Rapporto segnale/disturbo

Intorno a me l’aria oscilla perché è trascinata in un vortice dalla ventola del computer e per l’udito è un soffio. I cani sono solo un ronzio sulla soglia dell’udibile. Approssimandolo chiamo il leggero rumore di fondo di cui soffre la traccia audio della mia vita, silenzio. Su una tavola di silenzio si alternano isole acustiche emergenti dal piano dell’inudibile di schizzi d’acqua spinti da gomme in corsa che ricadono sulla strada. Il passare delle auto fuori produce un suono di un’intensità che ricorda una gaussiana, tra il venire e l’andare, che cerco di percepirne l’effetto Doppler, anche se, forse, non sono abbastanza intonato. Ogni tanto il carlino fa qualche ronfo un po’ più ingombrante. Per lo yorky aprire una finestra con vista sul nostro territorio e stendere i panni è un’invasione, allorché chiasseggia, ma i miei vicini a tratti un po’ caciari stroncati dalle ferie dormono a persiane chiuse. Sono qui. Ogni decollo stringe nodi a corde di aria compressa e la tempesta di suono in tre secondi è ai vetri attraversati abbattendosi e arriva, come di un temporale distante, un lungo tuono. Se il vento viene da est.
Voglio scuotere l’aria e allagare il disturbo di fondo con il segnale di una cascata di note che con rigore metrico sgorghi nel tempo come sappiamo fare, più prossima a un improbabile Dio vero di qualsiasi altra credenza e superstizione ominidi, e riprodurre nel nostro territorio le stesse vibrazioni di un concerto a tre coni di cartone inglese ondulanti insieme a un magnete elettrostimolato Mordaunt Short. Estendo il volume della sfera di archi strusciati alle corde, udibili e distinguibili, verso il fuori. Non sono dove il suono è l’energia residua di una macchina che scoppia l’aria in una canna per dare a una piccola massa la velocità del tuono e la follia cinetica per trapassare un corpo, sul piano dell’ineludibile inudibile. Il concerto è passato nell’aria qualche minuto fa e filtra la telecronaca di una partita da una vetrata accostata e ribolle flebile d’inudibili accenti che non distinguo, mentre la nuvola interposta tra qui e il sole si scosta e le pareti da un lato s’imbevono d’arancio tinteggiato colando da un pozzo di luce che una volta al vetro è sbronzo, dall’altro la luce entra diretta e fredda come i colori che anticipa e le pareti si accendono da un’estremità all’altra di un gradiente che va dall’arancio al ghiaccio.
Se arresto il sistema e chiudo gli occhi non restano cime di suono a tenermi ormeggiato al presente e tra un decollo e l’altro precipito in camere del passato. E mi sveglio. Con gli occhi chiusi nei letti alla deriva in una storia ascoltandone il fruscio. Come fosse ora. Ci sto il tempo di un tuffo nel gelo e riemergo a cercare tracce di terra dove addentrarsi è ancora pericolosamente possibile. Che il presente sia spiaggia o scogliera. I fiumi in fondo agli orridi affollati di assenza che crettano inabitati altipiani e sorgono alla stessa quota della foce che alla sorgente immette, si possono ancora spericolatamente risalire. Se si distinguono e si suonano gli eroi, forse. Anche se è scogliera.

DM 14012008 C8 Costruzioni esistenti

Le ho visitate e analizzate somministrando loro costose medicine, vediamo allora se riesco a trasmettere un po’ del mio modo di vedere le nostre case osservando la loro vulnerabilità sismica, con la premessa scontata che qualsiasi generalizzazione, tanto più se sintetica, non può che includere eccezioni e un significativo margine di approssimazione. Le costruzioni sono dotate di un proprio sistema immunitario (sistema sismoresistente), spesso caratterizzato da difetti congeniti più o meno gravi: possono soffrire di osteoporosi e/o di problemi alle articolazioni (rotule che escono dalla loro sede). Ad una diagnosi giunge solo il medico attraverso l’acquisizione di un ben definito e complesso Livello di Conoscenza del paziente, in base al quale svolge opportune indagini diagnostiche che perlopiù consistono in un’analisi sismica. Sismica, appunto, perché le costruzioni collassano quando viene il terremoto; nell’ambito delle nostre tradizionali tipologie, non possono esserci altri motivi degni di essere menzionati se conseguono all’imbecillità, poiché, bene o male, crettate o senza sintomi di sofferenza, le strutture trovano quasi sempre verso di sostenere il loro peso e quello dei loro abitanti, arredi compresi. Esula dal discorso, dunque, la montagna di macerie che deriva dalla geniale rimozione di un pilastro ingombrante, o dal taglio dei ferri di armatura per passare i canali del condizionatore, come sono un diverso soggetto altre cause di negligenza e delinquenza portate all’estremo.
L’analisi sismica, giusto per farsi un’idea di uno dei metodi adottati, sia che si tratti di una nuova costruzione o della necessità di intervenire in un fabbricato esistente, consiste nel creare un modello strutturale digitale della costruzione, che contenga tutte le informazioni geometriche e meccaniche degli elementi che la compongono, simulando gli effetti dell’evento sismico attraverso l’applicazione di forze laterali rappresentative di quelle che le masse ai vari impalcati generano sotto l’effetto dell’accelerazione d’inerzia; durante la simulazione, tali forze vengono incrementate registrando il conseguente spostamento orizzontale dell’edificio fin quando il modello non collassa (analisi Pushover in mezza parola). Si confrontano l’accelerazione che ha causato il collasso del modello digitale con quella richiesta dalla normativa, cioè attesa in quel determinato luogo, e se il rapporto Capacita/Domanda è positivo, si dice che il fabbricato è “adeguato”**. E’ evidente che la stragrande maggioranza degli edifici realizzati prima dell’entrata in vigore delle norme antisismiche, raggiunga lo Stato Limite Ultimo di Salvaguardia della Vita* per terremoti d’intensità inferiore a quelli che hanno una determinata probabilità di verificarsi in un dato periodo di tempo, senza essere opportunamente rinforzati. Mi spiego con un esempio reale: è pari al 5% la probabilità che si verifichi un sisma con un periodo di ritorno di 975 anni, che sia d’intensità superiore alla domanda di resistenza, cioè quella che sollecita le strutture di recente progettazione o le vecchie in adeguamento al limite del collasso, le altre, quelle che non soddisfano la domanda, quello Stato Limite Ultimo, sono tutte ammassi di macerie. Dunque, la sicurezza delle nostre costruzioni, essendo questa sempre relativa, è affidata a complessi criteri probabilistici. Eventuali colleghi di passaggio mi perdoneranno alcune semplificazioni estreme, utili a rendermi più comprensibile agli altri.
Così le norme chiedono che ogni volta si proceda ad una ristrutturazione edilizia di una certa consistenza, si debba contestualmente provvedere a rinforzare l’edificio per migliorarne le capacità sismoresistenti; ci si accontenta del “miglioramento” del rapporto Capacità/Domanda tra lo stato precedente all’intervento e quello scaturito dai rinforzi in progetto, in quanto trasformare una struttura esistente perché sia capace di resistere al sisma atteso raramente è attuabile nell’ambito di un’economia sostenibile, se non altro perché la maggioranza dei fabbricati è composta da più unità immobiliari che rendono di fatto impossibile intervenire sulla struttura nella sua interezza come è necessario e, di conseguenza, solo in specifiche circostanze è richiesto l’adeguamento (soprelevazione, incremento dei carichi, aumento di volumetria, trasformazione in un organismo diverso). Un “miglioramento” da contrapporsi a decenni di peggioramenti per ignoranza, in cui le murature portanti degli edifici sono state scavate per inserire canne fumarie al loro interno, per aprire nicchie, porte e finestre, impoverendone gravemente la capacità di resistere al sisma.
Se i fabbricati di recente progettazione e costruzione, realizzati a norma e regola d’arte con criteri antisismici in zone classificate come sismiche, sono dotati di un notevole grado di sicurezza, il problema degli edifici esistenti un po’ datati è immane. Ma quanto recenti?
E’ la Legge 64 del 02/02/1974 che da inizio all’era dell’antisismica in Italia; promuove lo studio e l’emanazione di nuove norme tecniche, nonché inquadra i criteri per la classificazione sismica del territorio. Nei decenni a venire, di terremoto in terremoto che gli scandiscono, il paese si arricchisce di conoscenze e di strumenti normativi che impongono agli operatori del settore l’applicazione di metodi di progettazione ed esecuzione delle opere di nuova edificazione e degli interventi sugli edifici esistenti nelle zone classificate a rischio sismico; consapevole di essere già estremamente noioso ma forse interessante, non mi dilungo nell’enunciare i passi di questo percorso, che hanno caratterizzato il modo di costruire fino all’Ordinanza 3274 del 2003; il grande salto dell’Italia verso l’Europa dovuto, anche questo, all’ennesima tragedia: il crollo della scuola di San Giuliano di Puglia. Quello strumento normativo, se pur a carattere transitorio e da applicarsi obbligatoriamente soltanto per la progettazione degli edifici strategici (scuole, ospedali…), non lasciava più spazio in futuro al metodo di calcolo obsoleto ed approssimativo su cui molti professionisti si erano adagiati. Una rivoluzione del modo di progettare; il timer era partito; di lì a poco non ci sarebbero state più alternative al metodo Semiprobabilistico agli Stati Limite. Si chiudeva l’era di quello alle Tensioni Ammissibili che sarebbe presto passato alla storia per fare posto a un criterio più moderno, notevolmente più complesso e affidabile, universale perché ormai in vigore in quasi tutti i paesi, nonché strutturato per essere gestito solo dall’elaboratore elettronico. Anche in questo ambito, siamo arrivati quasi ultimi. Nel 2006 si perviene all’attuale classificazione sismica che suddivide il territorio nazionale in quattro zone a diversa pericolosità: zona 1 alta – zona 2 media – zona 3 bassa – zona 4 molto bassa. Ma l’entra in vigore a pieno regime delle normative derivate dall’Ordinanza 3274 del 2003, sfociate nel D.M. 14/01/2008 che regola l’odierno costruire ponendosi all’avanguardia tra le norme europee, tarda. Serve un altro terremoto, ancora macerie e sangue, e la reazione stavolta è stata, forse, impulsiva: dopo cinque anni di covigenza delle vecchie e delle nuove norme in corso di evoluzione, nonché decenni di ritardo rispetto agli standard degli altri paesi, si deve reagire al sisma dell’Aquila anticipando di un anno l’entra in vigore del nuovo strumento normativo, ormai maturo, senza considerare che molti professionisti e sviluppatori di software contavano di disporre di quel tempo sottratto all’ottimizzazione e al collaudo degli strumenti di calcolo. Dunque, venendo alla domanda, la normativa antisismica precedente all’OPCM 3274 del 2003 era in vigore dagli anni ottanta e gli edifici realizzati in zone allora riconosciute a rischio sismico, con coscienza e responsabilità, ottemperanti a quelle norme per quanto fossero lacunose, rudimentali e meno cautelative, erano comunque progettati con criteri antisismici basati sulla resistenza delle strutture in campo elastico, senza attingere delle risorse dissipative in campo plastico.
Tre sono le componenti culturali che contribuiscono a formare i caratteri qualitativi dell’edilizia: normativa, progettuale ed esecutiva. A guardare le immagini delle macerie si direbbe abbiano fatto più danni la cialtroneria e la cultura del risparmio, l’avidità, la trascuratezza e la leggerezza, dei gravi difetti oggettivi delle vecchie prescrizioni che non imponevano di realizzare, per esempio, i pilastri più resistenti delle travi. I falsi prelievi di calcestruzzo – tanto il terremoto viene sempre altrove e nessuno se ne accorge – la Direzione dei Lavori poco presente perché presa sotto costo, e la carenza di responsabilità e sensibilità, credo abbiano partecipato di più ai collassi sotto sisma, delle carenze culturali in materia di antisismica espresse dalle norme di allora. Negligenze che possono aver reso vulnerabili alcuni edifici multipiano in cemento armato realizzati nei decenni scorsi anche in zona sismica, sebbene la tipologia a telaio, quando ben progettato e realizzato anche alla vecchia maniera, offra buone prestazioni ed abbia, comunque, un discreto comportamento dinamico. Andando in dietro fino al trentennio del dopoguerra, le carenze conoscitive e normative si fanno pesanti rendendo impressionanti certi palazzoni di sette piani, realizzati contestualmente alla formazione delle periferie urbane dove il terremoto non deve venire mai, con i pilastri che sembrano all’occhio odierno un po’ snelli e che mancano spesso dei tamponamenti al piano terra. E sono molto difficili da adeguare a costi accessibili.
Pressoché tutta l’edilizia popolare in muratura ordinaria di mattoni o pietrame, che costituisce la tipologia più povera, è in misura diversa vulnerabile, ancor più dalle strutture a telaio in cemento armato che sono almeno dotate di armature ad assorbire le spinte e che per crollare, devono essere progettate o fatte proprio male. Inquietanti sono certi palazzi in muratura a 4 o 6 piani costituiti da pesanti solai laterocementizi sostenuti in mezzeria da esili pareti interne di mattoni pieni ad una testa, evidentemente troppo snelle e prive di vincolo in sommità che ne impedisca la rotazione fuori dal piano. Spesso non sono dotati di cordoli a legare le pareti ai solai e solitamente la copertura è appoggiata alle murature portanti a mezzo di elementi lignei incastrati a forza alla meno meglio o appena chiodati. Possono essere edifici isolati o a schiera a costituire il tessuto urbano d’inizio secolo delle nostre città, perlopiù nei pressi di aree di espansione industriale. Anche questi il terremoto lo subiscono e sono particolarmente difficili da adeguare in quanto abitati da famiglie che non dispongono delle risorse necessarie, e che durante i lavori dovrebbero traslocare e trasferirsi in alloggi temporanei.
Tanti sono i fattori che determinano la vulnerabilità sismica di un edificio che le norme attuali tengono in conto. Il tipo di suolo su cui si imposta che se elastico amplifica le onde sismiche rendendo più intenso il sisma su terreni di sedimentazione piuttosto che negli affioramenti rocciosi. Le prestazioni meccaniche dei materiali di cui è costituito il fabbricato hanno un ruolo evidentemente importante, ma raramente sono la causa principale dei collassi che avvengono più per perdita di stabilità, quando le travi dei solai si sfilano dalle pareti e cessano di legarle a ogni piano alla struttura, lasciandole la libertà di flettersi lungo tutta la loro altezza; per questo i cordoli di perimetrazione dei solai possono fare la differenza e garantire un comportamento dinamico scatolare tenendo le pareti legate ai diaframmi dei solai. Vorrei vedere sulla mia testa travi di ferro del solaio a voltine di mattoni per coltello saldarsi all’ala superiore di un profilato d’acciaio a U che corre nello spigolo tra parete e soffitto, inghisato ogni 50 cm al muro. I soli cordoli possono migliorare significativamente molti edifici in muratura, ad un costo forse sostenibile, con un po’ di disagio e senza dover traslocare. Bisognerebbe fare in modo che tutti gli edifici ne fossero dotati; gli altri interventi di rinforzo sono più complessi e onerosi. Anche le asimmetrie del fabbricato sono un fattore che incide sulla valutazione della vulnerabilità; gli edifici regolari in pianta e in altezza hanno il baricentro delle masse vicino a quello delle rigidezze e non si generano sollecitazioni torcenti che devastano la struttura; dunque, a parità di sistema costruttivo, i fabbricati in muratura regolari e simmetrici sono meno vulnerabili di quelli più articolati ed eterogenei. Un’altra grave carenza strutturale è dovuta alla cattiva qualità delle murature e alle malte invecchiate, alla mancanza di diatoni di collegamento trasversale del tessuto e di collegamento alle murature ortogonali; la regolarità geometrica del concio è molto importante perché la pressione sulla parete non porti all’espulsione del materiale esterno. Naturalmente, una parete costituita da ciottolame rotondo di fiume, e se ne vedono, dispone di risorse assai diverse da quelle di una muratura in pietra sbozzata e ben organizzata, in termini di risposta meccanica.
Oggi gli interventi mirano a legare con leggerezza, riducendo il più possibile le masse visto che nella formula F=M*a, il secondo termine lo decide lo scontro tra le zolle. Si riducono le masse dei solai e si legano lungo il perimetro a tenere le pareti riducendo la loro lunghezza libera d’inflessione a quella d’interpiano, ma intervenire sulle prestazioni meccaniche dei maschi murari è economicamente impegnativo se necessario su vasta scala, e spesso la qualità delle murature segue le regole dell’economia risultando povera nelle costruzioni povere, nell’edilizia popolare, ovviamente.
Caro popolo, abbiamo anche questo problema.
Intanto non è male sapere che “è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 56 del 7 marzo 2012 l’ordinanza n. 4007, che disciplina i contributi per gli interventi di prevenzione del rischio sismico previsti dall’art.11 della legge 77 del 24 giugno 2009, relativamente ai fondi disponibili per l’annualità 2011….”

*Estratto da Wikipedia:
Stati Limite Ultimi (SLU): associati al valore estremo della capacità portante o ad altre forme di cedimento strutturale che possono mettere in pericolo la sicurezza delle persone. Alcuni esempi delle cause che possono condurre agli SLU sono: a) perdita di stabilità di parte o dell’insieme della struttura; b) rottura di sezioni critiche della struttura; c) trasformazione della struttura in un meccanismo; d) instabilità in seguito a deformazione eccessiva; e) deterioramento in seguito a fatica; f) deformazioni di fluage o fessurazioni, che producono un cambiamento di geometria tale da richiedere la sostituzione della struttura. Il superamento di uno stato limite ultimo ha carattere irreversibile e si definisce collasso. Nei confronti delle azioni sismiche gli stati limite ultimi si suddividono in (D.M. 14.01.2008):
 Stato limite di salvaguardia della vita (SLV): a seguito del terremoto, la costruzione subisce rotture e crolli dei componenti non strutturali ed impiantistici e significativi danni dei componenti strutturali cui si associa una perdita significativa di rigidezza nei confronti delle azioni orizzontali; la costruzione conserva invece una parte della resistenza e rigidezza per azioni verticali e un margine di sicurezza nei confronti del collasso per azioni sismiche orizzontali.
 Stato limite di prevenzione del collasso (SLC): a seguito del terremoto la costruzione subisce gravi danni e crolli dei componenti non strutturali ed impiantistici e danni molto gravi dei componenti strutturali; la costruzione conserva ancora un margine di sicurezza per azioni verticali ed un esiguo margine di sicurezza nei confronti del collasso per azioni orizzontali.

** DM 14/04/2008, Cap. 8 – Edifici esistenti, 8.4:
8.4 CLASSIFICAZIONE DEGLI INTERVENTI
Si individuano le seguenti categorie di intervento:
– interventi di adeguamento atti a conseguire i livelli di sicurezza previsti dalle presenti norme;
– interventi di miglioramento atti ad aumentare la sicurezza strutturale esistente, pur senza
necessariamente raggiungere i livelli richiesti dalle presenti norme;
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– riparazioni o interventi locali che interessino elementi isolati, e che comunque comportino un
miglioramento delle condizioni di sicurezza preesistenti.
Gli interventi di adeguamento e miglioramento devono essere sottoposti a collaudo statico.
Per i beni di interesse culturale in zone dichiarate a rischio sismico, ai sensi del comma 4 dell’art. 29
del D. lgs. 22 gennaio 2004, n. 42 “Codice dei beni culturali e del paesaggio”, è in ogni caso possibile
limitarsi ad interventi di miglioramento effettuando la relativa valutazione della sicurezza.
8.4.1 INTERVENTO DI ADEGUAMENTO
È fatto obbligo di procedere alla valutazione della sicurezza e, qualora necessario, all’adeguamento
della costruzione, a chiunque intenda:
a) sopraelevare la costruzione;
b) ampliare la costruzione mediante opere strutturalmente connesse alla costruzione;
c) apportare variazioni di classe e/o di destinazione d’uso che comportino incrementi dei carichi
globali in fondazione superiori al 10%; resta comunque fermo l’obbligo di procedere alla
verifica locale delle singole parti e/o elementi della struttura, anche se interessano porzioni
limitate della costruzione;
d) effettuare interventi strutturali volti a trasformare la costruzione mediante un insieme
sistematico di opere che portino ad un organismo edilizio diverso dal precedente.
In ogni caso, il progetto dovrà essere riferito all’intera costruzione e dovrà riportare le verifiche
dell’intera struttura post-intervento, secondo le indicazioni del presente capitolo.
Una variazione dell’altezza dell’edificio, per la realizzazione di cordoli sommitali, sempre che resti
immutato il numero di piani, non è considerata sopraelevazione o ampliamento, ai sensi dei punti a) e
b). In tal caso non è necessario procedere all’adeguamento, salvo che non ricorrano le condizioni di cui
ai precedenti punti c) o d).
8.4.2 INTERVENTO DI MIGLIORAMENTO
Rientrano negli interventi di miglioramento tutti gli interventi che siano comunque finalizzati ad
accrescere la capacità di resistenza delle strutture esistenti alle azioni considerate.
È possibile eseguire interventi di miglioramento nei casi in cui non ricorrano le condizioni specificate
al paragrafo 8.4.1.
Il progetto e la valutazione della sicurezza dovranno essere estesi a tutte le parti della struttura
potenzialmente interessate da modifiche di comportamento, nonché alla struttura nel suo insieme.
8.4.3 RIPARAZIONE O INTERVENTO LOCALE
In generale, gli interventi di questo tipo riguarderanno singole parti e/o elementi della struttura e
interesseranno porzioni limitate della costruzione. Il progetto e la valutazione della sicurezza potranno
essere riferiti alle sole parti e/o elementi interessati e documentare che, rispetto alla configurazione
precedente al danno, al degrado o alla variante, non siano prodotte sostanziali modifiche al
comportamento delle altre parti e della struttura nel suo insieme e che gli interventi comportino un
miglioramento delle condizioni di sicurezza preesistenti.

Disposizione quadricromatica

Quando notò quattro fili da cucito corti e colorati penzolare dal bordo interno del mobile dentro il cassetto appena aperto, non riuscì più a muoversi come se allungandosi le avessero avvolto il rocchetto d’anima a mille giri all’istante soffocandole i movimenti del corpo. Erano io che la guardavo, realizzò senza comprendere come potessi essere con lei in quella stanza se ero partito chiamandola da lontano e che non sarebbero tornati indietro di me, altro che indumenti. Erano i nostri cuori senza scampo i miei occhi appoggiati per una spalla al muro che la guardavano privi di sguardo. Il suo era rimasto tra le porte di vetro scorrevoli di una banca e lei scolpita sulla pedana di linoleum pressostampato, nascondeva un mio atrio in un ventricolo e il resto del mio, era scomparso. “Quante bevute bevute e foto bruciate bruciate di te contro il sole in questo cassetto aperto, tra le mie mutande. Muoviti, trova la forza nella speranza di rimediare” dissi lei silenzioso come io che non ci sono, e scricchiolando i legamenti saldati dalla consapevolezza che tutto il tempo avuto davanti sarebbe servito quanto un minuto scaduto, si mosse, si avvicinò ai quattro fili di tessuto di colori diversi fissati con adesivo a nastro alla cassettiera in fila uno accanto all’altro e ancora vibranti per inerzia, per capire, perché a vedere il fondo si fa prima che a toccarlo, e trovò l’altra striscia di adesivo che incollava poc’anzi allo spigolo del cassetto l’estremità libera dei fili sfilatisi senza snervarsi al suo brutto tiro: “Gerarchia delle resistenze programmate invertita perché porti il ponte al collasso”, continuavo cinico e ignaro che stavamo precipitando, “per cui il vincolo della sottostruttura ai luoghi interdetti se non si conquistano aprendosi all’altro, cede, non lo strallo”. Ma non mancai di farle forza precisando che aveva una su ventiquattro possibilità di ritrovare la disposizione dei colori del nostro trascorso: forse il secondo filo rosso incrociava il terzo verde e magari l’ultimo blu era attaccato al cassetto per primo, quando ancora era chiuso come lo avevo lasciato, quando ero io a nasconderle il sospetto che fosse curiosa portandomi in viaggio qualche grammo di peso in più, relativo alla sfiducia che mi portò a tenderle il trabocchetto. Gli attimi si rincorsero addensandosi in un momento che nelle bielle di cotone non poteva esserci e si sedette per terra flessa tingendo l’aria di rosa pastello delle sue ascelle che distante non mi addolciva, con tutto il carico su di sé, concentrato nel presente. “Prendere consapevolezza improvvisa di una colpa tutta propria pesa, ma prova a salvarci cercando residui di tinta impiastricciati sullo scotch”, infieriva il suo conoscermi su di sé porgendole una mano lacrimante olio, perché non erano di cotone che avrebbe lasciato pelucchi di tracce sulla strada che non c’era per ritrovarsi disonorando il vero, ma di Nylon.
Andò che il cassetto esplose senza muoverle un capello pettinato da Roberto, ma il soffitto della stanza schizzò in alto che se ne perse ogni calcinaccio in un cielo quarto nel mentre il parquet si scosse come un tappetto sollecitato ondulatorialmente di lato, facendole sobbalzare appena ma ripetutamente la capigliatura, e si rilassò in un piano di mattonellame senza fine, arso dai filamenti divenuti di tungsteno incandescente allontanatisi nel vuoto a dismisura per la deflagrazione e apparsi dopo un disco stroboscopico incantato che le pupille non si stringono abbastanza da mettere a fuoco, circonferenza alcuna, e pareti demolite senza accatastamenti di risulta né polvere, l’onda d’urto generò dune di gres porcellanato che vide ergersi sempre più irte e distanti a formare un orizzonte quadrato di montagne piastrellate tra noi; nei pressi solo maglie e calzini sparsi facevano da sterpaglie tra le fughe.

Andiamo a vela

Leggo sequenze di numeri su un display luminoso, sono spettinato, bruciato; le ultime cifre cambiano continuamente.
Li trascrivo su un grande foglio bianco; la carta nautica che ho sotto i gomiti.
Sono seduto su una piccola mensola di legno, sagomata perché non scivoli troppo il culo in caso di sbandamento. Le luci della dinette sono spente tranne una lampada sopra il tavolo da carteggio. Ci sono due squadre graduate trasparenti, un compasso, una calcolatrice scientifica che ho programmato per agevolarmi nei calcoli angolari, gomma e matita che ruzzola su mari e terre proiettati alla Mercatore.
Intorno è un casino totale; non si cammina ma ci si arrampica: parabordi, drizze, scotte, cuscini, magliette, pentole, borse e corpi dormienti.
Apro il compasso sulla scala delle latitudini crescenti, faccio scorrere le squadre sulla carta e trascrivo con una croce il punto nave. Accanto riporto l’ora: 04.38.
Verifico la congruenza della posizione; traccio la rotta, risolvo il triangolo delle correnti, calcolo la velocità propria ed effettiva, la nuova prora bussola.
Sulla carta è segnato a matita il nostro percorso; rette, triangoli, numeri; controllo che non vi siano pericoli lungo la rotta stimata, scogli affioranti o appena sommersi.
Una curva isobatica dice che abbiamo 800 m di acqua sotto il nostro scafo, e li immagino tutti in fila.
Gli altri dormono nelle cabine, dondolati, sciacquettati, tranne uno che dovrebbe essere sveglio e vigile.
“Togli 3 gradi. Tra circa un’ora si dovrebbe avvistare il faro una trentina di gradi a dritta; 3 lampi bianchi e 3 occlusioni in 6 secondi. Di questo passo arriviamo ad Astipalea alle 11 e 25, che dici, andiamo a motore?” chiedo a voce alta da sotto.
Salgo tre gradini della scala per mettere la testa fuori dal tambuccio, fa freddo, e c’è un po’ di vento ma non fischiano le sartie.
Anche il mio compagno di turno si è addormentato.
“Bravo! – penso – Così se finisco in acqua se ne accorge solo Cristo!”
Salgo gli altri tre gradini e sono fuori nel buio, nel rumore dell’acqua squarciata che scorre e nel soffiare fresco e regolare del vento.
Intorno è nero, ovunque guardo il nulla, decine di miglia di mare vuoto; controllo a prua, poi le vele e mi siedo a poppa, minuscolo, dietro il timone che afferro.
Dorme sdraiato sui sedili sottovento con una sigaretta spenta in mano e lo lascio riposare, devo superare questa paura che ho del facile suicidio quando sono solo, quello per raptus o per sbaglio. Me ne dovrei liberare perché non lo ho mai desiderato, ma mi disturba l’idea che basti un passo per scavalcare le draglie, per morire, e vivere nella solitudine assoluta il panico non annientarti abbastanza, affogare sospeso tra cielo e terra che si ribaltano e non sapere più in quale dei due abissi dovrai cadere, vertigini sopra e sotto, l’orrore del pentimento.
Sottraggo 3 gradi al pilota automatico per correggere la rotta, poggiando.
Poi non c’è più niente da fare se non organizzarsi una comoda seduta, dare ogni tanto un occhio all’orizzonte e sorseggiare la birra che mi sono portato dietro senza addormentarsi.
Andiamo a vela.
Spesso m’incanto a guardare i giochi di schiuma che si allontanano dietro inghiottiti nel buio. Urlare in mare mentre in pochi istanti divento niente.
Amo la vita e le persone che mi sono accanto e quanto sono felice a volte lo dimentico; sono qui a perdere lo sguardo nell’acqua che scivola via.
Un lumino verde in lontananza è una vela che incrocia la nostra e la cerco col binocolo insieme all’orizzonte; vibra nel cerchio ottico nero il fanale di via di una piccola barca.
Poi all’improvviso le stelle un po’ si spengono e l’oscurità è avvolta da un velo di chiarore appena percepibile che svela tutta la vastità che ci circonda, disegna chiaro l’orizzonte e pochi pensieri dopo è giorno e il sole la stanchezza abbaglia.
Un bagno di luce pesante spezza il corpo già rotto ma arrivano voci, sbadigli e occhi
cisposi, e la brezza albina si profuma di caffè.

Interni ad alto rischio

La cittadina turistica della vacuità satura di orpelli come lo sono gli stadi di slogan e Las Vegas di lampadine, si affida al mare a rinchiuderla perché siano le occasioni impossibili da perdersi. Tra chi ama arrampicarsi su una parete di roccia finta senza che vi sia la minima componente di rischio che in ogni altro respiro inala la vita, e chi sopporta la vista di uno scivolo di plastica elicoidale contro il cielo e magari ci s’intuba. Tra chi si sente a suo agio nel design dei suoi interni e più tardi sotto lo stroboscopio e chi trova attraente lo scintillio acustico di monete cadenti dalle slot machines, sapendo di trovarsi sul lato dello schermo di chi deve perdere. Io potrei morire. Sentirei il mio intelletto sotto claustrofobica accusa da uno spazio estraneo chiassoso. Sono fotosensibile alle differenze d’illuminamento come i granuli d’argento al blu e per la temperatura di colore delle sorgenti ho le curve di Kruithof nel subconscio. Sono diventato un po’ snob, lo ammetto senza farmene un cruccio. E delirio: io vorrei donare a quella gente i miei occhi. Scusate. Il mio modo di guardare le persone e le cose e trovarmi a bordo circondato da realtà che mi mettono a mio agio. I miei per prenderne due a caso che non siano di altri perché nel mondo di occhi sensibili ce ne sono tanti, perlopiù in angoli appartati o distanti dai colori saturi che gonfiano gli iperscafi. Il gusto che qui ricorre. Il nostro modo di scrivere in forme così diverse che persino bisticciare ha da esser sottile e incomprensibile, e nell’ambiguità dell’ironia franano dolcemente i dissensi. Nemmeno un vaffanculo.
Sentite, io bisogna sia sincero, a me quel lampadario mi fa tremare dallo spavento. Non so a voi. Anche in assenza di sbandamento pre-naufragio.
Non ce l’ho con le discoteche in sé e con i divertimenti in quanto tali e avessi un decennio di meno abbondante e arrotondato per difetto ci andrei, ma la vorrei figa.
Io in una cappella a quella maniera perderei Dio.
A me un cappuccino in quel bar sembrerebbe troppo lungo anche se basso.
I sedili con la chiave di violino renderebbero il cantante e la sera stonati e gli strumenti scordati.
E una sala da pranzo così mi saprebbe tanto di matrimonio provvisionale.
Io se entro in una sala marrone con le stelle e i rombi tipo quella, vengo di colpo meno.
Se qualcuno volesse vedermi svenuto e stramazzato al suolo in un baleno come un cencio lasciato cadere sa come fare adesso, che solo a guardare queste foto già mi è venuto male.
Io in quella cappella muoio in un istante.
L’unica cosa che potrebbe andare bene sarebbe la camera da letto, perfetta come quelle di un anonimo albergo per l’unico scopo per cui potrei tradire questo post e resistere alla pioggia di ultravioletti provenienti dall’esterno ingerendo una pozione che mi rende trasparente, ma non la mia vita, con una donna che ha una voglia lubrificante d’immedesimarsi nella parte di un gioco, da trattarsi da Regina recuperando il sesso consumato sotto il sole che lo asciuga dalla pelle e che il vento porta via, se la cosa più preziosa e meno coprente che indossa sopra qualsiasi cedimento o smagliatura è la parola. Cicatrice di gioia, e via.
Venendo ad altro ho sempre sognato di poter stare qualche ora sul ponte di comando di un transatlantico a perdermi negli strumenti. Davanti a una bussola magnetica gigante orizzontale e una verticale elettronica a quadrante circolare tacchettata di azzurro luminescente su un display LCD nero a schermo piatto da 24 inch in modalità RGB Truecolor da 24 bit, 3 canali da 8 bit, che puntano ciascuno a 2^8=256 livelli di rosso, 256 livelli verde, 256 livelli di blu. Per cui possono aversi 256^3 combinazioni di rosso, di verde e di blu, pari a 16777216 colori. Davanti a un punto nave strumentale lampeggiante su una cartografia tricromatica ad alta risoluzione proiettata alla Mercatore. Altro che TomTom.
L’ecoscandaglio e il radar che servono a un transatlantico. Vorrei vedere bussole magnetiche da rilevamento abnormi distanti trenta metri l’una a sinistra dall’altra a dritta, nonché i due grafometri. E nel punto medio della retta che li congiunge al centro e su un gradino più alto della sala, il tavolo da carteggio imperiale in un unico blocco di legno massello ottenuto dal taglio di un’immensa sequoia, capace di contenere dieci carte nautiche dispiegate, una matita, una gomma, un compasso e le due squadre. E il Comandante seduto che guarda la rotta stimata nel triangolo delle correnti risolto con gli occhiali da vista, invece che in piedi l’orizzonte con quelli da sole.

Una terra rosso e verde 2

Parte 1

Ha le iridi castano chiaro dal contorno sfumato che sbordano su un sottile anello bianco, carnoso e sanguigno di capillari intorno, e le palpebre gli cadono rilassate sugli occhi  impastati e sporchi. I lati e la base del volto sono coronati da una barba bianca, corta e incolta, che si estende fino ai capelli ricci appena più scuri e la sua pelle marrone è puntinata di macchie che sembrano nei neri. Indossa una camicia terrosa e lisa, con una cerniera lampo un po’ aperta sul petto e un paio di pantaloni beige, larghi e arrotolati sotto le ginocchia.

Lo imito nel gesto piegandomi in avanti ancora inconsapevole del motivo di tanta riverenza e saluto anch’io: “Lò, lò, lò.” e ancora lui prendendomi la mano: “Lò, lò, lò, lò, lò.” che stringo inchinandomi e scuotendola: “Lò, lò, lò, lò, lò.” Mi hanno detto che più “lò” si dice e più si è riverenti.

Crede che io sia un benefattore e invece sono un turista precariamente galleggiante nel sistema creditizio in balia del vortice ascensionale di un ciclone che si sta estinguendo e non sa come cadere al suo ritorno in Italia, se di mani o di sedere, spedito qui perché  veda quanto poco basti ad essere felici e ne tragga giovamento interiore, rompendo con il solito quotidiano.

Io dico se questa gente sapesse quanto è vasto il divario. Quanto l’ingiustizia è profonda. L’ipocrisia in cui siamo murati come inerti nel calcestruzzo, di appartenere al lato illuminante di notte il pianeta. Sapesse che qui internet non ci sarà mai perché il potere se ne è accorto, forse tardi di là ma non qui; là dove si arriva prendendo gli aerei perché il mare non si è mai visto e quello virtuale che si naviga si sa forse solo che esiste, in qualche ufficio connesso in dial-up&down. Qui si conoscono solo laghi ambrati. Qui che quando c’è il temporale e l’acqua viene giù a catinelle si affolla tutti un negozio con le pareti che hanno perso l’intonaco sul fango dove la paglia si è strappata, e i ragazzi riempiono del loro odore un centro di stampa KODAK accalcati ovunque, in piedi e seduti pigiati sui tavoli e sulla macchina gigantesca che sputa fotografie, due bambini, a guardare tutti la tv satellitare in alto, una partita di calcio, e qualcuno un vecchio pc con il desktop di windows XP in un monitor a tubo catodico appoggiato su un piano più basso. Mi faceva strada il loro Re di sempre che ha lasciato le strade per costruirle, il loro angelo protettore che aveva cominciato con il battersi nei duelli per guadagnarsi la vita divenuto severo e mite. Il compagno di danza di Monica che la solleva in aria e la riprende con le braccia mentre lei sembra dormire, quando è assente. Le mani di lei che cercano di offrire l’alternativa da meritarsi meritando fiducia, di un futuro ai bambini abbandonati dalle famiglie che giocano a calcio balilla nelle fangose baracche del mercato dove si scambia gioia per la vita senza avere davanti che sopravvivenza. Asrat dal sorriso seducente e il sospiro di stupore lieve e breve che sembra uno sciccosissimo singhiozzo, è il varco tra il Centro e il fuori, l’immenso interlocutore tra i due mondi che non adottano nemmeno lo stesso calendario. Per loro oggi è un altro giorno. La data nei loro computer è un’altra.

Non ce ne rendiamo conto ma siamo entrati nell’era del ciberspazio; viviamo due vite, una virtuale in cui ci proiettiamo sempre più spesso perché si può essere più veri, che informa e da consapevolezza all’altra. Siamo presi dalla rete ormai completamente; Facebook è diventato immenso, è la più grande entità del pianeta, la nuova piazza del Popolo al centro.

Ma se il potere di multinazionali e despoti che non sarebbero tanto per la quale a far scorrere troppo testi e video tra i contadini e che traggono profitto dalla spremitura delle divergenze, là dove sono io trova la rete configurata e perfettamente efficiente a dire no, qui dovrà solo occuparsi di non farla arrivare mai. Nessuno saprà del fuori più di quanto possiamo immaginare una quarta dimensione cercandone l’asse in un sistema a tre coordinate e così saranno tutti felici con quello che sanno. E guardo i miei simili guardare lo schermo con windows xp sfarfallante mentre fuori piove e la strada è un torrente di fango, che non li farà forse mai navigare e mi dispiace osservando ogni dettaglio degli occhi di una ragazza che ha capito come tutti gli altri che ho di più, senza capire quanto, sbagliando, senza poter immaginare di essere più ricca lei di me e che forse a me hanno fatto troppo credito, sovrastimando tutta una serie di cose.

Sarebbero così felici se fossero consapevoli? Che poi sono felici i bambini. Le donne mica tanto, invecchiando diventavano tristi. Confronti tra stati di felicità in circostanze e contesti diversi possono farsi solo a parità di consapevolezza che ha più peso del livello di benessere; per loro il mondo è quello, è fare tutta la vita quella strada e conoscerne ogni dettaglio, è la famiglia e le bestie, sono i soliti campi screpolati ora dal sole, dilavati dai torrenti più tardi. Una vita agli estremi dei contrasti, dalla violenza perpetuata nel tempo assopita nella pace dei villaggi al clima sempre severo, sfiancante, alla loro innata bellezza che si muove in un contesto di povertà allegro-amara.

E intanto Alemayo non mi seguiva. E’ il contabile del Centro che lavora al computer. Quando gli spiegavo il file batch per avviare il backup in automatico, non capiva, non sapeva nulla, usava la macchina meccanicamente per mancanza di occasioni di allenare il ragionamento, quel bombardamento di stimoli che abbiamo noi non lo aveva ricevuto e non mi seguiva e non è giusto. Siamo ancora trogloditi, non vogliamo spartirci le risorse e divoriamo la preda sotto gli occhi di tutto il terzo mondo, energia e conoscenza; che figura facciamo davanti a milioni di coscienze? Che ce ne frega dei disgraziati che prendono sole e acqua senza speranza? Se l’Europa fosse un uomo, gli Stati Uniti un altro e l’Africa un terzo, poi la Cina, la Russia, e s’incollasse al mappamondo omini alti quanto contano gli stati nel panorama globale, ditemi se la partita che sta facendo la tribù del pianeta terra è degna degli umani. Se centra qualcosa con la parola di Cristo, formalmente condivisa da tutti e sempre in bocca a qualcuno che non dovrebbe averla.

Siamo una tribù di ominidi che s’ammazzano tra loro per trafogare brandelli di carne sottratti a un altro ominide che sta morendo di fame. Ecco le relazioni terrestri. L’ipocrisia è l’atmosfera che le avvolge e ne protegge l’immobilità nel tempo. Si appartiene al sistema A e al sistema B lanciamo ogni tanto una monetina e abbiamo fatto il possibile. Un bel presentimento manca. E uno brutto viene.

Il vecchio del villaggio mi fa strada facendo largo tra la sua famiglia che si sta allargando tra le piante estendendosi su un prato ombreggiato da grandi alberi, e mi accompagna verso la nuova capanna in costruzione grazie al mio buon cuore; avrei voluto precisare che non ero io il benefattore ma ho preferito tralasciare. Costruire una capanna di due stanze costa 500 euro e il Centro ne finanzia la costruzione alle famiglie che aderiscono ad un ampio progetto di sviluppo, che prevede anche l’impegno dei genitori a mandare i figli a scuola. La vedo dietro le teste dei bambini che mi stanno circondando sommergendomi e mi siedo sul prato perché vogliono vedersi sul display della mia pocket camera che gli ho scaricato addosso. Hanno già completato il telaio di legno e due uomini stanno mettendo gli ultimi chiodi alla copertura, poi i bambini chiudono la vista con una prudente invasione, e prendono confidenza. Hanno visto e toccato tutte le loro fotografie nel buio delle teste nere rasate o intrecciate sopra di me con una ventina di occhi puntati sull’LCD.

Visito la capanna in costruzione; avevano scavato piccole tracce nel terreno in corrispondenza delle pareti sia esterne che interne, su cui avevano infilzato uno di fianco all’altro tronchi di alberi a basso fusto asciati ai nodi dei rami, costituenti l’ossatura della parete e tenuti insieme da un’orditura di sottili correnti lignei orizzontali inchiodati su entrambi i lati della parete, indispensabili a fornire supporto alla muratura di fango e paglia che andrà a rivestirla. Zakarias mi chiama per la riunione; il momento conviviale e cruciale in cui i due mondi s’incontrano tramite lui che ha un piede in ciascuno, lui che l’ultimo giorno mi ha fatto arrabbiare prima di salutarci all’aeroporto. Sono tutti in piedi in circolo intorno al vecchio e a Zakarias che si parlano in amarico mentre una donna mi fa sedere su un panchetto di legno accanto a loro poi va e torna con un vassoio di manghi e una brocca d’acqua mentre penso a Monica informarmi con quel suo piglio cinico che passerò la notte in bagno. Mi son detto che era il momento dei manghi e ne avrei mangiati a volontà come m’invitavano calorosamente a fare. E così ho fatto e il poi si vedrà. Ad ogni mango che riducevo al nocciolo ciucciato, facevano cadere dalla brocca un rivolo d’acqua per lavare le mani e il mango successivo che mi selezionavano dal vassoio palpeggiandoli tutti. Sapevo che quel frutto delizioso aveva il difetto d’incastrarsi fastidiosamente tra i denti ma nessuno sembrava soffrire troppo questo disagio.

C’è una colossale sovrapproduzione di manghi, per decine di kilometri non si possono comprare che manghi, in alcune zone ad altissima densità s’incontrano venditrici di manghi ad ogni curva e ogni 100 metri; forse non è possibile diversificare l’offerta, forse ci sono solo manghi. Altrove chilometri e chilometri di sole pannocchie.

Sono bambine con il sorriso da donna e già vanitose; comanda la più bella che ne è consapevole davanti al finestrino a contrattare, con le altre dietro. La bellezza e l’eleganza sono due forze. Ovunque c’è un essere sublime che le incarna, che veste e muove una regina di qualsiasi sperduto micro regno.

Ci salutiamo con più riverenza, saliamo in macchina e prendiamo la lunghissima via del ritorno. Decido che i filamenti di mango incastrati tra i denti producono una sensazione forse piacevole e durante il viaggio li dimentico. Arriveremo di notte e questo a Lei non piace. Zakarias guida senza distrarsi dalla strada con il suo cappellino che forse aveva anche durante la guerra con l’Eritrea.

“Do you think Monica will be angry, Zaccarias?” BE BE

“Yes” BEEEEEEEEE

“But not too much. It’s better not to drive in the night but it’s not so late.”

“Monica told me that you fought in the Eritrea war and you have a big scar in the leg, is it true?”

“Oh, yes. It was a bomb” indicando la tibia e spiegandomi che una scheggia l’aveva trapassata.

“Did you ever kill any soldiers?”

“Yes, many soldiers.”

Restiamo in silenzio lui a guardare la strada e io il paesaggio.

 

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