno e così tutti un salto in lungo, perché le grandi trasformazioni si compiono quando sono mosse dalla coscienza e dall’intelligenza di tutti; guardarsi allo specchio più fiduciosi in noi stessi e al tempo stesso severi nel giudicarsi, occorre, come decidere di non dare sempre la precedenza alla solita faccia che vediamo riflessa, nelle nostre scelte, perché le cose possano davvero cambiare. Per andare avanti è necessario vederci per quello che siamo a qualsiasi livello, abbracciare la verità anche se amara, riconoscersi almeno in parte in quell’immagine per riuscire a superarsi, ed è questo il senso che il tuo blog per me esprime, dove racconti realtà estreme con carattere ed estro. E’ l’unica strada per far fronte ai problemi veramente grandi che abbiamo, erodendone la radice.

Non c’è da essere tanto ottimisti già che le cose non vanno affatto bene; se siamo a dirci quello che pensiamo: non abbiamo futuro. E’ scientifico. E’ stato detto e ridetto e l’Italia continua ad essere il fanale di coronamento del continente in materia di difesa dell’ambiente, leggevo attonito qualche mesetto fa. Questa doveva essere una priorità assoluta in quanto relativa alla nostra stessa esistenza, e temo che di qui a meno di quanto comunemente si pensi, qualcosa di rotondo e molto grande stia per portarci un conto infinito, che si direbbe non riguardarci sebbene in florida già ballino sempre più spesso e non volentieri a suon di tornado.

Intanto, nonostante la targhetta con la scritta a pennarello NO PUBBLICITA’ che ormai ho lasciato sbiadirsi per la sua dimostrata inefficacia, continuo ogni sera a trovare la cassetta delle lettere intasata di roba che non mi interessa e che sistematicamente trasferisco nel cestino della raccolta della carta, perlopiù stampata e distribuita dai supermarcati; solo per farti il primo esempio che mi viene in mente. Riciclo io, per me non è un problema, casomai una seccatura; ma mentre lo faccio penso proprio che non abbiamo capito nulla, che siamo messi male, che la nostra reazione sia davvero troppo lenta.

Non sono un fisico ma sono abituato a farmi un’idea delle quantità in gioco in certi fenomeni, e non mi pare sia ancora il caso di fare le corna, incrociar le dita o toccar ferro, continuando a prenderci tempi che non ci sono, limitandoci a somministrare al malato di cancro qualche brodino caldo e un’aspirina; la terra incassa pressoché inerte tutti i nostri sbagli, i nostri consumi superflui, i nostri ritardi, siamo in dietro, incerti; la sua trasformazione incompatibile con la nostra esistenza, sarà improvvisa e il meccanismo termodinamico è già innescato; se vuoi saperla proprio tutta, mi chiedo se sia reversibile, se faremo in tempo a non oltrepassare la soglia, se non stiamo traccheggiando troppo mentre il disco di ghiaccio si scioglie e diventa di anno in anno più piccolo, riflettendo meno la luce del sole che investe al suo posto una superficie di mare più ampia che si scalda per assorbimento sempre più rapidamente, così che la velocità di scioglimento del ghiaccio incrementa ulteriormente e in un continuo amplificarsi dell’effetto, prende un’inerzia inarrestabile come un’automobile sbandata in curva rotolante giù per un dirupo, con dentro i nostri figli intenti a tirare il freno a mano ringraziandoci sentitamente. E’ proprio un bel regalo.

Ma come spesso succede i guai seri arrivano tutti insieme e allora vedrai che fronteggiare adeguatamente il problema del clima in piena crisi economica, disbrogliare la matassa con i paesi in via di sviluppo che fino a ieri si sono sostenuti con le pecore e l’insalata e che ora dicono a ragion veduta che vorrebbero arricchirsi anche loro a basso costo, sporcando la loro parte di pianeta, Samuela, non sarà uno scherzo.

Non vorrei tu fossi tra quelli che mi direbbero catastrofico, perché è la realtà ad esserlo su molti fronti; bisogna guardare il vero per guarire ed è per questo che se dovessi mai scrivere qualcosa, vorrei affrontare l’argomento di cui si parla tanto ma non abbastanza, evidentemente, e partecipare come posso alla costruzione di una speranza concreta di venirne fuori, accelerando. Ci vuole un anima da matti, diresti tu, e molto impegno nel sensibilizzare sui problemi che non stiamo affrontando con il necessario impeto; deve essere difficile trovare il giusto equilibrio tra le tante priorità, e vedere Obama che lo perde sul filo dell’equazione irrazionale ambiente-economia, non è incoraggiante.

Queste cose si sanno, naturalmente, ma ho l’impressione che non gli diamo il peso che meritano e per questo approfitto del tuo spazio in calce ad un post concluso, per ricordarle; le sentiamo lontane e astratte e così ciascuno di noi nel proprio ruolo, preso dalle altre emergenze, finisce per non pensarci, per sentirlo un problema lontano e astratto.

Poi ci sono anche cose belle che emergono; vedo crescere intorno a La Repubblica un modo pulito e fresco di ragionare, condividere e ovviamente informare, dove si parla come mi piace ed assisto trepidante e sorridente anch’io, al tramonto definitivo di Berlusconi.

Vorrei che fossimo intenti a girare un’altra pagina molto importante, la presa di coscienza degli uomini della necessità di sostenere una maggioranza di donne al potere, allorché occorre scardinare certe abitudini mentali sedimentate, creare le condizioni favorevoli perché questa trasformazione possa avvenire concretamente in una società dove non sia la donna a farsi carico delle diseconomie generali che comporta una gravidanza, ma siano la specie umana e gli uomini a farlo, questi galantemente, in primis. Non è proprio così che vanno le cose in questo momento, anche se certo è stato fatto molto; per le donne la strada è più irta, si sa, e questo è un danno per tutti e ciò che mi sorprende di più è che siano spesso loro stesse a non crearsi spazi reciprocamente, diventando facilmente nel lavoro antagoniste e snaturate concorrenti, anche a dispetto della loro stessa “Senti Giulia, ma non ti sembra di essere andata esageratamente fuori tema?” Ecco! Con una domanda così mi si sveglia la bambina! Fine del discorso di ampio respiro, tanti saluti e un sorriso.

“Ma sì! Certo. Sai, tutti mi tollerano, poi c’è questa brezza calma e un rollio leggero che va tutto bene.”

“Però te ne accorgi, c’è questa consapevolezza in te.”

“Assolutamente.”

“E cosa fai?”

“Io?

Nulla.

Ondeggio.

Sono alla deriva in questo blog. Ogni tanto dico qualcosa.

Sì, faccio un discorso a caso, poi vado via, ritorno, guardo in giro per i blogs con la pagaia, come fossero barche alla fonda in una rada; è andata così, Gino.”

“Ma stai bene? Perché tutto il tempo con quel dondolio…non ti viene il mal di mare?”

“No no, anzi, mi rilassa, sarà che ci sono abituata.

E’ una situazione, ecco. Io vivo di presente; non ho una provenienza e una destinazione. Ondeggio. Lo vedi no? Sono qui. L’unica cosa è che il canotto fa un po’ d’acqua, e questo alla lunga mi da molto fastidio. Ma sono serena.”

“Eeeeh, in effetti, stare nella guazza è brutto soprattutto di sera, ma se sei serena……”

“Sì, sono serena.”

“Questo è molto importante, Giulia.”

“E’ quasi tutto, Gino, credimi.”

“Ti credo, anzi, guarda, io direi che….è tutto. Allora l’intervista è finita.”

“Sì, per forza.”

“Che dirti cara? Grazie tante.”

“Ma non c’è di che, piuttosto grazie a te Gino.”

Vuole darci la buona notte con una canzone, prima di tornare a letto, Giulia. (lei canta!)